Birdman o L'imprevedibile virtù dell'ignoranza

Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)

USA - 2014
4/5
Birdman o L'imprevedibile virtù dell'ignoranza
Riggan Thomson, attore famoso per aver interpretato il celebre supereroe 'Birdman', tenta di tornare sulla cresta dell'onda mettendo in scena a Broadway una pièce teatrale - tratta dal racconto di Raymond Carver "What We Talk About When We Talk About Love" - che dovrebbe rilanciarne il successo. Nei giorni che precedono la sera della prima, deve fare i conti con un ego irriducibile e gli sforzi per salvare la sua famiglia, la carriera e se stesso.
  • Altri titoli:
    Le imprevedibili virtù dell'ignoranza
    The Unexpected Virtue of Ignorance
    Birdman
  • Durata: 119'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, NOIR
  • Specifiche tecniche: ARRI ALEXA XT, ARRIRAW
  • Produzione: ALEJANDRO GONZÁLEZ IÑÁRRITU, JOHN LESHER, ARNON MILCHAN, JAMES W. SKOTCHDOPOLE PER NEW REGENCY PICTURES, M. PRODUCTIONS, LE GRISBI PRODUCTIONS
  • Distribuzione: TWENTIETH CENTURY FOX ITALY (2015)
  • Data uscita 5 Febbraio 2015

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Riggan Thomson (Michael Keaton) sta per esordire a Broadway. Stella del cinema tramontata - fino agli inizi dei '90 iconico supereroe dietro il costume di Birdman -, oggi, a 60 anni suonati, l'attore tenta di ricostruirsi un'immagine partendo da un testo di Raymond Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore.
L'impresa è ardua, però: alle continue discussioni con l'amico, produttore, avvocato Jake (Zach Galifianakis) si aggiunge poco dopo la difficile gestione del nuovo arrivato Mike (Edward Norton), attore talentuoso ma uomo impossibile, per non parlare del rapporto conflittuale con la figlia Sam (Emma Stone), fresca di rehab, e della difficile relazione con la collega di palco Laura (Andrea Riseborough). Naturalmente sono in pochissimi a dargli credito, men che meno la temibile critica teatrale del New York Times, Tabitha Dickinson (Lindsay Duncan), decisa a stroncarlo ancor prima di vedere la piece. Oltretutto, c'è qualcuno da cui Riggan proprio non riesce a liberarsi: Birdman, che non smette un secondo di incitarlo a mollare tutto e ritornare a volare. A reindossare la maschera dell'effimero per sentirsi, ancora una volta, vivo.

Dopo Gravity di Alfonso Cuarón, la Mostra di Venezia regala un'altra, straordinaria apertura: è Birdman - O le imprevedibili virtù dell'ignoranza di Alejandro González Iñárritu: lontanissimi tra loro, i due film sono accomunati da un particolare di non poco conto, Emmanuel Lubezki, tra i più grandi direttori della fotografia contemporanei, artefice di un ulteriore "miracolo" cinematografico. Dal camerino al palcoscenico, dai marciapiedi di Broadway alla platea del teatro, dal tetto del palazzo al cielo di New York: il primo "stacco" arriva un'ora e cinquanta minuti dopo l'inizio del film, che tentando di mescolare cinema-vita-teatro produce effetti stranianti e totale empatia con i personaggi. E' un flusso ininterrotto, un pianosequenza ardito e sporco, un vortice che risucchia sguardo e emozioni: per riflettere su dicotomie ataviche come arte vs. intrattenimento, popolarità e prestigio ("La fama è la cugina zoccola del prestigio", cit.), realtà e messa in scena, che non risparmia attacchi all'aridità di posizioni radicali (la figura del critico) o alla vacuità dei social network e si interroga, a suo modo, sulla disperata ricerca d'amore di ogni essere umano.

