Birth - Io sono Sean

Birth

USA - 2004
Birth - Io sono Sean
Finalmente Anna, dopo la morte di suo marito Sean, ha ritrovato la felicità. A breve infatti sposerà il suo fidanzato Joseph. Improvvisamente però nella sua vita si intromette un ragazzino di dieci anni che le dice di essere la reincarnazione di Sean...
  • Altri titoli:
    LA NASCITA
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GIALLO
  • Specifiche tecniche: 35 MM (1:1,85)
  • Produzione: NICK MORRIS PER ACADEMY PRODUCTIONS, FINE LINE FEATURES, LOU YI INC.
  • Distribuzione: EAGLE PICTURES
  • Data uscita 17 Dicembre 2004

RECENSIONE

di Angela Prudenzi
Bella è bella, persino troppo. Così Nicole Kidman per vincere l'Oscar due anni fa ha dovuto imbruttirsi e vestire i panni della intelligente ma scarsamente fascinosa Virginia Woolf. Ignorata quando tornata splendente nei panni della innamorata fedele di Ritorno a Could Mountain, l'attrice australiana si è allora messa di impegno per trovare un soggetto che facesse di nuovo risaltare le sue doti di interprete. Immaginiamo che abbia fatto un salto sulla sedia quando ha letto la storia di Birth, ritratto a tutto tondo della giovane Anna, alla quale il destino ha strappato l'amatissimo marito Sean. Dopo dieci anni, alla vigilia delle nozze con un manager tanto indaffarato quanto attento ai suoi bisogni, un ragazzino arriva a sconvolgerle la vita. Il piccolo ha dieci anni, giusto il lasso di tempo passato dalla scomparsa di Sean, e afferma di essere la sua reincarnazione. Anche il nome è lo stesso, ma cosa più sorprendente sembra conoscere particolari della loro vita a due che nessuno dovrebbe sapere. Credere? Non credere? Tutto si complica quando Anna comincia a pensare che il nuovo matrimonio sia un errore e a sentire rinascere dentro di sé l'antico sentimento. Non sveliamo oltre perché il finale, ambiguo come è giusto che sia, ha in serbo un paio di colpi scena che lasciano molte domande senza risposta. Domande che sono poi le stesse che ogni individuo si pone almeno una volta nella vita. Si può comunicare con i morti? Per chi ha tanto voluto bene è possibile tornare a far sentire di nuovo il proprio calore, magari attraverso l'affetto di qualcun altro? E ancora: un amore forte, profondo, generoso, scompare con la morte della persona amata? Birth si guarda bene dal dare risposte, si diceva. E non cede nemmeno alla tentazione di creare atmosfere soprannaturali, il vero mistero al centro del film è quello della natura profonda dell'amore, insondabile, sfuggente, inspiegabile. Buona parte delle intenzioni del regista sono condensate nella figura di Anna, alla quale la Kidman dà tutta l'anima pur di arricchire un personaggio che nel corso della vicenda è travolto da un fiume di sentimenti diversi. La sua recitazione ha però qualcosa di eccessivamente costruito. Chissà se convincerà la giuria a regalarle quella Coppa Volpi che Müller ha preannunciato per lei.

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 61MA MOSTRA INTERNAZIONALE DEL CINEMA DI VENEZIA (2004)

CRITICA

"Molti film raccontano una storia ma ne nascondono un'altra. Inscenano personaggi, conflitti, sentimenti per alludere a qualcosa che non possono (non vogliono) raccontare apertamente. Fra questi film perversi, spesso molto interessanti, c'è 'Birth' di Jonathan Glazer, premiato regista inglese di videoclip all'opera seconda dopo il diversissimo 'Sexy Beast'. Esteriormente è la storia di un dilemma. (...) Lo spettatore sa e non sa, così la regia riesce abilmente a convincerlo che forse, chissà, chi può dirlo. O più semplicemente, come capiremo solo alla fine, qualche personaggio ha una vera vena di follia. Ma questa è solo la superficie di un film dal linguaggio sapiente che allude a pulsioni e inquietudini più oscure. In testa quelle che possono portare un bambino, per quanto intraprendente, verso una donna molto ricca (dettaglio non secondario) e più grande di lui. Ma anche viceversa. La bella Nicole inizia ad essere attratta dal piccolo Sean perché comincia a credergli, o viceversa? A seconda della risposta, il film cambia completamente prospettiva. Non è poco, a ben vedere." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 settembre 2004)

"Come antidoto il giovane Jonathan Glazer può contare su Nicole Kidman, l'unica diva moderna che trasforma qualsiasi apparizione in inno alla grazia e quindi alla vita. Certo l'ultima erede dei dipinti di Botticelli non ha il potere di far diventare i brutti film belli, come purtroppo si è visto in molti casi recenti; ma quando una simile protagonista attira su di sé il peso specifico della messinscena, costringendo la trama a mettersi al servizio del suo show di primi piani e figure intere, pubblico e critica vedono sfaldarsi notevolmente le abituali reazioni e categorie di giudizio. Glazer, dopo i pluripremiati video musicali e spot pubblicitari e l'opera prima 'Sexy Beast', si dimostra regista assai accorto, capace cioè di confezionare 'Birth' con tutta la morbidezza richiesta dallo spunto improbabile: (...) L'idea fiabesca che Glazer ha del film proprio non riesce a reggere, nonostante la prudenza, per non dire, la neutralità dell'effusione melodrammatica: nella scenografia platealmente distanziata né lo scandalo dell'amour fou, che culmina in un bagno nella stessa vasca e nel casto bacetto sulla bocca del ragazzino, né il disagio psichico della sopravvivenza conquistano dignità drammaturgica. A superare gli argini di un film ancora più piccolo delle sue ambizioni minimaliste resta solo Anna, anzi Nicole acconciata con un taglio di capelli cortissimo alla Jean Seberg o alla Mia Farrow che avrebbe penalizzato chiunque non fosse come lei nata per l'obiettivo." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 9 settembre 2004)

