Blue in the Face

USA - 1995
Blue in the Face
Una tabaccheria di Brooklyn è l'angolo d'osservazione privilegiato del quartiere. Il gestore Auggie Wren sventa dapprima uno scippo ai danni di una giovane, ma quando questa vuole perdonare il ladruncolo l'uomo le ridà la refurtiva. Mentre la moglie del proprietario della tabaccheria si lamenta perché lui non la porta mai a Las Vegas, la donna di Auggie si infuria quando lui, che le ha promesso di portarla a ballare, si sottrae all'impegno. Poi un cliente decide di fumare l'ultima sigaretta, ricordando quando ha cominciato, ed un nero chiassoso viene nel negozio a vendere orologi falsi. Successivamente un nero di origini italiane incontra un ex compagno di scuola, che lo sottopone ad un eccentrico test. Un fantasma dei Dodgers, mitico team di baseball migrato a Los Angeles dopo lo scioglimento e la demolizione del vecchio stadio, convince il proprietario a non vendere il negozio, simbolo della residua identità del quartiere. Frattanto la moglie del proprietario è decisa ad andare a Las Vegas: alleggerisce la cassa e tenta persino di sedurre Auggie per farsi accompagnare, ma il marito pentito dopo un vivace e polemico chiarimento, parte con lei per il Nevada. Mentre la donna di Auggie viene a far pace con il fidanzato, questi riceve un originale telegramma cantato e danzato da una spigliata postina inviatogli dal proprietario che, tornato dal suo viaggio, canta la sua gioia con la chitarra.
  • Altri titoli:
    Alles blauer Dunst
    Brooklyn Boogie
  • Durata: 90'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA
  • Specifiche tecniche: PANAVISION, PANORAMICA 35 MM (1:1.85)
  • Tratto da: personaggi del film "Smoke" di Paul Auster
  • Produzione: GREG JOHNSON, PETER NEWMAN, DIANA PHILLIPS PER MIRAMAX FILMS, INTERNAL FILMS
  • Distribuzione: CECCHI GORI DISTRIBUZIONE (1996) - CECCHI GORI HOME VIDEO

NOTE

- REVISIONE MINISITERO GENNAIO 1996.

- HARVEY KEITEL E' ANCHE PRODUTTORE ESECUTIVO.

CRITICA

"Oltre alla gente di Brooklyn e ad alcuni degli attori che comparvero in 'Smoke', i quali riprendono i loro ruoli, 'Blue in the Face' si avvale di un buon numero di ospiti che animano le 'situazioni' create da Wayne Wang e Paul Auster e sviluppate con la loro collaborazione. Questi animatori, da Michael J. Fox a Roseanne, a John Lurie e alla sua band, erano invitati a svolgere uno spunto, ad andare a ruota libera senza mai fermarsi fino a diventare 'blue in the face', cioè a perdere il fiato. Chi il fiato non lo perde davvero è il regista Jim Jarmusch nel ruolo di un amatore di film di guerra che ha giurato di finirla con le sigarette ed è venuto a fumarsi l'ultima in compagnia di Auggie Wren: è un brano di strepitosa valenza umoristica e molto lo impreziosiscono i rimandi a un film con Richard Conte che fumava a sbafo di un commilitone (ambientato in Italia durante l'avanzata delle truppe americane si intitolava, nell'edizione italiana, 'Salerno ora X' e non, come si dice nei dialoghi, 'Una passeggiata nel sole'). Nonostante non racconti una 'storia' 'Blue in the Face' - nato a margine di 'Smoke', quasi come un divertimento fra amici - ha una forte presa sullo spettatore. I suoi tipi, le sue battute, le sue sintesi di esistenze condensate in poche immagini, in poche frasi, lo spingono nel bel mezzo di un quartiere dove, fra teppisti e fannulloni, vive tanta brava gente. E ci si trovano perfino esploratori che, muniti di lunghi bastoni, danno la caccia a sacchetti di plastica impigliatisi fra i rami degli alberi." (Francesco Bolzoni, 'Avvenire', 31 gennaio 1996).

"Nulla vuol essere 'documentario' in questo film che stimola e nutre continuamente l'immaginazione. In una scena, spesso rimossa dai commenti al film, compare perfino un fantasma: il fantasma di un asso (nero) dei Dodgers, la mitica squadra di baseball che giocava ai tempi d'oro. Di colpo l'ottimismo si carica di nostalgia, se non di amarezza, tutto brilla di una luce diversa. E poi chi ha detto che la gente di Brooklyn non possa recitare, anche cantando e ballando, la propria vita (i propri desideri)? Sogniamo un film simile che ci racconti la Garbatella, o Quarto Oggiaro, o qualsiasi quartiere periferico di una metropoli italiana. Da noi forse solo Moretti ha tentato qualcosa di vagamente analogo nel primo episodio di 'Caro Diario'. Ma quello era un soliloquio e a parlare erano le strade, le case, non le persone. Se è un caso, è un caso eloquente." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 5 febbraio 1996).

"E c'è voglia di conoscersi, di fare cinema diverso, sintonizzarsi sulla casualità della vita, recuperando il rapporto con gli altri, nella accezione un po' snobistica dei vip che fanno visita ai vip nella graziosa tabaccheria di quartiere dove vengono tutti, miraggio di aggregazione sociale a due passi dall'inferno." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 23 gennaio 1996).

"Il 'contesto' di Brooklyn, che si ripropone qui in un autoritratto soft, tollerante, interrazziale, pigramente inefficiente, umanisticamente capace di tirare a campare come proprio non sa fare la vicina Manhattan e come non riesce al confinante Bronx, è un 'campiello' popolato di fannulloni, filosofi da marciapiede, aspiranti alla gloria di Las Vegas, musicisti della domenica, amanti litigiosi, eccentrici poveracci. A ogni personaggio portante gli autori hanno concesso dieci minuti - un rullo - di assoluta libertà all'interno di un canovaccio tematico più che narrativo, in cui altri potevano intervenire in base a istruzioni segrete ricevute dalla regia. Ne è uscito un allegro gioco che nei momenti meno riusciti (pochi) ha il limite di sembrare un divertimento in famiglia, in quelli migliori è un manifesto di anarchica allegria e di indulgente tenerezza per un modo di vivere alla giornata che Auster pensa sia ancora possibile, in quelli più mondani - quando sono di scena Lou Reed che filosofeggia, Madonna che, in costume da valletta, fa il telegramma sonoro, Jim Jarmush che discetta sul fumo, Lili Tomlin travestita da barbone - dimostra che il piacere di un progetto diverso seduce chiunque. Alla fine sappiamo forse anche qualcosa su Brooklyn, che, grazie a Auster, a Wang e ai loro complici, sembra un posto dove si potrebbe persino scegliere di vivere. Ma si sa che il cinema è una magnifica illusione." (Irene Bignardi, 'La Repubblica', 21 gennaio 1996)
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