Iñárritu scopre un nuovo modo di fare cinema, si mette in gioco ancora una volta, realizza forse la sua opera più libera e sincera, supera definitivamente la "fase Arriaga" e si svincola dai ricatti emotivi (Biutiful), raggiungendo con Birdman il punto più alto della sua filmografia. Anche grazie alla prova maiuscola del redivivo Michael Keaton (i due Batman con Tim Burton sono rimando sin troppo limpido), che non a caso riporta alla mente il Mickey Rourke di The Wrestler (operazione, quella di Aronofsky, poi non così dissimile a questa) e dell'intero cast tutto, da Edward Norton a Galifianakis, fino a Naomi Watts.

NOTE

- FILM D'APERTURA ALLA 71. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2014), SI E' AGGIUDICATO IL LEONCINO D'ORO AGISCUOLA, IL FUTURE FILM FESTIVAL DIGITAL AWARD, IL PREMIO P. NAZARENO TADDEI, IL PREMIO SOUNDTRACK STARS ALLA MIGLIORE COLONNA SONORA DEI FILM IN SELEZIONE UFFICIALE.

- GOLDEN GLOBE 2015 PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (MICHAEL KEATON) PER LA CATEGORIA COMMEDIA/MUSICAL E SCENEGGIATURA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM PER LA CATEGORIA COMMEDIA/MUSICAL, ATTRICE (EMMA STONE) E ATTORE (EDWARD NORTON) NON PROTAGONISTI, REGIA E COLONNA SONORA.

- OSCAR 2015 PER: MIGLIOR FILM, REGIA, SCENEGGIATURA ORIGINALE E FOTOGRAFIA. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (MICHAEL KEATON), ATTORE (EDWARD NORTON) E ATTRICE (EMMA STONE) NON PROTAGONISTI, MISSAGGIO E MONTAGGIO SONORO.

- DAVID DI DONATELLO 2015 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

CRITICA

"Di che cosa parliamo quando parliamo d'amore? È questo, senza interrogativo finale, il titolo di una delle più straordinarie raccolte di racconti del Novecento. Ed è la domanda che attraversa il nuovo film di González Iñárritu, 'Birdman', uno dei migliori dell'anno (...). Lo sappiamo al cinema dai tempi dell''Effetto notte' di Truffaut. È un disperato bisogno d'amore che spinge a fare il mestiere dell'attore e forse anche per altri: ormai quasi tutti sono attori, qualsiasi lavoro facciano. Ma quale sia la forma di questo amore, se la fama, il successo, l'adorazione, il numero dei followers e come questa ricerca influisca sul bisogno d'amore quotidiano, tangibile per una donna, un uomo, un figlio, un amico, questo è il tormento del nostro eroe. (...) La camera di Iñárritu lo insegue in un flusso continuo, omaggio cinefilo al grande Hitchcock, sfiorando con leggerezza alcuni solidi luoghi comuni - il rapporto fra cinema e teatro e letteratura, fra arte e mercato - senza mai cadere nella banalità e anzi virando ogni volta verso situazioni inattese, a tratti d'irresistibile comicità. Nella forma e nella sostanza Iñárritu descrive la parabola del folle volo di un Ulisse, di un Icaro del nostro tempo fragile e disperso fra mille inutili tentazioni e ricorrenti crisi d'identità. La forza creativa del cinema di Iñárritu è sostenuta da una scrittura brillante e da una prova d'attori fenomenale. Ed Norton è travolgente nella parte di Mike (...), Emma Stone, sempre più brava (...), Naomi Watts è perfetta nel ruolo di un'attrice in fuga dal ruolo di sex symbol. Su tutti però giganteggia Michael Keaton, già vincitore del Globen Globe e favorito per un Oscar che realizzerebbe un'altra favola hollywoodiana. Perché si tratta proprio di lui, del Keaton protagonista dei primi due 'Batman', poi ripudiato dalla Mecca del cinema per aver rifiutato 'Batman 3' e ora tornato alla gloria con il personaggio autobiografico di Birdman, fra gli applausi del pubblico che si era dimenticato di lui e gli osanna d'una critica che l'aveva sempre considerato un mediocre attore miracolato dal botteghino. Con 'Birdman' il messicano Alejandro Iñárritu si conferma uno dei registi di maggior talento del panorama cinematografico mondiale (...)." (Curzio Maltese, 'La Repubblica', 2 febbraio 2015)

