C'era una volta a New York

The Immigrant

USA - 2013
2/5
C'era una volta a New York
1921. In cerca di una nuova vita e inseguendo il 'sogno americano', Ewa Cybulski e sua sorella salpano alla volta di New York dalla loro terra d'origine, la Polonia. Quando raggiungono Ellis Island, i dottori scoprono che Magda è malata e le due donne vengono separate: una viene messa in quarantena, l'altra lasciata andare. Ma Ewa si trova sola e spersa nella Grande Mela, alla ricerca di un modo per ricongiungersi alla sorella. Incontra allora Bruno, uomo affascinante ma malvagio, che la trascina in giro di prostituzione. Le cose cambiano da quando arriva Orlando, l'elegante prestigiatore cugino di Bruno: lui le fa recuperare la sua autostima e una speranza in un futuro migliore, ma Ewa non ha fatto i conti con la gelosia di Bruno...
  • Altri titoli:
    Lowlife
    Nightingale
  • Durata: 117'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT/ARRICAM ST, SCOPE, 35 MM/D-CINEMA (1:2.40)
  • Produzione: JAMES GRAY, ANTHONY KATAGAS, GREG SHAPIRO, CHRISTOPHER WOODROW PER KEEP YOUR HEAD, KINGSGATE FILMS, WILD BUNCH, WORLDVIEW ENTERTAINMENT
  • Distribuzione: BIM (2014)
  • Data uscita 16 Gennaio 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Nuovomondo e nuove identità. Fiorite oltre il no passing di Ellis Island. E' il succo di C'era una volta a New York, melò d'epoca e trasmigrante di James Gray, tornato dietro la macchina da presa quattro anni dopo Two Lovers.
Oggi come allora gli amanti sono due, si guardano ma non si vedono, infine si lasciano dopo essersi ritrovati. Ma la stoffa è diversa e, rispetto al pregresso lavoro, meno pregiata.
1921, Usa, due sorelle polacche - Ewa e Magda (Marion Cotillard e Angela Sarafyan) - e una fortuna che non gira come dovrebbe. Dalla Polonia agli States, con effetto rimbalzo: Magda spedita subito in infermeria a curare la tubercolosi; Ewa prima ingiuriata (donna di malaffare), poi ufficialmente espulsa, infine illegalmente introdotta. Deve dire grazie a Bruno (Joaquin Phoenix), da lì in avanti il suo “protettore”, ma non del tipo angelico.
Tra le pieghe del dramma, storico e familiare (evidente il riferimento alle proprie radici e alla vicenda dei nonni, sbarcati a Ellis Island nel 1923), emerge l'ennesimo breve incontro della filmografia di Gray: due personaggi – Bruno e Ewa – che non appartengono a niente e a nessuno, senza più radici né patria, che finiscono perciò per appartenersi a vicenda, giusto per non perdersi e andare alla deriva.
Come in Two Lovers ciò che interessa a Gray sono le dinamiche di negazione e identificazione, qui messe in risalto, anzi “in abisso”, dalla cornice politica e morale dell'immigrazione americana. Perciò il regista di Little Odessa, più che alla ricostruzione d'epoca (basata sulle foto scattate dal nonno all'arrivo a Ellis Island) è interessato al posizionamento degli sguardi, con i protagonisti che si scambiano di continuo i ruoli di soggetti e oggetti della visione senza per questo vedersi, riconoscersi. Solo l'intervento di un terzo occhio – illusorio quello del mago (Jeremy Renner), rivelativo invece quello del prete confessore - costringerà Bruno ed Ewa a guardarsi negli occhi un'ultima volta e a riscoprirsi l'uno salvatore dell'altra.
Immerso nella luce gialla e polverosa ricreata da Darius Khondji e accompagnato dalle noti dolenti di Chris Spelman, C'era una volta a New York non possiede però la forza espressiva dei precedenti lavori di Gray, imbrigliato da troppe suggestioni (immigrazione, prostituzione, artificio, sacro) e inibito da una sceneggiatura fiacca. Quel poco di calore lo si deve a Phoenix e alla Cotillard, vivi nonostante tutto. Liberi nella riconciliazione, prenderanno finalmente la propria strada. Lasciandosi dietro un solo rimpianto: il film.

