Amour

FRANCIA, GERMANIA, AUSTRIA - 2012
5/5
Amour
La relazione di una coppia di insegnanti di musica in pensione, Georges e Anne, viene messa a dura prova dalle dolorose conseguenze di un ictus invalidante che colpisce Anne. La sua paralisi ridefinirà completamente i rapporti anche con la figlia musicista e col resto della famiglia.
  • Altri titoli:
    Love
    Liebe
  • Durata: 127'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 4K/2K, DCP (1:1.85)
  • Produzione: LES FILMS DU LOSANGE, X-FILME CREATIVE POOL, WEGA FILM, IN COPRODUZIONE CON FRANCE 3 CINÉMA, ARD DEGETO, BAYERISCHER RUNDFUNK, WESTDEUTSCHER RUNDFUNK CON LA PARTECIPAZIONE DI FRANCE TÉLÉVISIONS, CANAL +, CINÉ +, ORF FILM/FERNSEH-ABKOMMEN
  • Distribuzione: TEODORA FILM E SPAZIO CINEMA - DVD: CG HOMEVIDEO (2013)
  • Data uscita 25 Ottobre 2012

TRAILER

RECENSIONE

di Silvio Danese
Vediamo come risuonano certe cose in alcuni film in questi giorni, gli occhi dolci e assenti di Anne che parlano soltanto per Georges in una casa del morente che tiene lontani anche i figli e i tubi di Eluana in transfert nella macchina che tiene in vita l'addormentata nella casa tetra della Divina Madre di Bellocchio (la Huppert figlia-madre è l'idolo a due facce della stessa moneta perturbante), ma anche la stanzetta del suicidio assistito di Quelques heures de printemps di Stephane Brizé (visto a Locarno), un bicchiere, una madre, un figlio, e l'ultimo abbraccio di rimpianti e perdoni... Tanto è pubblica, frastornante, la “dialettica” sul morire, tanto è dimenticato, nell'assoluta solitudine, il materiale apartheid del morire.
Nel libro di un gruppo di allegroni intitolato “Che cosa vuol dire morire”, tra Emanuele Severino, Roberta De Monticelli e Giovanni Reale, il filosofo Remo Bodei ricorda l'impudicizia, la presunta “immoralità” che relega la morte oggi, diversamente dalla ritualità cultu(r)ale di altro tempo: “Si moriva circondati da parenti e amici, era una cerimonia pubblica. Oggi, invece, non il sesso ma la morte è il vero osceno. “Obscenus”, cioè quello che sta fuori dalla scena, che si nasconde. Nel titolo, Haneke ha compresso la profonda solitudine dei due nell'estrema scelta dell'uno: l'amore, l'amore al tempo della morte oscena. Nella casa degli ottantenni Anne e Georges entriamo come l'incipit di un pezzo di cronaca nera: avvertiti dal portiere che sente odore di gas, polizia e vigili del fuoco abbattono la porta di un appartamento e trovano due cadaveri, una coppia di anziani professori di pianoforte. Il flashback condiziona l'occhio dello spettatore a una sorta di responsabilità-solidarietà con la “procedura” della buona-morte, ma ci mette anche nel tormento di identificare per loro (cioè per noi) una possibile morte. In questo senso il film di Haneke ha una potenza sociale che sale dall'intimità. A tal punto, in verità, che un gesto estremo di pensiero ci fa ritenere il film al di là di ogni “utilità”, facendoci fare esperienza di ciò che già perfettamente sappiamo, estraendola da una voce lontana sempre presente.
La ricostruzione dei mesi di malattia di Anne (l'indimenticabile Emmanuelle Riva di Hiroshima mon amour), nell'assistenza disorientata, paziente, incerta, esperta, insofferente, disperata, di Georges (Trintignant), è una selezione a volte geniale e implacabile dei passaggi di una relazione matrimoniale aggredita dal termine naturale, inaccettabile e deludente, della vita, giorni, settimane, mesi che ricondizionano i sentimenti e la quotidianità, mentre gli occhi di Anne parlano, le infermiere sbagliano, dolore e isolamento sono sempre a due e una figlia (la Huppert) riesce a porre questioni ereditarie a una madre quasi demente. La fine non può essere lieta. Ma neanche morbida, con l'autore di La pianista e Il nastro bianco. Georges sceglie: racconta un ricordo di bambino, prende un cuscino, e scrive una lettera. Non essere più due, ma uno, in questo caso è impossibile... Anche se è impraticabile decidere qual è l'interprete che supera l'altro, è Trintignant che ci porta a un delirio d'identificazione della prossima “età”. Palma d'oro a Cannes.

NOTE

- PALMA D'ORO AL 65. FESTIVAL DI CANNES (2012).

- OSCAR 2013 COME MIGLIOR FILM STRANIERO. ERA CANDIDATO ANCHE PER: MIGLIOR FILM, REGIA, ATTRICE PROTAGONISTA (EMMANUELLE RIVA) E SCENEGGIATURA ORIGINALE.

