Cafarnao - Caos e miracoli

Capharnaüm

LIBANO, FRANCIA, USA - 2018
2/5
Cafarnao - Caos e miracoli
Zain ha dodici anni, ha una famiglia numerosa e dal suo sguardo trapela il dramma vissuto da un intero Paese. Siamo a Beirut, nei quartieri più disagiati della città. Zaid non ha però perso la speranza ed è pronto a ribellarsi al sistema, portando in tribunale i suoi stessi genitori...
  • Altri titoli:
    Cafarnaúm
    Capernaum
  • Durata: 123'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA, (1:2.39)
  • Produzione: MICHEL MERKT, KHALED MOUZANAR PER BOO PICTURES, MOOZ FILMS
  • Distribuzione: LUCKY RED (2019)
  • Data uscita 11 Aprile 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Emanuele Rauco
Primi e primissimi piani di bambini che piangono, violini e musiche in crescendo, droni al ralenti e disavventure misere e dolorose di ogni sorta. A Nadine Labaki e al suo flm Capharnaüm sembrano non interessare molto le storie e i personaggi che racconta e nemmeno il contesto sociale del suo Libano, se non come mezzo per commuovere lo spettatore.

Il racconto parte con il piccolo Zain che in tribunale vuole fare causa ai genitori per averlo messo al mondo: in flashback, il film mostra la vita orribile che ha vissuto fino a quel momento, tra povertà, fughe, abbandoni e desolazione.

Labaki, assieme a Jihad Hojeily e Michelle Kesrouani, assembla la vicenda con gusto per l’accumulo (d’altronde un "cafarnao" è un luogo confuso o un accumulo di oggetti) e trasforma un dramma dagli accenti neorealisti in un mélo spudorato e greve sulla sofferenza dei più piccoli.


 

Il pretesto del dramma legale, abbandonato in poche sequenze a dire il vero, serve alla regista per costruire la sua storia e dare un senso narrativo al feuilleton di sventure: di base dovrebbe essere il canto di denuncia della povertà, dello sfruttamento dell’immigrazione, dell’innocenza non del tutto perduta di una generazione priva di ogni sbocco o riconoscimento.

Ma nella sostanza, vista anche la modalità con cui Labaki usa la storia e la messinscena, resta tutto secondario di fronte alla volontà di colpire il pubblico, di manipolarne le emozioni e le reazioni, di farlo piangere non in nome di qualcosa, ma per l’equazione pianto=bellezza.

Sia chiaro, nessuno pensa che il melodramma popolare sia retrivo o deleterio di per sé, e la storia del cinema lo dimostra di continuo, ma le modalità cinematografiche con cui la regista lo declina sì: la patina filmica della fotografia, gli snodi della sceneggiatura più vicini a Moll Flanders (o a una soap pauperista) che al racconto della comune povertà nordafricana, l’uso di elementi di messinscena reiterati, la mano pesante con cui Labaki fa recitare i suoi attori, soffermandosi sui bambini.

E non si arresta fino alla fine: dentro Capharnaüm c’è tutto ciò che può far piangere uno spettatore comune, assemblato però con superficialità grossolana nonostante la parvenza tecnica. Che poi quei bambini e quel popolo sia al centro di un buco nero chi se ne importa: alla fine la musica emotiva ne sottolinea i sorrisi. In primissimo piano.

NOTE

- REALIZZATO IN ASSOCIAZIONE CON CEDRUS INVEST BANK SAL. CON LA PARTECIPAZIONE DI: SUNNYLAND FILM CYPRUS LTD MEMBER OF ART GROUP. IN ASSOCIAZIONE CON: DOHA FILM INSTITUTE, KNM FILMS BOO FILMS THE BRIDGE PRODUCTION SYNCHRONICITY PRODUCTION LOUVERTURE FILMS OPEN CITY FILMS LES FILMS DES TOURNELLES

- PREMIO DELLA GIURIA E PREMIO MIGLIOR FILM DELLA GIURIA ECUMENICA FRIPRESCI AL 71. FESTIVAL DI CANNES (2018).

- EVENTO SPECIALE ALLA XVI EDIZIONE DI 'ALICE NELLA CITTÀ' (2018), SEZIONE AUTONOMA E PARALLELA DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA.