NOTE

- IN CONCORSO AL 66. FESTIVAL DI CANNES (2013).

CRITICA

"Regista americano di origini ebreo-russe, James Gray confeziona, guardando al cinema hollywoodiano anni '30 e a 'Il diario di un curato di campagna' di Bresson, un melodramma formalmente impeccabile, color seppia come le foto d'epoca, costellato di sventurate eroine da romanzo ottocentesco, amori impossibili, ingiustizie sociali, bisogno di riscatto, ma nonostante l'ottimo cast di attori - soprattutto Joaquin Phoenix, Jeremy Renner e Marion Cotillard, che al regista ricorda la Giovanna D'Arco di Renée Falconetti - il film non fa sentire il battito di un cuore pulsante e ci nasconde l'anima dietro visi smunti, sguardi smarriti e lacrime che sembrano di cera." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 17 gennaio 2014)

"'The Immigrant' (titolo originale) è il regista James Gray, giunto dalla Russia come narrava il fulminante 'Little Odessa'. (...) Manuale di mélo, non manca nulla, gli attori soffrono (migliore Jeremy Renner, Phoenix e la lacrimante Cotillard) ma rimane tutto elegante, patinato ma senza pathos." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 gennaio 2014)

"Nella generazione dei registi tra i quaranta e i cinquant'anni (Alexander Payne, Paul Thomas Anderson...), James Gray è il più sottovalutato. Anche questa volta, a Cannes, un suo film è passato sotto silenzio: eppure si tratta di un'opera per molti versi ammirevole, un melodramma austero e classicheggiante che non è assurdo paragonare alle 'Due orfanelle' di Griffith. Anche Marion Cotillard vi è fotografata (grande lavoro in ocra del capo-operatore Darius Khondji) come una diva del cinema muto, donna pia vittima del vizio che pare contornata da un alone di luce glorificante. Piuttosto controcorrente rispetto alle mode cinematografiche, d'accordo: ma il film importante di un regista che il tempo provvederà a risarcire." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 16 gennaio 2014)

"L'incontro fra il David Griffith di 'Il giglio infranto' e 'Le due orfanelle' con il Dostoevskij di 'Umiliati e offesi' o 'Delitto e castigo'; o anche, la miscela di vecchie memorie familiari - i nonni di James Gray erano immigrati ebrei russi - con ardenti empiti operistici. In altre parole, 'C'era una volta a New York' è un puro distillato di melodramma. (...) Con l'occhio ai capolavori del passato, il film ripercorre sia nella struttura narrativa che nel suggestivo apparato formale tutte le tappe d'obbligo del genere, ma la regia magistrale e la densa sensibilità introspettiva di Gray provvedono a far vibrare di nuova vita gli stereotipi; e gli interpreti - l'ispirata, trepida Marion Cotillard e il suo tormentato carnefice Joaquin Phoenix - sono davvero emozionanti." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 gennaio 2014)

"Il talentuoso James Gray ('Two Lovers', 'I padroni della notte') guarda ai nonni sbarcati a Ellis Island nel '23 e a 'La strada' del nostro Fellini, e con la fotografia giallo polvere di Darius Khondji ci immerge nelle scorie e nelle illusioni dell'American Dream e di ogni sogno migrante: superbi gli attori, che senza Phoenix e la Cotillard si rischierebbe di incappare in Harmony, interessante la riflessione sullo sguardo attivo e passivo, ma rispetto ai precedenti lavori del 44enne regista 'C'era una volta a New York' ('The Immigrant') perde qualche cavallo drammaturgico e qualche colpo di puro interesse. Ambizioso, ma decisamente perfettibile. Buona la prossima?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 16 gennaio 2014)

"La fine di 'Nuovomondo' di Crialese è l'inizio di 'C'era una volta a New York' di James Gray. (...) Visivamente la sesta regia del James Gray de 'I padroni della notte' e 'Two Lovers' è debitrice delle truci foto di bassifondi newyorchesi di Jacob Riis (omaggio al suo celebre 'Bandit's Roost'), mentre il cuore narrativo è influenzato dalla grande letteratura ottocentesca con straziante eroina femminile, da Hawthorne alla Tess di Thomas Hardy. Gray ha cucito il film addosso alla divina Marion Cotillard (Ewa). Attori eccellenti, regia elegante. Chi ama il classico, apprezzerà non poco." (Francesco Alò, 'Il Messaggero', 16 gennaio 2014)

