Bring Me The Head Of Carmen M.

Tragam-me a Cabeça de Carmen M.

BRASILE, PORTOGALLO - 2019
3,5/5
Bring Me The Head Of Carmen M.
L'attuale tumulto politico e sociale del Brasile fa da sfondo all'incubo tropicale in cui sprofonda un'attrice portoghese, Ana, che si trova a Rio de Janeiro per interpretare la parte di Carmen Miranda, personaggio divenuto proverbiale per aver esportato l'immagine della samba e del carnevale brasiliano. La pellicola passa dal bianco e nero al colore, con riferimenti al movimento tropicalista e alla lotta contro il cannibalismo culturale che sono emersi in Brasile nei tardi anni Sessanta.
  • Durata: 61'
  • Colore: B/N-C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Produzione: CAVI BORGES, FELIPE BRAGANÇA, CATARINA WALLENSTEIN PER CAVIDEO PRODUÇÕES

RECENSIONE

di Andrea Giovalè

La sezione competitiva “Pesaro Nuovo Cinema” della 55a Mostra Internazionale esordisce nel segno, anzi, sotto la bandiera sudamericana, dai colori verde-oro. Bring me the head of Carmen M. è infatti racconto quanto mai sabbioso, sudato, sofferto e sentito del Brasile, delle sue forti ossessioni e fortissime contraddizioni. Ma anche delle sue speranze, dei sogni e delle aspettative, talvolta destinate a rimanere tali, in un samba di luci e ombre, rituale vorticoso.

La coppia in regia, Felipe Bragança e Catarina Wallentstein (anche, peraltro eccezionale, attrice) ha presentato il film per gli incontri di Cinema in Piazza davanti, per l’appunto, a una gremita Piazza del Popolo. Uno schermo grande per inquadrature invadenti ai limiti del voyeurismo, che tuttavia più del voyeurismo denotano un immenso rispetto per l’estetica dei soggetti.

Persino quando quest’ultimi sembrano voler pervertire la propria stessa immagine. La Wallenstein raccoglie il testimone di un’altrettanto valida Helena Ignez, ma è la prima a trascinare lo sguardo del film in avanti, col suo corpo e la sua voce, strumenti imprescindibili, in questo caso più che mai.

Se infatti la narrazione potrebbe offrire il fianco a qualche criticità, come una lieve confusione, forse superflua, nella diacronia associata all’alternanza, comunque efficace, di colore e bianco e nero, sempre potente e significativo il vivere della protagonista, intimo il suo dialogo con se stessa e col paese, un grande specchio sul punto di frantumarsi.

Eppure, come il misterioso film – nel film – che si sente chiamata a realizzare non solo contro le difficoltà ma contro volontà e fatica, lei in qualche modo sopravvive. E noi con lei, passiamo sopra difetti e acerbità, per assorbire una confessione di colpa grande quanto una cultura, da chi di quella cultura è figlio adottivo. Felice, nonostante paure profonde e qualche forte turbolenza.

NOTE

- MENZIONE SPECIALE AL 55. PESARO NUOVO CINEMA (2019).
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