"Una favola americana, 'Birth'. L'ha diretta Jonathan Glazer che con le favole, finora non ha avuto molta dimestichezza (si ricordi il suo 'Sexy Beast'), però se l'è fatta scrivere da Jean-Claude Carrière, non solo sceneggiatore di molti film di Buñuel (che comunque, pur surreali, favole non erano), ma collaboratore tempo fa del Dalai Lama per un libro sul buddhismo che nel film ha spazi perché vi si dà rilievo ad una possibile reincarnazione. (...) Ci si diverte per l'ambiguità, all'inizio, della situazione, dosata anche con una certa furbizia, poi si guarda solo a Nicole Kidman. Perché è bella e brava più del solito." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 9 settembre 2004)

"Il copione, scritto dal regista in collaborazione con Jean-Claude Carrière, non pretende di far passare per autentico un evento incredibile, del quale finisce anzi per dare una spiegazione. (...) Ciò che conta, però, è la suggestione delle immagini di una New York cupa e decolorata, opera dello straordinario operatore Harry Savides, e la complessa originalità del groviglio psicologico. E Nicole Kidman, altro che fischi: meriterebbe un ulteriore premio da aggiungere alla sua collezione per il coraggio che la guida in una successione di sfide da Kubrick a von Trier." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 9 settembre 2004)

"Domina Nicole Kidman, ormai macchina celibe del cinema. Se intorno a lei - corpo stilizzato, capelli da monello - ci fosse il vuoto assoluto, il film sarebbe sempre film. Tutto nel suo viso, inquadrato minuto per minuto, tipo l'Empire State Building di Warhol. Una sequenza interminabile la vede senza espressione fino alle lacrime. (...) La fotografia misteriosa e solenne (del genio Harris Savides, 'Elephant', 'Gerry', che ha anche sceneggiato insieme a 'Finding Forrester', tutti di Gus Van Sant) costruisce un set magico, conturbante. Al centro la geometria di un altro mito, Central Park, dai lineamenti non meno espressivi di quelli di Nicole. Ponticelli, sottopassaggi, curve, spianate e cespugli, ogni angolo è una scheggia di altri set. Inoltre, la sceneggiatura è scritta da Jean Claude Carrière, penna storica a partire dagli anni `50 (da Tati all''Oscuro oggetto del desiderio'). Un francese più un inglese artista di spot pubblicitari all'opera seconda, Jonathan Glazer ('Sexy Beast'), l'australiana Kidman e il figlio d'arte Danny Huston (figlio di John). Conclude il supercast, Lauren Bacall. (...) Il film si avvolge su se stesso, s'impantana, suona sempre lo stesso solco. Ma che importa. Ogni frammento canta per conto suo e dice di un film che avrebbe potuto essere, al di là del gioco 'Sean sì Sean no'. E Nicole Kidman nei suoi virtuosismi esasperati sa alla fine amare davvero qualcuno inadeguato, asimmetrico, non convenzionale, di più e oltre il marito banale alto-borghese, dedito allo jogging, alla buona tavola e alla moglie del suo migliore amico." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 9 settembre 2004)

"Per essere un film noioso - e lo è - 'Birth' sortisce un effetto bizzarro: sembra corto, perché finisce senza che sia mai cominciato. Smarrito nella vaghezza della storia, ciascuno fa quel che può: Nicole Kidman si aggrappa nel suo premiato ruolo in 'The Others'; Lauren Bacall spande perle di cinismo; gli altri navigano a vista. La regia di Jonathan Blazer ce la mette tutta per mostrare che siamo in zona cinema drammatico d'autore." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 9 settembre 2004)

"Non è sempre vero che i festival aiutano i film. Vedi il caso di 'Birth - Io sono Sean', pellicola raffinata e difficile bastonata dalla critica alla Mostra del cinema di Venezia, da cui è uscita senza nessun premio. Penalizzando in particolare Nicole Kidman, diva dalle scelte intrepide che l'hanno portata da Jane Campion a Kubrick, da Luhrman a Lars von Trier e ad Amenábar, per citare solo alcuni dei suoi appuntamenti artistici più impegnativi. Tra i quali si inserisce di diritto quest'opera seconda (dopo il sorprendente 'Sexy Beast', 2000) dell'inglese Jonathan Blazer, un regista che ha maturato un perfetto
magistero tecnico facendo della pubblicità e del quale capiterà sicuramente di occuparci nell' immediato futuro. (...) Scritto dal regista in collaborazione con Jean-Claude Carrière, storico collaboratore di Buñuel, il copione non pretende di far passare per autentico un evento totalmente incredibile, del quale finisce anzi per dare una spiegazione quasi logica. Ciò che conta, però, è la suggestione delle immagini di una New York cupa e decolorata, opera dello straordinario operatore Harry Savides, e la complessa originalità del groviglio psicologico." (Tullio Kezich, 'Corriere della Sera', 18 dicembre 2004)
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