"L'esperienza della sua famiglia di ebrei immigrati in America dalla Russia nel 1923, il melodramma hollywoodiano anni trenta/quaranta (Davis, Stanwyck, Crawford....), Puccini ( Suor Angelica ), Theodore Dreiser (Sister Carrie) e 'Il diario di un curato di campagna' di Bresson: questi i punti di partenza a cui si ancora 'C'era una volta a New York' ('The Immigrant'), quinto film del newyorkese James Gray e, in un certo senso, il suo più «normalizzato», meno interessante. Dopo i laceranti quadri famigliari di 'Little Odessa', 'The Yards', 'We Own the Night' e 'Two Lovers', il regista e co-sceneggiatore (insieme a Richard Menello) costruisce un intero film su un personaggio femminile, creato appositamente per Marion Cotillard. Anzi, si può dire quasi per il suo volto (che, ha detto Gray, gli ricorda quello di Falconetti/Giovanna d'Arco). (...) Grey si muove sulla matrice letteraria classica dell'eroina ipersventurata da romanzo ottocentesco. E Cotillard alterna all'espressione eternamente sofferente sfumature di tragico e di risoluto. Ma il fascino e il mistero che ovviamente Gray ha immaginato nel suo personaggio non si trasmette al pubblico. Darius Khondji filma la sordida downtown newyorkese plasmando la luce della sua fotografia sui quadri di George Bellowes e sulle immagini dei teatri di varietà di Everett Shinn. Il fatto che Ewa sia polacca e cattolica aggiunge al film il potenziale di un sottofondo religioso che, oltre a Bresson potrebbe ricordare Matarazzo. Ma il tema dell'amore e del perdono viene sbrigato in fretta, riduttivamente e in modo meccanico, con una confessione in chiesa. E, per un regista che ha sempre dimostrato passione profonda e conoscenza istintiva del melodramma, 'Cera una volta...' risulta poco fiammeggiante e considerate tutto il bagaglio di citazioni letterarie e cinematografiche che si porta dietro. In passato, i film di Gray ('The Yards' in particolare, ma anche 'We Own the Night') possono essere sembrati irrisolti, non completamente «finiti». I problemi di postproduzione di alcuni (specialmente 'The Yards') sono stati riportati sui giornali. In quel senso, 'The Immigrant' è probabilmente il suo film più «finito», chiuso. Ma anche quello più inaspettatamente piatto. E in cui più si sente l'intervento di un controllo esterno. Peccato." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 16 gennaio 2014)

"Un giorno, avendone tempo e voglia, bisognerà aprire un dibattito sul perché James Gray sia considerato da alcuni un grande regista. Si tratta di un cineasta interessante per motivi che attengono al pre-filmico, a ciò che viene prima (e sta fuori) dei film: racconta da sempre storie legate alla comunità russa ed ebrea di Brooklyn, New York, ed è quindi un artista «etnico» senza però la forza polemica e l'originalità espressiva del primo Spike Lee. Ha fatto film dignitosi (soprattutto 'I padroni della notte'), ma si ha sempre la sensazione che gli manchino dieci centesimi per fare un dollaro. Qui, forse, anche qualcosa di più. 'C'era una volta a New York' è un titolo italiano pretenzioso, che allude a Sergio Leone: ma quello originale - 'The Immigrant' - lo era anche di più, evocando uno dei capolavori di Charlie Chaplin. (...) Marion Cotillard è brava, come negarlo?, ma anche lievemente irritante nel fingersi polacca con tutti i vezzi di una diva che mette in mostra il campionario dei trucchi. Decine di attrici polacche avrebbero potuto interpretare il ruolo con ben altra verità, ma nessuna di loro aveva alle spalle un Oscar (per 'La vie en rose') e tutto il marketing che cerca di vendere la ragazza come la nuova diva «globale»." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 16 novembre 2014)

