Boccaccio '70

ITALIA, FRANCIA - 1962
"Renzo e Luciana" - Luciana, per una clausola del suo contratto di lavoro deve tenere segreto a tutti il suo matrimonio con Renzo, che lavora nella stessa azienda. Un giorno però vengono scoperti dal loro capoufficio che li licenzia. Con le liquidazioni riescono ad affittare un appartamento e riusciranno anche a stare insieme tutto il giorno, senza dover più lavorare in orari diversi.

"Le tentazioni del dottor Antonio" - Il dottor Antonio, che vede il male ovunque, viene sconvolto da un cartellone pubblicitario. La donna ritratta lo ossessiona a tal punto che egli crederà di averla viva davanti a sé. Antonio segue questo fantasma, docile, allucinato fino a perdere la ragione.

"Il lavoro" - Un conte viene coinvolto in uno scandalo; ma la reazione della moglie è singolarissima. Per il futuro, la contessa vorrà essere retribuita tutte le volte che effettuerà i suoi doveri di moglie.

"La riffa" - Zoe organizza ogni settimana una speciale "riffa": il vincitore avrà diritto alla sua compagnia. Il vincitore è questa volta il sacrestano che dovrà però lasciare il suo posto ad un più aitante giovanotto di cui Zoe si è innamorata.

CAST

NOTE

- PER L'EPISODIO "IL LAVORO", L'ACCONCIATURA DI ROMY SCHNEIDER E' DI ALEXANDRE.

- NELLA VERSIONE DESTINATA ALL'ESTERO E' STATO ELIMINATO L'EPISODIO "RENZO E LUCIANA".

- PER L'EPISODIO "LA RIFFA", FRA GLI INTERPRETI: GLI ABITANTI DI LUGO, DOVE E' STATO GIRATO.

CRITICA

"Superficiale come impostazione (...) è l'esempio (...) dei pericoli cui i compromessi tra arte e spettacolo possono portare: quadretti di costume (...) di critica alle strutture e ai pregiudizi sociali (...) ricerca formale e di mestiere, e tanto sesso (...). E' nato da una delle tante idee che Zavattini tira fuori dalla sua fervida mente".("Nuovo Spettatore Cinematografico", 30-31, marzo/aprile 1962).

"Fellini con 'Le tentazioni del dottor Antonio' si è concesso una vacanza. Si è voluto divertire, e ha saputo divertire, toccando da buon cattolico uno degli aspetti più grotteschi di certe campagne moralizzatrici. E' riuscito a far recitare benissimo Peppino De Filippo, a dare alla Ekberg il modo di mostrare tutte le sue risorse, e ha messo loro d'intorno una piccola folla di personaggi caratterizzati fino allo spasimo. In questo è stato bravissimo (...) ha confermato le sue doti di inventiva, l'incisività del suo sarcasmo. Ma nulla più d'un sorriso." (Giovanni Grazzini, 24 febbraio 1962).

"Il gioco di Fellini è troppo facile e superficiale per convincere. Mette insieme un tipo di moralizzatore che ha tutti i requisiti per essere odioso, ridicolo, mostruoso. Poi lo consacra predicatore di morale. L'impressione che ne risulta è quella di una massiccia messa in ridere di ogni riflessione tesa e preoccupazione morale. Così massiccia e pesante che a un certo punto non si ride più." (Luigi Bini, "Letture", aprile 1962).

"L'episodio felliniano è un grottesco avanzato da |La dolce vita|, con cartocci e volute di un consapevole, e compiaciuto, barocchismo. Comincia assai bene, infilzando i nuovi flagellatori di costumi; gli ipocriti censori, con l'impeto di un Salvator Rosa, poi la cupola si schiaccia su una macchinosa saccenteria di dubbio gusto." (Leo Pestelli, "La Stampa", 24 febbraio 1962).
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