"(...) «Birdman» rappresenti uno dei titoli più rilevanti delle ultime stagioni (...) la commedia nera architettata sui tormenti di Riggan (...) ,ha tutto per convincere anche la cinefilia più accigliata. Nella miriade di spunti centrali e collaterali che scandiscono l'allestimento, le prove e i contrattempi nei tre giorni precedenti la prima, il regista messicano trapiantato negli Usa muove le pedine di un gioco al massacro che non risparmia nessuno: attori vanitosi e spregiudicati, colleghe frustrate, ex mogli fameliche, figli disastrati, giornalisti idioti, pubblico bue, tutti braccati dalla cinepresa con sinuosi piani sequenza mentre anche Riggan, in piena crisi autodistruttiva, non può liberarsi dal flusso di coscienza della voce interiore né dalla proiezione dell'altro se stesso ovvero il gigantesco supereroe mascherato da uccello rapace. Una struttura acrobatica fomentatrice di cortocircuiti a catena tra delirio, sarcasmo e ferocia a cui è particolarmente versato il regista di «21 grammi» e «Babel» (come sottolinea il sottotitolo alla De Sade «... o l'insospettabile virtù dell'ignoranza»), qui supportato dalle ideali performance di Keaton, Norton, Stone e Watts che sarebbe ancora meglio, peraltro, apprezzare in versione originale sottotitolata. Se un difetto può imputarsi a «Birdman» è solo quello della sovrabbondanza: non tanto delle tematiche che oscillano sapientemente tra quelle più ovvie (la satira dei media e dei social network, la crisi d'identità tra privato e pubblico dei divi) e quelle più sofisticate (le diverse tecniche di recitazione, i classici letterari cari al pubblico del teatro), quanto delle visioni apocalittiche e delle catarsi poetiche assegnate al protagonista e dilaganti in un ultimo quarto d'ora in cui allo spettatore vengono proposti un numero imbarazzante di falsi finali." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 5 febbraio 2015)

"(...) soprattutto 'Birdman' è la surreale tragicommedia di un uomo atterrito dallo spettro incombente di un fallimento personale e professionale; e - anche se una sua debolezza è proprio quella drammaturgica di tirare in ballo un deuteragonista del peso di Edward Norton per poi mollarlo a metà strada - è un film sul teatro nel teatro, su quello scontro di egocentrismi che durante le prove possono creare situazioni di conflitto eventualmente funzionali alla riuscita dello spettacolo. Pur incarnati da eccellenti attori (dalla figlia Emma Stone al produttore Zach Galifianakis) gli altri personaggi in realtà contano relativamente, stanno li solo per dare il la a Riggan. (...) Svariando su una gamma di emozioni che va dall'isterismo alla frustrazione, Keaton impersona Riggen mettendosi sfrontatamente a nudo con coraggiosa autoironia. E intanto Iñárritu e il suo fantastico direttore di fotografia Emmanuel Lubezki gli stanno addosso in lunghe scene dal ritmo incalzante che non conosce pause, dando l'impressione di un racconto svolto in un unico, acrobatico piano sequenza. Fino a un finale metaforico che non ci ha molto convinto, ma che nulla toglie alla travolgente, disperata energia di un film non a caso candidato a nove premi Oscar." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 5 febbraio 2015)