- DAVID DI DONATELLO 2013 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

CRITICA

"(...) vedendo questo doloroso e feroce film di Haneke sul binomio amore e morte (visto nella quarta età, fuori dal consumo ormai banale) non ci viene da piangere, se mai da pensare e stare in silenzio perché la storia non è suonata mai sul pedale del melodramma, anche se i due protagonisti sono musicisti in pensione, con un curriculum di raffinate serate culturali, come si vede all'inizio. Due ottantenni che vivono «reclusi» per scelta in un appartamento borghese parigino dove ogn tanto capita la figlia (straordinaria Isabelle Huppert, per lei non esistono piccolo ruoli) e qualche ex allievo. Poi il Male, sotto forma di un ictus, colpisce la donna attraverso un lento palesarsi, momento di cinema e tensione altissimi, funny game del miglior Haneke. Ma chi si ammala davvero è il marito che diventa ossessivo e patologico nei confronti della moglie inferma e tenta la grande magia di trasformare l'amore in tenerezza, dedizione tanto da rifugiarsi in alcune splendide sequenze oniriche (un incubo polanskiano ma anche una glossa a Hitchcock, alla mercé d'una semplice anticamera); il film si conclude con una magnifica trovata di regia che esclude appunto ogni lacrima e sostituisce il Tempo eterno, al tempo reale. Stringendo sempre più la visuale sociale, dalla piccola comunità del 'Il nastro bianco' alla famiglia di 'Funny Games' ai due anziani coniugi di questi sussurri senza grida (un'altra Palma a Cannes), Haneke, uno dei più serenamente cinici maestri austriaci, in pessimistica gara con Ulrich Sedl e Thomas Bernhard, ci dà lezione di vita & regia. Un finale di partita faticoso e senza uscite di sicurezza. Sul tema dell'amorosa constatazione che ogni affetto ha una fine, già trattato da maestri come Bergman ed ora in teatro da Paravidino col diario della madre Maria Pia morente, Haneke ci offre una riflessione rigogliosa espressa con un cinema europeo rigoroso, claustrofobico, discreto, dove nulla è per caso e ogni oggetto, ogni attimo rimanda al conto finale di una vita. E se la malattia è terminale, il dolore, dice l'autore, no, continua e si trasforma a volte in un esplosivo dramma da camera come questo che solo gli stolti potranno dire che è teatro (sulla rotta Strindberg-Ibsen-Bergman) e che i grandi reduci Jean Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva interpretano con una misura che ha del miracoloso nella leggerezza del tocco tragico. Morale: è un film che fa bene, se ne esce liberati, riconcilia col cinema dopo tanto pop corn." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 25 ottobre 2012)

"Il momento più difficile della vita, che naturalmente è la fine, in un film che tiene fede per due ore al suo titolo: 'Amour'. Senza effetti di stile, ma con un linguaggio sorvegliatissimo che esalta la prova davvero magnifica dei protagonisti. E senza ricorrere a medici, letti d'ospedale, flebo, cateteri e altri elementi ricattatori, immancabili nella pornografia del dolore oggi dilagante. Anzi senza mai uscire dal vasto appartamento parigino in cui vivono gli anziani musicisti Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant. Se non nel prologo, un concerto visto dal palcoscenico, perché sono loro due a interessarci. Unica concessione al mondo esterno insieme a qualche giornale, alle visite della figlia (Isabelle Huppert) o di un ex-allievo ora famoso concertista, e a un piccione bizzarro che si ostina a entrare dalla finestra. Come la vita che resiste, malgrado tutto. Dopo film magnifici e terribili come 'Funny Games', 'La pianista', 'Niente da nascondere', 'Il nastro bianco', si poteva temere che il regista austriaco avrebbe riservato la stessa durezza agli ultimi mesi di questa coppia unitissima e devastata dalla malattia improvvisa di lei. Falso allarme. Haneke non è mai stato più delicato, anche se non fa sconti. Dal primo malore al ritorno a casa dopo l'operazione, al progressivo e inesorabile deteriorarsi della Riva (la grande protagonista di 'Hiroshima mon amour'), fino al momento estremo, sullo schermo ci sono solo loro, i loro ricordi, i loro sentimenti, quella casa piena delle cose di una vita. Insomma i loro sentimenti, ma senza mai un'ombra di sentimentalismo (perfino la musica è usata con parsimonia ammirevole). Questione di sguardo: Haneke coglie bellezza, e tenerezza, e sentimenti indicibili, nei momenti più imprevisti (quel goffo abbraccio per alzare la moglie inferma e farla sedere sulla poltrona che diventa un paradossale pas de deux). Concentra decenni di routine e probabilmente di felicità coniugale in poche frasi, un campo lungo, un lampo di civetteria o di ironia (...). E difende la libera scelta dei malati e dei loro cari (...) senza fare proclami, ma con una discrezione e insieme un'empatia che dovrebbero proibire per sempre di etichettare il bellissimo 'Amour', dominato dall'insofferenza dei protagonisti per quel male che on solo li aggredisce ma invade la vita che gli resta, come un film «su» - sulla malattia, la vecchiaia, eccetera. Da vedere in originale naturalmente, per cogliere ogni vibrazione, ogni sfumatura, di questa partitura carezzevole e implacabile. Come lo sguardo che Haneke posa sui suoi due memorabili protagonisti. (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 25 ottobre 2012)

