Bronson

GRAN BRETAGNA - 2008
4/5
Bronson
Le vicende di uno dei più famosi criminali inglesi, Michael Gordon Peterson, che nel 1974 a soli a 19 anni per farsi un nome tenta di rapinare un ufficio postale con un fucile a canne mozze. Arrestato e condannato a sette anni di carcere, durante il periodo della prigione diventa ossessionato dall'idea di diventare famoso e assume il "nome d'arte" di Charles Bronson. Per riuscire nel suo intento, Peterson/Charles Bronson inizia a mettere in atto una serie di azioni violente riuscendo a ottenendo numerosi prolungamenti di pena.
  • Durata: 89'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE, BIOGRAFICO, THRILLER
  • Specifiche tecniche: ARRICAM LT/ARRICAM ST/ARRIFLEX 416, 2K/SUPER 16/SUPER 35 STAMPATO A 35 MM (1:1.85)
  • Produzione: VERTIGO FILMS, 4DH FILMS, ARAMID ENTERTAINMENT, STR8JACKET CREATIONS, EM MEDIA, PERFUME FILMS
  • Distribuzione: ONE MOVIE (2011)
  • Vietato 14
  • Data uscita 10 Giugno 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Nicolas Winding Refn presenta… il detenuto più cattivo delle carceri britanniche, Michael Peterson. Condannato a 7 anni per rapina e poi asceso a fenomeno coatto (reclusione,  ma non solo), perché  quella pena è levitata a 34 anni (di cui 30 in isolamento) e oggi all’ergastolo causa irrefrenabili “intemperanze” dietro le sbarre. Circola una petizione per liberarlo, ma difficilmente il non-biopic del genietto danese, premio alla regia per Drive a Cannes, contribuirà al riesame: Bronson – il nickname con cui fu ribattezzato dal suo manager di street boxe – è un’iradiddio che butteresti via la chiave.
Crasi di Vin Diesel e Aldo Baglio, è lo straordinario Tom Hardy, con surplus di muscolatura, a dargli replica: non c’è trama, non c’è narrazione, piuttosto, rudi, crudi ma immaginifici tableaux vivants in prima persona singolare. In breve, che cinema è? Non un prison-break, perché il carcere è l’hortus conclusus di Bronson, che fuori è un disadattato imbelle, né uno slasher-movie, poiché le sparute efferatezze sono esternalità, né, ovviamente, cinema d’essai buono per (quasi) tutti i palati e i paraocchi: Refn sintetizza una molecola aliena, una scrittura privata da leggere tra le righe dei generi e l’interpunzione di un “cinema” altrove occhiuto e pastorizzato.
Al suo (metacinematografico) Bronson concede magnanimo il tu per tu con la camera, lo mette perfino sul palco di un music hall travestito da clown, ma c’è di più: in libera uscita è una splendida rappresentazione di un criminale e del suo habitat d’elezione, che la fotografia di Larry Smith sa accordare tra poesia e lirismo. Scorre il sangue e non si lesina sulle botte, ma questo calcolo agiografico (sui generis) ha per risultato un’iperrealistica catarsi, un affrancamento dalla prigionia audiovisiva ultima scorsa. A portarlo in sala è la benemerita One Movie, allo spettatore il gradito compito di togliersi le fette di cinemino dagli occhi e riscoprirsi giustizieri per immagini e suoni: in cattività è meglio. Almeno, per Bronson.

CRITICA

"II detenuto più cattivo delle carceri britanniche, Michael Peterson alias 'Bronson', e il regista più cool del momento (e non solo), Nicolas Winding Refn: metteteli dietro le sbarre e... cinema libera tutti. Condanna a 7 anni per rapina, pena levitata a 34 anni (ora ergastolo) causa irrefrenabili intemperanze. (...) Crasi di Vin Diesel e Aldo Baglio, lo straordinario Tom Hardy gli dà replica per un one man show coatto - in più di un'accezione - e liberatorio. Non c'è narrazione, ma nudi, crudi e immaginifici tableaux vivants, non c'é prison-break, perché Bronson sta meglio dentro, né slasher-movie, piuttosto, la scrittura stilosa di Refn: da leggere tra le righe dei generi e l'interpunzione di un cinema altrove pastorizzato. (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 9 giugno 2011)

"In Gran Bretagna è ambientato anche 'Bronson' di Nicolas Winding Refn, storia vera di Michael Gordon Peterson, soprannominato Charles Bronson. (...) In prigione l'uomo sarà protagonista di un crescendo di sanguinaria violenza che nulla risparmia allo spettatore." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 10 giugno 2011)
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