Ana Arabia

ISRAELE, FRANCIA - 2013
4/5
Ana Arabia
Un momento nella vita di una piccola comunità di reietti, ebrei e arabi, che vivono insieme in un angolo dimenticato da tutti al confine fra Jaffa e Bat Yam, in Israele. Yael, una giovane giornalista, decide di recarsi tra i tuguri cadenti e l'agrumeto pieno di alberi di limoni circondati da palazzoni, dove scopre una serie di personaggi lontanissimi dai soliti cliché della regione: i volti e le parole di Youssef e Miriam, di Sarah e Walid, dei loro vicini e dei loro amici, le parlano di vita, di sogni e speranze, di amori, desiderio e disincanto. Tutti loro hanno costruito con il tempo un rapporto diverso da quello della città che li circonda e dimostrando così che la possibilità di convivere esiste.
  • Durata: 81'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: HD
  • Produzione: MICHAEL TAPUACH, AMOS GITAI, LAURENT TRUCHOT PER HAMON HAFAKOT, AGAV HAFAKOT, AGAV FILMS
  • Distribuzione: BOUDU E CITRULLO INTERNATIONAL (2014)
  • Data uscita 22 Maggio 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

Giovane giornalista israeliana, Yael (Yuval Scharf) si reca in una bidonville di Jaffa per realizzare un reportage sulla famiglia di una donna, ormai passata a miglior vita. Ebrea sopravvissuta all’Olocausto, si convertì poi all’Islam: dall’incontro con il marito della donna, la figlia, la nuora e i vicini, Yael scopre le sfumature di un vissuto che è in netta contraddizione con le divisioni e l’odio che caratterizzano – a livello politico e agli occhi del mondo – quei territori.
Un unico pianosequenza lungo 81′, il nuovo film di Amos Gitai è chiaro tanto nei contenuti, quanto nella forma: la macchina da presa ci accompagna in quel cortile, dentro l’appartamento, si ferma e si rimette in movimento all’incedere di Yael, che in maniera quasi circolare esplora quella realtà con la stessa cura, e attenzione, con cui ascolta le parole dei vari Yussuf (Abu-Warda), Miriam (Sarah Adler), Sarah (Assi Levy) e Hassan (Uri Gavriel).
La storia non si può “tagliare”, sembra volerci suggerire Gitai, e la memoria prende forma, necessariamente sotto le sembianze di un cerchio. Perché in questo racconto di dolore e determinazione, ma anche di tradizioni e condivisioni, si possono ritrovare gli elementi propri di una circolarità – nascita, vita, prigionia, esilio, radici, morte – che non potrà mai terminare, finché a tenerla in vita è il ricordo, e la parola.
Un film-manifesto sull’importanza della tradizione orale, e un altro esempio nell’ormai smisurata filmografia di Gitai di come il cinema possa trasformarsi in “strumento di speranza”: una volta, come dirà ad un certo punto un personaggio del film, “alla base di tutto c’era il rispetto. Non importava essere arabi, ebrei, cristiani o beduini, si stava insieme come continuiamo a fare noi qui”. In un luogo – la Terra Santa – che “alcuni reclamano come proprio, ma che appartiene solamente a Dio”, gli fa eco un altro. Quello che conta, nella realtà di tutti i giorni, è proseguire sulla strada della coesistenza. E del dialogo. Che nel film di Gitai, per forza di cose, è elemento predominante e persistente. Allo spettatore viene chiesto molto, è vero, ma è uno sforzo che deve essere compiuto. Fino a quando le parole, e i volti, si allontanano dalla macchina da presa, che punta lentamente verso il cielo per abbracciare poi un’intera veduta di Jaffa. Insieme al terzo movimento della sinfonia n° 1 di Gustav Mahler.

NOTE

- MENZIONE DELLA GIURIA SIGNIS E PREMIO GREEN DROP ALLA 70. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2013). NELL'OCCASIONE DELLA MOSTRA AD AMOS GITAI E' STATO CONFERITO IL PREMIO "ROBERT BRESSON" ATTRIBUITO DALLA FONDAZIONE ENTE DELLO SPETTACOLO E DALLA "RIVISTA DEL CINEMATOGRAFO".