"'Birdman segna un cambio di rotta nella filmografia del premiatissimo regista messicano Alejandro González Iñárritu, cha abbandona drammi e giochi di destini incrociati per cimentarsi nella black comedy. E ci racconta una Hollywood in crisi culturale ed esistenziale, popolata da attori schiacciati dal proprio io, affannata a sfornare prodotti costruiti su misura per un pubblico di adolescenti. (...) Vicino a Wilder e Altman che hanno smitizzato il dorato mondo del cinema americano, non lontano da 'Essere John Malkovich' per la feroce 'decostruzione' della figura dell'attore, 'Birdman' si concede altri giochi metacinematografici (nel cast anche Edward Norton, ex Hulk e Emma Stone, ex fidanzata di Spiderman, tanto per rimanere in tema di fumetti) con stile assai personale, e sceglie di raccontare le vicende a cui assistiamo attraverso lunghi e complessi piani sequenza, senza stacchi di montaggio. Una scelta sperimentale per restituire la verità di ciò che accadeva in ogni singolo momento, senza alcuna manipolazione successiva. Al cinema come al teatro dunque, con attori che entrano ed escono dall'inquadratura come fossero su un palcoscenico. Con la macchina da presa freneticamente all'inseguimento dei personaggi, dentro e fuori dai camerini, nel backstage, lungo i corridoi, sul palco, per strada. Energico, vitale, traboccante di idee, il film che ci regala non poche scene destinate a rimanere scolpite nella memoria, sarebbe un vero capolavoro se la sua ridondanza con lo facesse slittare negli ultimi venti minuti, scanditi da troppi finali che disinnescano la forza di una conclusione degna delle premesse. Ma il cuore del film batte forte intorno alla lotta tra un uomo e il suo ego, che lo inganna sui suoi veri bisogni e lo spinge a confondere l'ammirazione con l'affetto e la stima. Un rischio fortemente alimentato negli ultimi anni dai social network - aveva ammonito lo stesso regista - capaci di distorcere la realtà senza lasciare spazio alla riflessione e all'approfondimento." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 5 febbraio 2015)

"Una battuta (...) per graffiare l'immaginario sulle celebrities, virtuosi pianisequenza sapientemente raccordati e una commedia nera sui generis, una sorta di 'Effetto notte' sulle macerie di Hollywood ma ambientato a Broadway (...). Copione affilato e meta-teatro, interpreti eccellenti e una percussiva colonna sonora (Antonio Sanchez) da antologia, 'Birdman' è molto fumo, narcisismo e sballo d'artista, ma anche sostanza antropologica: fiera delle vanità, tutti noi." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 5 febbraio 2015)

"Piacerà a chi (inclusi noi) riteneva Iñárritu ornai bollito (motivo: l'ultimo decennio a non fare niente tranne un pasticciaccio brutto come 'Biutiful' con Javier Bardem). E invece Alejandro González è vivo, è persino cresciuto e magari vince l'Oscar. Perché cresciuto? Perché finalmente s'è liberato della narrazione a sbalzi di tempo e di luogo ('Babel', '21 grammi') che si stava rivelando una fastidiosa maniera. In 'Birdman' non salta da nessuna parte. Anzi l'intera storia girata in un lunghissimo piano sequenza dove gli attori sono tallonati senza sosta. Ma è possibile che 'Birdman' (...) sia ricordato in avvenire come uno dei film che meglio hanno saputo raccontare Hollywood e Broadway, probabilmente l'America, possibilmente il mondo al giro di boa del secondo decennio del nuovo secolo. Del quale 'Birdman' dà un quadro nero, nerissimo. Anche se la storia sembra procedere festosa e impudente (non c'è un personaggio che non sia vicino alla caricatura) il grande paese dalla California al New England pare schiacciato dal moloch del social network (solo Twitter sembra poter stabilire se sei buono o cattivo, amato o disprezzato, bravo o cane)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 5 febbraio 2015)

"'Birdman' è un gran bel film, interpretato da un cast strepitoso, godibile peri suoi dialoghi spiritosi, con il solo vizio di aver trattato troppi temi che finiscono, in alcuni momenti, per rallentarlo. Da Oscar." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 5 febbraio 2015)

"Per il messicano Iñárritu ('21 grammi'), di discontinua affidabilità, è un ritorno a doti di scavo e dialettica. Girato con interminabili piano-sequenza (fotografia del premio Oscar Lubezki), prova di mattatori in scene madri, risente la rincorsa per dimostrare abilità e dominio del set. Ma non è facile distrarsi da una verità amara del film: è durissima, quando ci prende il bisogno di «diventare ciò che siamo»." (Silvio Danese', 'Nazione - Carlino - Giorno', 6 febbraio 2015)