"Piacerà perché è un gran bel melodramma, allestito da un regista di prima fila (Gray) che sa raccontare come pochi le minoranze razziali in America. Qualcuno ha già fatto paragoni col mitico 'C'era una volta in America' di Sergio Leone. Bene, questo vale di più. Almeno per una ragione. Marion Cotillard che fa un'eroina sfigata ma indomita che avrebbe ispirato Verdi o Puccini. Fai dalla prima scena il tifo per lei. Dei gangsters di Leone non glie ne importava niente a nessuno." (Giorgio Carbone, 'Libero', 16 gennaio 2014)

"Elegante e gelido dramma in costume attorno a una triste storia d'immigrazione. (...) La malinconica Marion Cotillard batte un record: fa l'antico mestiere senza mostrare neppure una caviglia." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 16 gennaio 2014)

"C'è un grande regista americano da liberare dalla nicchia e da mettere in cornice. Si chiama James Gray. Ha alla spalle quattro film: 'Little Odessa', 'The Yard', 'I padroni della notte' e 'Two Lovers'. Il quinto, 'C'era una volta a New York (...). E a conferma che, per quantità, orari, attese troppo caricate e magari stanchezza di fruizione, i festival siano una delle occasioni peggiori per un'immediata e giusta valutazione non influenzata da fattori esterni, onestà vuole così che evidenzi come, dopo una seconda visione, il giudizio salga. Non un titolo in tono minore (che, comunque, per Gray significa sempre un profilo in rilievo) ma un'opera che conserva, sviluppa e imbandisce di preziosi intagli la creatività del suo autore. (...) Non è un caso che la denominazione originale, 'The Immigrant', echeggi l'omonimo capolavoro di Chaplin datato 1917: 'C'era una volta a New York' è impastato e modellato di quel qualcosa che folgorava le pellicole mute. Già, il melodramma, che è poi, con la famiglia come tema e pendolo ispirativo, il fondamento del cinema di Gray: mélo, contaminato in passato dal thriller o dalla bizzarria di una commedia da alienazione comportamentale, che può, in questa dimensione totalizzante, esplodere e implodere, di emozioni, di dolore, di acuta sofferenza e dissipazione morale dove l'individuo e le regole della comunità non possono non entrare in conflitto. Attraverso una ricostruzione d'epoca esaltante, la macchina da presa arpeggia sui personaggi tuffandoli in un ingranaggio di depravazione, turpitudine, corruzione e sorprendenti scatti di generosità e non immacolato romanticismo. L'occhio di Gray commuove tra pietà, commiserazione e specchio di una normalità abietta dove le 'tortorelle' di Bruno sono in vetrina per i clienti sotto un tunnel di Central Park dopo la cacciata dall'Eden puzzolente del teatro bordello. E per la prima volta Gray sceglie un'eroina come metronomo della storia, come modello di chi lotta per sconfiggere un destino miserando: per Ewa l'interpretazione di Marion Cotillard è uno scandaglio recitativo di valenza indimenticabile con un volto-schermo sul quale scorre la linfa, l'essenza e l'umana cognizione del tradimento, della caduta e del riscatto. Joaquin Phoenix, l'attore feticcio di Gray, è un Bruno bipolare, aggressivo, disarmante, imprevedibile, innamorato, disposto al sacrificio grazie ad un talento che carica l'alter ego di un'energia ad orologeria, alla quale risponde il mago di un Jeremy Renner folletto intenso e dalla duplice marcia tra il seducente e l'ambiguo. La messa in scena di Gray, come nella sequenza dell'epilogo che cita ancora i finali del vagabondo chapliniano ma non con l'ausilio della tendina a cerchio che cattura l'immagine sino a farla sfumare bensì sdoppiando l'inquadratura e la sorte, possiede una maestria così rara nell'Hollywood del Terzo Millennio. 'C'era una volta a New York' affascina e turba come l'Ellis Island che i migranti scambiavano per la porta del paradiso per entrare, invece, nei triboli di un inferno da poveracci." (Natalino Bruzzone, 'Il Secolo XIX', 15 gennaio 2014)
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