CRITICA

"Filmato in unico piano sequenza di 81 minuti (si avvera il sogno hitchcockiano di 'Nodo alla gola') il film di Amos Gitai, il regista israeliano più scomodo ma stimolante, non è solo una sfida tecnica, ma un intenso sguardo di pietas sulla sorte di una piccola corte di ebrei ed arabi che vivono al confine tra Jaffa e Bat Yam, una enclave dove rimorsi, odi e rimpianti sono saturati e bilanciati tra pubblico e privato. (...) Quello di Gitai è uno struggente movimento di macchina e d'occhi cui rimane impressa la volontà dell'autore che abbraccia l'umanità in dolce metafora in cui questo conflitto è solo la parte di un tutto che riguarda le forze del destino." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 29 maggio 2014)

"Tutto il Medio Oriente in 81 minuti che scorrono senza stacchi, ipnotici ed emozionanti, tra i vicoli di un rione di Jaffa, vicino Tel Aviv, abitato da arabi e ebrei poveri. A farci scoprire questo luogo fuori dal tempo, un po' come certe borgate di una volta (ma col carico tragico del Medio Oriente addosso) è una giornalista che indaga su una donna appena scomparsa. Un'ebrea sopravvissuta ad Auschwitz, che avendo sposato un arabo era sempre vissuta in quel mondo a parte, tra pecore, galline, orti, carcasse d'auto. Ed ecco il vedovo, i suoi vicini, le nuore, aprirsi pian piano in un alternarsi di aneddoti e ricordi resi con emozione e pudore (dietro il film ci sono i molti documentari girati da Gitai in quella zona, e si sente). E con quel talento per la memoria collettiva che da sempre guida il lavoro di Gitai. Una minuscola utopia realizzata, che colpisce davvero al cuore." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 29 maggio 2014)

"Un unico piano sequenza in Steadycam lungo 81 minuti, un film che prende insieme dal reportage e dal teatro per una nuova drammaturgia: si chiama speranza, umana prima ancora che geopolitica. Ma non tutto è a fuoco, non tutto è realistico, a meno di non essere Scalfari a colloquio con Papa Francesco: la giornalista protagonista intervista una famiglia allargata per un'ora e mezza senza registrare, mettendo solo due parole sulla moleskine e guardando più i muri che le persone. Misteri della fede o, se volete, certezza della memoria. Eppure, 'Ana Arabia' del regista israeliano Amos Gitai è un pezzo di cinema destinato a durare, di più, a illuminare la tappe del processo di pace israelo-palestinese (...) ma se è possibile realizzare un intero film senza stacchi di montaggio come si può dividere la storia, come si può separare l'uomo dall'uomo (due popoli, due Stati...)? (...) Una giovane giornalista israeliana, Yael (Yuval Scharf, stile modella), raggiunge una bidonville di Jaffa per realizzare un reportage sulla famiglia di una donna: morta da poco, era sopravvissuta all'Olocausto e poi si era convertita all'Islam per sposare il palestinese Yussuf. Si chiamava Hanna Klibanov, ma per tutti era divenuta Ana Arabia, ovvero "io, l'araba". Un caso limite, mutuato da una storia vera, ma Gitai non punta la camera sull'eccezionalità dell'exemplum, bensì sull'ordinaria accettazione che l'ha accompagnato in vita: il marito, la figlia, la nuora e i tanti vicini di quella bidonville-famiglia che siano le divisioni del mondo là fuori, che siano l'odio, la violenza, l'apartheid e il terrore proprio non lo sanno. Perché non lo vivono. In quest'ottica, lo strano modus operandi della giornalista assume nuove prospettive, ulteriore pregnanza: sostiene in nuce Gitai, la convivenza di popoli, fedi, culture diversi non ha bisogno di scrittura, non ha bisogno di farsi storia, bensì di apertura al dialogo, ascolto. La Storia la scrivono i vincitori, e la mistificano tutti: sarà l'oralità a salvarci, senza fissare su carta differenze, ostilità e distinguo? Gitai ci crede, e affida 'Ana Arabia' a bocca e orecchio, chi parla e chi segue, chi chiede e chi risponde: il taccuino può attendere, il reportage di Yael non entrerà forse nei Meridiani, ma può levare i paletti dalle coscienze, barattare la punteggiatura di mille trattati di pace disattesi con la sintassi elementare dell'incontro, del farsi prossimo. L'importante è recuperare la memoria, non per farne una retta spezzata, ma una circonferenza, un anello impermeabile al vulnus sociopolitico: la macchina da presa segue Yael per il cortile, dentro gli appartamenti, sosta e procede con lei, perché il cinema, questo cinema, non si muove senza l'umano, senza un cuore. (...) Premio Bresson della 'Rivista del Cinematografo' all'ultima Mostra di Venezia, Gitai chiede tanto al pubblico di 'Ana Arabia', ma a fin di bene: è quando chiediamo tanto a noi stessi che stiamo dando agli altri. Processo di cinema e processo di pace: si può fare?" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 29 maggio 2014)