"Si esce sempre con una strana sensazione di «troppo pieno» dai film di Alejandro G. Iñárritu. Troppe coincidenze, per esempio, in 'Babel'. O troppa malasorte in 'Biutiful'. Anche questo 'Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance)', selezionato per aprire la Mostra e il concorso, ti lascia l'impressione di un'opera strabordante, con la cui materia si sarebbero potuti fare altri tre o quattro film. Decisamente l'«economia di mezzi» non è un concetto a cui il regista messicano si sente vicino. Questo rigoglio, comunque, non deve cancellare le qualità del film, a cominciare da un gruppo di attori tutti in forma perfetta: c'è Michael Keaton (...); c'è Edward Norton nei panni del comprimario di lusso, arruolato all'ultimo momento e testardo epigono di un Metodo ridotto a macchietta; ci sono Naomi Watts e Andrea Riseborough nel ruolo delle due coprotagoniste (...); c'è Emma Stone che interpreta la fragile figlia di Keaton (...); e ancora Zach Galifianakis nel ruolo dell'amico produttore e Amy Ryan in quella dell'ex moglie del protagonista. Tutti insieme sono seguiti dai lunghissimi piani sequenza di lñárritu durante i tre giorni di prove prima del debutto: prodezze tecniche (anche se oggi le tecnologie digitali permettono riprese impensabili in passato e fingono con più realismo la continuità spazio-temporale) e prodezze recitative, dove fatichi a capire chi sia il più bravo. E tutt'intorno mille temi, affrontati lancia in resta da una sceneggiatura che passa con disinvoltura dalla commedia survoltata al dramma intimista, dalla confessione a viso aperto all'ironia senza sconti: si parla di cinema e di teatro, di Hollywood e di Broadway, di vita e di recitazione, di fallimenti e seconde opportunità. Ce n'è per i giornalisti (la mini-conferenza stampa è esilarante) e per i critici (descritti con una cattiveria chirurgica e che alla fine del film ci «spiegherà» il senso del sottotitolo: l'inaspettata virtù dell'ignoranza), per le vanità degli attori e l'egoismo degli uomini, per le star (oggetto di battute esilaranti di cui fanno le spese Fassbender, Ryan Gosling e Meg Ryan tra gli altri) e per i fan, per twitter e facebook... Ognuno può trovare la sua «fetta di torta» preferita, anche se alla fine c'è in agguato il pericolo indigestione." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 20 agosto 2014)

"Un film tutto dialoghi brillanti e trascinanti piani sequenza contro la retorica dell'azione e degli effetti speciali (che però fanno capolino in sottofinale). Un cast di attori (formidabili) che recitano la parte di attori, entrando e uscendo di continuo dal ruolo, con mille allusioni alle loro vere carriere. E un regista che è nato in Messico ma firma un film americano fino al midollo. Non solo per cast e ambientazione, ma perché il teatro-nel-teatro, da Cukor a Scorsese, da Cassavetes a Bob Fosse, è uno dei sottogeneri più antichi e capaci di rinnovarsi del cinema Usa. Tanto che Alejandro González Iñárritu e i suoi eccellenti co-sceneggiatori (Nicolas Giacobone, Alexander Dinelaris Jr., Armando Bo) se ne sono impadroniti per fare un film molto contemporaneo che attraverso gli attori e le loro nevrosi guarda all'era dei social network, dei supereroi, del cinema digitale, dell'infantilizzazione di massa, insomma a tutti noi. Con un divertimento, una cattiveria, una capacità di suonare tutte le corde dello spettacolo di oggi, che sono una prova continua di intelligenza e coraggio. (...) Una black comedy arida e spiazzante che rinnova il genere proiettandolo sullo sfondo della cultura pop di oggi. (...) Perché in fondo la vita non esiste e soprattutto non conta. Conta solo ciò che accade in scena, è finche si gioca davvero la nostra verità profonda. O almeno questo tendono a credere gli attori. Ma non siamo tutti un po' attori nella vita di ogni giorno? E se un attore raggiunge l'eccitazione sessuale solo in scena, sarà un grande artista o deve iniziare a preoccuparsi? Girato a passo di carica da un regista che conosce come nessuno l'arte di passare da una scena all'altra, affollato di coprotagonisti di lusso, con una menzione speciale per Emma Stone (...), potenziato dalle percussioni entusiasmanti ma mai invadenti di Antonio Sanchez, 'Birdman' ha tutti numeri per tornare sul palco la sera dei premi (...)." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 28 agosto 2013)

"'Birdman' non è Hollywood contro New York, celebrities contro attori, commerciale contro autoriale in quell'opposizione alto/basso culturale così riduttiva che oggi, in era di un neo-conservatorismo del pensiero diffuso, sembra tornata a formattare il giudizio. Almeno quando si tratta di decidere cosa è popolare e cosa no, cosa è giusto per il pubblico e cosa no... Anche se questo c'è, ovviamente, e anzi il regista messicano si diverte a giocare con i «luoghi» dello spettacolo americano, il mercato attuale delle grosse produzioni o i prodotti snob della scena teatrale - l'uno e l'altro illuminati con ironia molto divertente, tra i giovani attori come Fassbender tutti impegnati in serie alla 'Avengers', e la critica teatrale che si limita alle etichette. E con gli specchi in cui riflette gli attori, a cominciare da Keaton, per anni Batman, fino alla 'Mulholland Drive' lynchana di Naomi Watts, o a Emma Stone, fidanzata di Spider Man, intorno ai quali costruisce una precisa trama di rimandi, anche se forse dei suoi film questo è il meno barocco, nella continua oscillazione tra realtà e fantastico. E proprio i tocchi surreali, quella voce che Thompson sente, la sua vocetta interiore, la voce di Birdman, che glielo ripete di lasciar perdere di tornare alla «buona vecchia pornografia apocalittica di sangue e adrenalina», coi superpoteri che gli sono rimasti, volare sulla città, tra i grattacieli, come un uccello, ci portano al cuore commuovente e profondo di questo «ritratto d'attore», che è quello carveriano, la stessa implorazione che il personaggio del dramma grida al mondo sul palcoscenico, volevo solo essere amato. Ecco, Birdman è Carver - che non dimentica l'Altman di 'America oggi' - dentro e fuori la scena, proprio come dentro e fuori lo schermo si muove Iñárritu, nelle sue immagini che ci mostrano tutto senza interruzioni - grazie a un lavoro di preparazione accuratissimo - come se stesse accadendo in quel momento, «vero» perché meticolosamente messo in scena. Su questo bordo scorrono la malinconia e la dolcezza della vita, l'eterna domanda del nostro stare al mondo, che attraversa i film del regista, quell'impossibile desiderio di essere qualcos'altro, e la necessità di fare finta di nulla, può essere distrazione o spregiudicatezza. Birdman è un magnifico film sul sentimento del nostro contemporaneo, che solo la potenza dell'immaginario può catturare."(Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 28 agosto 2014)

"Quel rumoroso successo giovanilista che Michal Keaton aveva conquistato nel 1989 e nel 1992 interpretando con la regia di Tim Burton il supereroe da fumetto Batman, fa di lui il protagonista ideale di 'Birdman o (L'inaspettata virtù dell'ignoranza)', sesto e forse più bello dei film del regista messicano Alejandro Gonzales Iñárritu, (...) Variety paragona la crisi esistenziale di Riggan a quella del protagonista di 'La grande bellezza'. Iñárritu costruisce una storia allo stesso tempo divertente e angosci osa, reale e surreale, mostrando il contrasto tra l'impegno e la fatica di fare teatro e cultura oggi, col suo piccolo mondo aristocratico di appassionati, e l'immediatezza della popolarità da social network, per esempio un milione di 'mi piace', di followers, per essersi mostrato in mutande tra gli spettatori di un teatro: come capita a Riggan ." (Natalia Aspesi, 'La Repubblica', 28 agosto 2014)

