RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Attrice più volte chiamata da Atom Egoyan (qui produttore esecutivo), ultimamente capace di farsi apprezzare per la collaborazione artistica con Isabel Coixet (La mia vita senza me, La vita segreta delle parole), Sarah Polley debutta alla regia di un lungometraggio a soli 27 anni, dopo aver realizzato tre/quattro corti, partendo da un racconto breve di Alice Munro – L’orso attraversò la montagna, pubblicato da Einaudi nella raccolta “Nemico, amico, amante…” – anche autrice dello script, per esplorare il delicato e ardimentoso terreno dell’amore ai tempi dell’Alzheimer. Encomiabile per sobrietà e gentilezza, la Polley – che intelligentemente evita di mettersi in scena – si affida alla rifrangente cornice mozzafiato delle nevi canadesi per raccontare il dramma di Fiona e Grant, sposati da oltre quarant’anni, ora costretti ad allontanarsi perché lei deve essere ricoverata a causa della degenerazione della malattia. La battaglia tra un eterno amore e l’inesorabilità dell’oblio si combatte sui volti di una commovente Julie Christie (vincitrice del Golden Globe e candidata all’Oscar), eterea come la bellezza senza tempo, e Gordon Pinsent, chiamato al ruolo forse più difficile, in bilico tra la speranza di veder conservati i ricordi dalla donna amata e la disperazione di saperla sulla via della totale dimenticanza, strada dove la presenza di lui non sarà più contemplata, se non per testimoniare lo sbocciare di un nuovo, ingenuo amore. Struggente.

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