"(...) 'Ana Arabia', punta magica nel concorso della scorsa Mostra del cinema di Venezia, (...) si radica profondamente nella ricerca del regista che continua a percorrere le contraddizioni del suo paese, Israele, lungo i bordi di passato e presente, trasformandole in una scelta poetica e politica. Non si tratta semplicemente di raccontare il «conflitto» tra Israele e Palestina, lo sguardo di Gitai si spinge sempre più lontano in Europa e nel mondo, un' «andata e ritorno» che interroga la Storia, e non per avere un'unica risposta. Yael, giovane giornalista (la splendida Yuval Scharf) arriva nell'enclave tra Jaffa e Bat Yam, in Israele, per intervistare Youssef, il marito arabo di Hannah Kibanov, una donna ebrea divenuta musulmana col nome di Siam Hassara. Vuole capire di più di quella vicenda commuovente e strana, e come varca l'inquadratura che è la stretta soglia di accesso al quartiere - confine invisibile e al tempo stesso netto - si trova in un luogo altro. Nel cortile verde di limoni, piante, orti, tra le abitazioni povere unite l'una all'altra da stretti passaggi scopre le storie di Youssef, Miriam, Sarah, Walid, Jihad, e di molti altri; gli amici, i vicini di casa, ognuno con i suoi sogni traditi, le sue gioie e le sue amarezze, gli amori e i ricordi preziosi. Che si dipanano lentamente, nel susseguirsi delle parole a cui è affidata la narrazione, nei passaggi dagli uomini alle donne, quasi figure di un coro classico, che Yael compie nel suo movimento. Sono arabi e ebrei che vivono insieme e in pace da molti anni parlando le due lingue (...). Nel progetto iniziale Gitai aveva pensato di girare a Oum El-Fahem, e di concentrare l'azione intorno al personaggio di Hannah, la donna ebrea divenuta musulmana. Poi c'è stata la scoperta di questo sobborgo precario, nascosto tra le colline di Jaffa, quasi invisibile dall'esterno, dove i polli razzolano tra le carcasse delle automobili e l'erba cresce selvaggia. Anche la storia è cambiata, e il personaggio di Hannah, con la sua attrice (Nanna Laslo) è sfumato nel volto di Sarah Adler (protagonista per Godard in 'Notre Music'), che interpreta sua figlia. Mentre la storia di Hannah è divenuta, appunto, narrazione orale, quasi un racconto da mille e una notte in cui balena anche l'epopea di uno schiavo nero musulmano innamorato della padrona bianca, che per lei combatte i nemici che vogliono farla prigioniera. Ho trovato qualcosa di incredibile dice Yael al suo caporedattore. Qualcosa di incredibile come il dono di parlare con gli altri e la scoperta dell'ospitalità. La macchina da presa segue i personaggi, li carezza, quasi come in una danza, morbida, pudica, rispettosa delle loro intimità. Gitai ha girato l'intero film, circa un'ora e mezzo, in piano sequenza con una Alexa riflettendo lo sgranarsi delle ore nei passaggi di luce che pian piano cambiano anche la prospettiva dei personaggi, rendendoci testimoni oltreché spettatori della nascita di un film. Non ci sono stacchi, e con questa «estremizzazione» del suo amore per il piano sequenza, il suo sguardo «palestinizza» gli israeliani e viceversa. Gitai è un regista con un potente senso della messinscena, del cinema e dei suoi movimenti, ma come sempre nei suoi lavori, questa scelta non è una semplice dichiarazione di estetica, e meno che mai l'espressione di un autocompiacimento. Non si guarda filmare Gitai né produce universi autoritari che impongono a noi spettatori una visione del mondo, o la sua ideologia. Il suo cinema ha anticipato di decenni la «confusione» tra finzione e documentario, saggio e poesia, rito e vita. E la sua forza politica è proprio nella libertà radicale che oppone agli schematismi in ogni scelta di regia, nel modo con cui interroga costantemente l'immaginario. Lo spazio comune di un'utopia, anche se è forse una piccola realtà, di vita insieme nel rispetto delle differenze passa dunque nel flusso ininterrotto della macchina da presa. Un respiro unico, che unisce i frammenti di un mondo separato senza soffocarne uno a scapito dell'altro, ma lasciando a ciascuno il tempo necessario a divenirne parte. La Storia, e la guerra quotidiana sono tracce disseminate, accenni a qualcosa che appena oltre la soglia preme, ed è gigantesco, divorante come lo skyline che ci rivela l'ultima inquadratura. I grattacieli di un'occupazione che ha destinato un popolo a sparire, condannando così anche l'altro. Nel suo piano sequenza Gitai lascia alla parola la forza «transculturale» che l'immagine non illustra né asseconda. Ascoltiamo i suoi personaggi parlare, voci di un altrove, di una dissonante resistenza da inventare." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 29 maggio 2014)