"Alejandro Iñárritu è il regista messicano di 'Amores Perros', '21 grammi' e 'Babel'. Ha cinquant'anni, ha fatto relativamente pochi film: cinque in quindici anni, con questo. E capisci perché, quando vedi 'Birdman'. Film così non si fanno in un minuto né in un giorno. Ci vogliono sangue e sudore. (...) Diciamolo subito: difficile mettere insieme in un film tanto virtuosismo tecnico - il film è tutto girato in piano sequenza, come 'Nodo alla gola' di Hitchcock, con riprese uniche senza stacchi dove tutto deve essere perfetto - e tanta tensione emotiva nella recitazione, tanta verità umana e tanta follia cinematografica. E ancora, dialoghi affilati come coltelli, luccicanti di ironia, ma anche follemente dolorosi. Vedi gli attori, e ti sembra di essere insieme a loro: guardi gli occhi di Emma Stone fissi dopo che l'ha appena detta grossa, vedi affiorare un tic sulla faccia di Michael Keaton e sembra quasi involontario, senti il sudore, la paura, l'umiliazione, l'esaltazione, l'incertezza che vivono i personaggi come se fossero tue. E c'è un'altra cosa straordinaria nel film: ogni momento sembra risolvere le domande che ti vorticavano in testa. Ogni momento sembra dare la risposta. E poi viene distrutto dal momento successivo. Si procede per equilibri precari, tutto sembra giusto e poi diventa sbagliato. Proprio come nella vita. Iñárritu è un grande poeta del divenire, della vita in perenne disequilibrio. E ha trovato gli interpreti perfetti nel cast che ha diretto. 'Birdman' racconta, con la sua storia di un attore schiacciato dalla paura dell'insuccesso e dell'anonimato, con quella commedia che va in scena mentre le vite di tutti vanno a pezzi, racconta che non c'è ragione o torto, che non ci sono buoni o cattivi. Che tutti siamo disperati e vitali, egoisti e meravigliosi, a dibatterci in questo stagno che comunque di noi non avrà pietà. Lo facciamo cercando amore, rispetto e dignità, nei modi più ridicoli." (Luca Vinci, 'Libero', 28 agosto 2014)

"Venezia 71,centro! 'Birdman', come e più di 'Gravity' l'anno scorso, è un vero film d'apertura: commedia e dramma intorno all'impresa di cambiare il corso di una vita a Hollywood, dove il successo è una prigione e l'ambizione di 'diventare' se stessi si paga con l'emarginazione; un cast di star che gioca alla grande l'occasione di interpretare attori di cinema e teatro, richiamando Altman, Malick, Truffaut e Fassbinder; una ricca produzione americana che sa d'Europa e di cinema francese, ma non perde mai il filo dell'ambiguità dell'arte quando è al servizio di un immaginario industriale devoto al profitto, tra eroi con le ali, franchising e ossessioni di serial; un linguaggio netto e avvolgente fondato su una sfida di regia, mantenere fluido il racconto, entrando e uscendo da palcoscenici, camerini, metropoli, fantasmi e paradossali realtà come se fosse una lunga passeggiata senza soluzione di continuità (una dozzina di piani-sequenza montati con abile cancellazione dei tagli - alla direzione della fotografa c'è Emmanuel Lubezki, premio Oscar, neanche a farlo apposta, per 'Gravity'). La parabola di fama e polvere di Riggan, (...) gratta sul collo della carriera di Michael Keaton, ex Batman per Tim Burton in due memorabili blockbuster di qualità nei primi anni '90. Keaton è bravo, commovente, maturo, sgradevole (...). Lo aiuta nevroticamente la figlia tossicodipendente, una Emma Stone sopra le righe come deve essere, e lo deputa un collega inaffidabile, Edward Norton, prova adeguata a Keaton. Per il messicano Iñárritu, di discontinua affidabilità, è un ritorno a doti di scavo e dialettica di 'Amores Perros' e '21 grammi'. Anche se si sente la rincorsa per dimostrare abilità e dominio del set, non è facile distrarsi da una verità amara che il film tocca con sensibilità: viviamo di quello che abbiamo fatto, ma non siamo quello che abbiamo fatto. È dura, durissima, quando ci prende il bisogno di 'diventare ciò che siamo'." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 28 agosto 2014)
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