"Il film, un altro «duetto da camera» ma per cannibali più esperti, è stato diretto da Michael Haneke, classe 1942, amico d'infanzia di Romy Schneider, che esordì solo a 47 anni sul grande schermo, dopo aver fatto una lunga gavetta televisiva collezionando meticolosi adattamenti letterari, da Frantz Kafka, Joseph Roth o Ingeborg Bachman. (...) questa volta segue e insegue l'evoluzione drammatica della simbiosi sentimentale tra due colti borghesi - li riconosciamo subito in una foltissima platea di melomani, e non solo perché si chiamano Emmanuelle Riva e Jean-Louis Trintignant, ma per magia di regia - devastata dalla malattia di uno di loro e dall'indifferenza del mondo (...). Ma qui siamo in territorio dark. Il film, magnifico nella sua semplicità, come lo definisce Deborah Young su 'Hollywood Reporter', segna il ritorno davanti alla macchina da presa dei due mitici attori francesi di 'Hiroshima mon amour' lei e di 'L'uomo senza memoria' e 'Il sorpasso', più circa 130 opere (molte italiane) che disegnano perfettamente l'evoluzione del cinema europeo anni 60-80, ma che da anni è disgustato dal cinema, troppo poco velenoso, soprattutto hollywoodiano, lui. Sono gli esecutori perfetti di una partitura ad alto quoziente di difficoltà che il «cineasta della crudeltà» modella come un kammerspiel atroce. Un'analisi microscopica dell'amore condotta fino ai confini della morte e oltre. La crudeltà è l'esercizio etico di purificazione espressiva che il cineasta fa su se stesso, sul suo corpo, come fosse quello di Trintignant. Riproponendo interiormente il metodo aktionismus anni 60 quando l'artista si trasformava in corpo «segato in due», fatto a pezzi e sanguinante (come nelle «action» di Rudolf Schwarzkogler). La crudeltà non è qui un gioco sadico con il pubblico che, se non si deve mai indottrinare, provocare o far reagire, certamente si vuole «curare» (...)." (Roberto Silvestri, 'Il Manifesto', 25 ottobre 2012)

"Lo spettatore viene (...) coinvolto nel dolorosissimo calvario dei protagonisti (interpretati dagli straordinari Jean-Louis Trintignant ed Emmanuelle Riva) costretti a fare i conti con corpi che si disfano, speranze che crollano e il progressivo, impietoso spegnersi della vita. Ma se il regista, che ci rinchiude in un appartamento (proprio come fa Bertolucci), mette in scena con grande sensibilità e maestria la vita quotidiana di marito e moglie costretti ad affrontare una prova così difficile, resta inaccettabile quel finale incapace di immaginare la possibilità di accompagnare, e non spingere, una persona irrimediabilmente ammalata, alla morte." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 25 ottobre 2012)

"(...) 'Amour', con cui il regista austriaco Michael Haneke ha bissato a Cannes 2012 la Palma d'Oro per 'Il nastro bianco': meno stiloso di quell'acquario in bianco&nero, ma anche qui la regia è calibratissima, l'emotività pudica, l'analisi dell'essere umano eccelsa. E terribilmente dolente. Haneke non vuol sentire parlare di eutanasia, ma con interpreti magistrali e poetica umanissima 'Amour' lotta contro l'ultimo tabù rimasto nel XXI secolo: la morte, e la sua rimozione. Da non perdere." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 25 ottobre 2012)

"Piacerà a chi amando da sempre il cinema delle crudeltà di Haneke sarà piacevolmente stupito da un'opera in cui la crudeltà (almeno nell'animo dei protagonisti) non esiste. La crudeltà semmai è nella vita. Che finisce. E porta via tutto, anche chi la partita dell'esistenza l'aveva giocata bene. Anche se comunque non s'è ancora portata via Trintignant e la Riva che abitano ancora splendidamente lo schermo come mezzo secolo fa." (Giorgio Carbone, 'Libero', 25 ottobre 2012)

"Commovente dramma del venerato austriaco Michael Haneke, vincitore a Cannes 2012. Un gruppo (ristretto) di famiglia in un interno, ambientato nella Parigi della buona borghesia, che merita la Tartaruga d'oro per il ritmo lentissimo, capace di sedare anche dialoghi scintillanti. Superlativi i due protagonisti, Jean-Louis Trintignant (81 anni) e Emmanuelle Riva (85), che, nel ruolo della moglie malata d'Alzheimer, ha il vezzo di mostrarsi a seno nudo. Scordando l'impietosa legge di gravità." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 25 ottobre 2012)
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