"Un'unica sequenza di 85 minuti per raccontare la possibilità di un dialogo tra arabi ed ebrei, unire due mondi apparentemente distanti e conflittuali, rompere i confini di pregiudizio e ostilità. Come se l'unità di forma possa diventare anche una unità di sostanza. Con il suo 'Ana Arabia' (...) il regista israeliano Amos Gitai parte da una storia vera, quella di una donna ebrea che, nata nel campo di concentramento di Auschwitz, sposa un arabo (...) e si trasferisce in un quartiere tra Giaffa e Bat Yam, un'enclave risparmiata da tensioni, conflitti e stragi dove si mescolano e convivono israeliani e palestinesi. E dove indaga una giornalista, Yael, attirata da questa singolare, ricchissima vicenda umana così come il regista, che l'aveva scoperta grazie a un giornale. Il film diventa allora l'occasione per raccoglie tra la gente semplice del popolo memorie, aneddoti, umori, frammenti e schegge di realtà, sogni, desideri, speranze e illusioni. Il racconto corale si fa così metafora universale di una pacifica coesistenza che per alcuni non è una vaga e auspicabile utopia, ma già una insospettabile realtà. Il piano sequenza, ovvero una lunga inquadratura senza stacchi, non è certo nuova per il cinema di Gitai, che l'ha usata per il suo episodio nel film collettivo '11 settembre 2001' raccontando l'impossibilità per una giornalista di comprendere cosa era accaduto sul luogo di un attentato e per la scena di 'Free Zone' in cui Natalie Portman esprime con il proprio volto una vastissima gamma di emozioni e sentimenti. In 'Ana Arabia' l'ardita scelta linguistica di un regista da sempre interessato a scavare nelle ragioni di un odio che allunga le sue radici in un passato molto lontano, viene portata alle estreme conseguenze e l'intero film è realizzato senza uso del montaggio, dando la possibilità allo spettatore di ascoltare, seguire in tempo reale le indagini della giornalista, scoprire un microcosmo sconosciuto, multiforme, ricchissimo di umanità, immerso nella mutevole luce pomeridiana e in un mondo dove si coagulano culture opposte, a dispetto dei muri costruiti per separarle. Per ottenere l'intensità desiderata (che non sempre va di pari passo con la scorrevolezza della narrazione), il regista ha girato il film dieci volte e quello che vedrete sullo schermo è proprio l'ultimo. Ma non fatevi trarre in inganno: non esiste improvvisazione e gli attori, tutti professionisti, seguono una sceneggiatura molto dettagliata." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 29 maggio 2014)

"Piacerà a Papa Francesco che prega che quel paese si riempia di Ana. E a chi segue da anni il probo israeliano Gitai e i suoi encomiabili tentativi di capire le ragioni di entrambe le schiere. Probo e anche tecnicamente bravo. È riuscito a girare tutto con un solo piano sequenza. Tanti anni fa il grande Hitchcock si ruppe le ossa in un analogo tentativo." (Giorgio Carbone, 'Libero', 29 maggio 2014)

"Con 'Ana Arabia', presentato a Venezia, il regista israeliano Amos Gitai varia sul tema annoso della travagliata convivenza tra arabi ed ebrei, ponendo l'accento sull'enorme difficoltà, da parte dei palestinesi, di resistere all'espansione della città. Basato su una storia autentica, che restituisce nella forma del discorso orale, e realizzato in stile documentaristico, il film usa la metafora della coppia mista per parlare di un destino collettivo. Altrettanto metaforico è l'uso dell'unico piano-sequenza di 81' che 'lega' tra loro i sette incontri, alludendo alla necessità di unione e comprensione tra i due martoriati popoli." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica', 22 maggio 2014)

"L'israeliano Amos Gitai ha un pessimo biglietto da visita: è uno dei registi più presenti ai grandi festival. Dove trova giurie pronte a consegnargli qualche onorificenza. Pazienza, se poi nelle sale c'è il vuoto. La sua ultima opera (...), è imperniata su una giovane giornalista, Yale, che, al contrario del pubblico, vuole saperne di più su una certa defunta Siam Hassan. Così intervista tutti. Per fortuna il villaggio è piccolo, se era Tel Aviv, il film durava sei ore." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 22 maggio 2014)
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