- CANDIDATO AI GOLDEN GLOBES 2019 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2019 COME: MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"(...) Piacerà perché la regista Labaki (finora conosciuta solo dal pubblico dei festival) qui di dimostra la più talentuosa direttrice espressa dal nord Africa. L'odissea del piccolo Zain è messa in cinema col respiro di un romanzo di Dickens e il rovello di un autore civile che senza buonismi, senza correttezza politica, va a fondo nel lato oscuro dell'immigrazione." (Giorgio Carbone, 'Libero', 11 aprile 2019)

"(...) A dosi di Truffaut ('Jules e Jim' e il ciclo Doinel), studiato e ripreso con proficua nonchalance, nel triangolo col morto Garrel figlio (secondo film da regista) aggiunge una venatura gialla che cita le famiglie inquiete di Chabrol. Se vogliamo tutta questa "operazione nostalgia" sul cinema francese Nouvelle Vague fa tira e molla con la vita di un buon attore che cerca il suo posto nel cinema di papà." (Silvio Danese, 'Giorno', 11 aprile 2019)

"Creata negli anni Ottanta per definire il fenomeno dello sfruttamento mediatico dei più disagiati, l'espressione 'Poverty Porn' è a volte applicata con eccessivo moralismo. Vedi nel 2008 il caso del film (8 Oscar) 'The Millionaire', da alcuni demonizzato per aver offerto l'immagine di un' India miserevole a uso del gusto esotico - pauperistico del pubblico occidentale; e vedi ora il caso di 'Cafarnao', bollato da svariati critici come retorico e ricattatorio. Il facile sensazionalismo in auge nella nostra epoca giustifica tanta diffidenza, tuttavia a noi non sembra che la povera Nadine Labaki abbia speso sei mesi di lavorazione fra slum e tendopoli al semplice scopo di ingraziarsi spettatori e giurie dei festival. Come già si evinceva dalla commedia d'esordio 'Caramel', il cinema della attrice/regista libanese non vanta certo potenza di stile: è piuttosto un cinema che punta al cuore, e 'Cafarnao' (significa «luogo di gran confusione», dal nome di una movimentata cittadina della Galilea dove soggiornò Gesù) è giocato proprio su questo registro di calore umano. Si parte sullo spunto (in effetti (...) Ritagliandosi un ruolo-cammeo di avvocato, Labaki guida con sensibilità un cast di non attori, a cominciare dall'incantevole protagonista, che è davvero uno dei milioni di affamati e abusati, privi di identità e istruzione di quel cafarnao che è il mondo attuale. Che un film gli dia voce provando a scuotere le nostre intorpidite coscienze è davvero riprovevole?" (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 11 aprile 2019)

"(...) In competizione a Cannes, se avesse mantenuto fino alla fine la compattezza iniziale 'Cafarnao' sarebbe stato un capolavoro. Invece sembra che Nadine abbia voluto fare due film in uno e, nella seconda parte, si concede troppo al patetico." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 11 aprile 2019)

"Il Libano è anche di cultura francese, così Nadine Labaki, già furba regista di 'Caramel', s'ispira vagamente a 'Senza famiglia' di Hector Malot e trasferisce la condizione infantile più desolata dalla Parigi dell'800 alla Beirut del 2017. Lo stratagemma 'Cafarnao' nel senso di caos, parola che in Italia è entrata nel sottotitolo ha avuto il premio della giuria al Festival di Cannes nel 2018 (...) Uno stratagemma: se il film, discretamente ricattatorio, si regge, è per la serietà di ogni bambino quando recita, prendendolo per un gioco." (Maurizio Cabona, 'Il Messaggero', 11 aprile 2019)

"(...) Dove sta andando la critica cinematografica italiana? La domanda non è così superficiale come potrebbe apparire. Il perché è presto detto e ben si adatta aquesto 'Cafarnao', diretto e interpretato da Nadine Labaki. In pratica, ci si dovrebbe chiedere sulla base di cosa andrebbe giudicato un film. Quando, a commento di una pellicola, si leggono argomenti come «il ricatto dell'infanzia», «bambini usati come grimaldello emotivo», «troppo spesso mirato a ricercare la commozione meccanica», «con quale onestà Nadine Labaki ha deciso di metterla in scena?» «un film che ricatta fino alle lacrime», un povero spettatore cosa dovrebbe pensare? Un po' come 'Noi', l'ultima pellicola di Jordan Peele, osannata dalla stessa critica come horror politico. Dove ognuno ha dato la propria interpretazione di questo significato recondito «politico», talmente palese che non si trovano due spiegazioni che siano simili. Ognuno fa la propria disquisizione e pazienza se il film sia, ai più, incomprensibile. E allora, 'Cafarnao' viene bacchettato non perché visivamente sia un brutto film, o mal recitato, ma per il fatto che ci siano come protagonisti dei bambini e, quindi, la lacrima diventa più facile. Con questa logica, «Marcellino pane e vino» e «Wonder» cosa dovrebbero essere? Delle pellicole eversive? Cosa avrà girato mai, allora, la Labaki, già ammirata in pellicole come 'Caramel', per meritarsi gli strali? (...) L'uso della camera a mano, il montaggio, la bravura del giovane interprete Zain Alrafeea, sono valsi al film la candidatura nella cinquina degli Oscar. Alla faccia del ricatto." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 11 aprile 2019)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy