Anita B.

ITALIA - 2013
Ungheria, 1945. La Seconda Guerra Mondiale è appena terminata e la 16enne ungherese Anita, dopo essere sopravvissuta ad Auschwitz, viene accolta in casa di Monika - sorella di suo padre e unica parente rimasta viva - a Zvikovez, villaggio dei Sudeti tra le montagne della Cecoslovacchia, non lontano da Praga. Monika vive con il marito Aron, il figlioletto Roby e il giovane e attraente Eli, fratello di Aron. Nel villaggio si avverte la crescente tensione per l'avvento del comunismo, ma uomini e donne vogliono dare un calcio al passato, ballare, divertirsi, ascoltare di nascosto le canzoni americane trasmesse oltre cortina dalla Voice of America. Anche Anita sogna come tutti gli altri, ma nella nuova casa si trova ad affrontare una realtà inaspettata: nessuno, neppure Eli, con cui scoprirà l'amore, vuole ricordare il passato. Combattiva e piena di entusiasmo, Anita trova la sua forza nel ricordo dei genitori persi nel lager. Inoltre, nella mescolanza di popoli e lingue che confluiscono attorno a Praga, la ragazza si confronta con personaggi indimenticabili: il vulcanico zio Jacob, coscienza critica della comunità ebraica ed estroso musicista nella festa del Purim; Sarah, la dinamica "traghettatrice" armata di pistola, che organizza l'esodo verso la Palestina; il giovane David, rimasto orfano per la tragica scelta dei genitori, con cui inizia una toccante amicizia. Fino a quando, improvvisamente, si trova catapultata in una situazione imprevista, che la pone di fronte a una decisione che richiede molto coraggio...

CAST

NOTE

- HA OTTENUTO IL SOSTEGNO DEL MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI (MIBAC) E DI BLS SÜDTIROL-ALTO ADIGE.

CRITICA

"Ispirato dal romanzo di Edith Bruck, Roberto Faenza mette la propria morale, il fascino narrativo del cinema e le proprie competenze al servizio della Memoria, narrando il trauma post lager di una ragazza che ora i parenti in Ungheria invitano a dimenticare. Tragico mèlo, 'east side story' con amore traverso, in cui Faenza rovista nella Storia e nelle storie col filo rosso della costanza della ragione, fin dove arriva." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 16 gennaio 2014)

"Non c'è ragione di sospettare delle migliori intenzioni di Roberto Faenza, che non per la prima volta dedica la sua attenzione alla tragedia novecentesca del popolo ebraico. Eppure il nuovo 'Anita B.' rinnova un'impressione che più volte si è affacciata dalle opere del regista. Quella di un compito più o meno diligente quasi sempre preoccupato di valorizzare la dimensione internazionale della confezione ma difettoso di anima, di personalità, di capacità profonda di convincere ed emozionare. Partendo dalle pagine autobiografiche della poetessa e narratrice Edith Bruck, ma edulcorandone la forza dolente, il film racconta l'adolescente ungherese Anita che, scampata allo sterminio, si trova sballottata in un nuovo mondo lacerato: comunismo e libertà, voler ricordare e voler dimenticare, essere ebrei malvisti nella terra in cui si è nati o consacrarsi alla grande avventura della nuova patria israeliana. Tutto questo mentre Anita vive le pulsioni del diventare donna, acquista precoce consapevolezza della propria dignità, entra precocemente nell'età adulta nel fuoco della durezza dei tempi." (Paolo D'Agostini, 'la Repubblica', 16 gennaio 2014)

"Per la sua vocazione a trasporre la pagina letteraria sullo schermo Roberto Faenza potrebbe essere definito un James Ivory italiano, con una propensione verso certi particolari temi che permeano il suo cinema migliore: lo spettro dell'olocausto, il sionismo, le contrapposizioni culturali e religiose, il senso della tradizione e l'aspirazione al cambiamento. Le ha ritrovate un po' tutte nel libro di Edith Bruck 'Quanta stella c'è nel cielo' (Garzanti), cui si ispira il film 'Anita B.': romanzo di formazione di un' adolescente sopravvissuta ai campi di sterminio dove ha visto morire i genitori, che affronta un difficile percorso per riappropriarsi della propria vita in una Cecoslovacchia latentemente antisemita, e fra consanguinei che vogliono solo dimenticare. Adeguati gli interpreti, buona l'ambientazione, ma il piglio drammaturgico resta un po' esangue." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 16 gennaio 2014)

"Per la seconda volta Roberto Faenza ha il grande merito, specie in questi brutti tempi di negazionismo, di occuparsi della Shoah. Sulle tracce però di un romanzo di Edith Bruck, 'Quanta stella c'è nel cielo', ai campi di concentramento e ai forni crematori non si rifà più esplicitamente, come appunto in 'Jona che visse nella balena', perché sposta la sua osservazione su quelli che vi sono scampati, soprattutto una ragazzina che chiama Anita B. in omaggio con quella B. all'autrice del romanzo (...) Faenza, che si è scritto il testo insieme con la stessa Edith Bruck e il bravo Nelo Risi di nuovo sulla breccia, così come in 'Jona' ci aveva rappresentato tutto come se visto dall'occhio del piccolo protagonista, qui segue lo stesso metodo e tutto quello che vediamo è come se, a ricordarlo, fosse la giovane Anita con quella sua memoria prima attraversata solo da lutti, in seguito, pur tra barlumi di speranze, faticosamente intenta ad affrontare giorno dopo giorno la dura realtà che la circonda. Rievocata da Faenza, anche per merito della fotografia quasi decolorata di Arnaldo Catinari, sempre tra luci grigie e sospese con cui, si promette l'alba pur sentendo ancora vicina la buia notte dei ricordi. Tra un avvicendarsi di personaggi disegnati tutti con finezza, a cominciare dai parenti di Anita, con segni spesso volutamente contraddittori, alla figura patriarcale di un rabbino pronto, nonostante gli anni, a celebrare, festoso e disinvolto, la sera di Purim, il carnevale ebraico. Gli dà vita, con colori comunque mai insistiti, il grande Moni Ovadia. La protagonista, gentile, candida, graziosa, l'interpreta Eline Powell, rivelata da Dustin Hoffman nel suo splendido 'Quartet'. Il film verrà proiettato il 27 gennaio a Gerusalemme per il 'Giorno della Memoria'. Mi auguro che tutti i Giusti idealmente vi partecipino." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo - Roma', 16 gennaio 2014)

"Ispirandosi a un romanzo di Edith Bruck a suo tempo sceneggiato assieme a Nelo Risi (fratello di Dino, cineasta e psichiatra, che della Bruck è marito), Roberto Faenza partecipa al dibattito sulla Shoah con un film sul dopo-Shoah. Manca poco alla Giornata della Memoria (in occasione della quale arriverà nelle sale italiane anche 'Hannah Arendt', di Margarethe von Trotta) e i temi legati all'Olocausto non perdono mai d'attualità. Sono di questi giorni le polemiche francesi sull'attore antisemita Dieudonné, ed è sempre bene interrogarsi su tutti i risvolti storici, umani e psicologici di quel genocidio. Edith Bruck, nel libro 'Quanta stella c'è nel cielo', raccontava appunto il ritorno a casa di una sopravvissuta. Più che «a casa», dovremmo dire «in famiglia», o ciò che ne rimane (...). Il film si muove in una piega della storia dove è meglio non far sapere di essere ebrei (i comunisti vincitori non li amano), né tanto meno ungheresi (visti come collaborazionisti dei tedeschi); e dove anche all'interno di una famiglia ebrea nessuno vuol sentire parlare dei campi. «Lascia Auschwitz» fuori di casa, è la prima raccomandazione che Anita si sente rivolgere. Ma come fare, quando Auschwitz è dentro di te? Film nobile, istruttivo, ma confezionato e recitato con un tono «medio» che fa molto fiction televisiva. Vale più per il tema, che come film in sé." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 16 gennaio 2014)

"Ispirato all'autobiografia 'Quanta stella c'è nel cielo' di Edith Bruck, il nuovo lavoro di Faenza non è un film sull'Olocausto, bensì sugli effetti post traumatici accusati da una ragazza che con forza e tenacia riesce a emanciparsi in dignità. Rigoroso e lineare, 'Anita B.' offre rinnovata luce su ombre mai abbastanza dissipate." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 16 gennaio 2014)

"Piacerà a chi ha amato il libro di Edith Bruck 'Quanta stella c'è nel cielo' e quindi apprezzerà la versione, pur non ispiratissima di Roberto Faenza. Messa in scena colla probità professionale sempre presente nel cinema del regista torinese." (Giorgio Carbone, 'Libero', 16 gennaio 2014)

"A ridosso del Giorno della Memoria, Faenza affronta il tema della Shoah con una storia sul dopo, quando la voglia di dimenticare era forte e comprensibile. (...) Idea lodevole condita, però, da troppa melassa e un taglio da fiction tv." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 16 gennaio 2014)
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