American Animals

USA, GRAN BRETAGNA - 2018
2,5/5
American Animals
Spencer e Warren, due amici cresciuti a Lexington, nel Kentucky, studiano all'università locale ma vogliono dare una svolta alla loro vita e per farlo sono decisi a tutto, anche a infrangere la legge. Il loro obiettivo diventa rubare un rarissimo libro antico, che malgrado l'enorme valore viene custodito nella biblioteca universitaria senza particolari misure di sicurezza. Reclutati altri due compagni, il contabile Eric e lo sportivo Chas, iniziano a programmare il colpo fino agli ultimi dettagli, ma li attende una serie di rocamboleschi imprevisti.
  • Durata: 116'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, GIALLO
  • Specifiche tecniche: (1:2:39),DCP, ARRI ALEXA MINI, ARRI ALEXA XT PLUS, SONY A7S II, ARRIRAW
  • Produzione: KATHERINE BUTLER, DIMITRI DOGANIS, DERRIN SCHLESINGER, MARY JANE SKALSKI PER FILM4, NEW AMSTERDAM FILM COMPANY, RAW PRODUCTIONS
  • Distribuzione: TEODORA FILM (2019)
  • Data uscita 6 Giugno 2019

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Se con il precedente The Imposter (2014), focus documentario sul ladro d’identità Frédéric Bourdin, aveva fatto centro, l’inglese Bart Layton non convince del tutto con American Animals, un heist-movie che mescola le interviste ai veri protagonisti alla prevalente ricostruzione, recitata, tra gli altri, da Barry Keoghan e Evan Peters.

Sono loro a incarnare Spencer e Warren, due studenti di Lexington, Kentucky, che un po’ per noia e un po’ per giovinezza architettano il colpo che dovrebbe farli svoltare: sottrarre alla biblioteca della Transylvania University del college, peraltro non dotata di particolari misure di sicurezza, l’originale Birds of America, un volumone illustrato, di John James Audubon e altri preziosi testi, tra cui Le origini della specie di Darwin, per un valore stimato di 12 milioni di dollari.

Il film parte bene, finta sul buddy-movie, giochicchia meta-cinematograficamente, con Le Iene su tutti, e osa poeticamente, contaminando doc e fiction, fino a mettere sulla stessa auto il vero Warren e quello di Evan Peters: c’è adrenalina, si sorride per l’ideazione e la preparazione del colpo, ci si prova ad appassionare alle vite dei sedicenti – saranno poi quattro – rapinatori.


 

Però, e lo capiamo subito, le persone sono più interessanti dei personaggi, ovvero degli attori, e la musica – da A little less conversation di Elvis Presley a Hurdy Gurdy Man di Donovan - ha l’annoso problema della musica nei film indie o para-indie: ce n’è troppa.

Troppi sono anche i minuti, 116, sicché andando avanti American Animals si stiracchia, si sfilaccia, e perde progressivamente d’interesse: la storia va a rotoli insieme al colpo, le trovate di regia si spengono, e i personaggi non trovano empatia alcuna, sicché a poco a poco li abbandoniamo a loro stessi. Prossima volta, Bart, meno soldi per le musiche, più per la sceneggiatura. E, se avanzano, per il colpo d’ala che qui proprio non c’è.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI: LEN BLAVATNIK.

- SELEZIONE UFFICIALE ALLA XIII EDIZIONE DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA (2018).

CRITICA

"(...) Bart Layton, al suo primo film di finzione dopo il documentario 'L'impostore', su una storia altrettanto singolare. (...) L'intelligenza del regista è di condurre il tutto (...) come un film di quel genere, con tanto di interviste frontali ai veri protagonisti della vicenda, e solo dopo un po' ci si accorge che il tutto è una sottile parodia. A sua volta, poi, gioca con lo spettatore infilando piccole citazioni (una da 'C'era una volta il West'). Il gioco è forse tirato un po' per le lunghe, ma si tiene anche sugli interpreti, a cominciare dal volto giovane più sinistro, ai limiti della ripugnanza, del cinema d'oggi, Barry Keoghan." (Emiliano Morreale, 'La Repubblica', 6 giugno 2019)

"(...) Bart Layton costruisce un film che favorisce il giro dell'oca cinematografico da Kubrick a Tarantino e si diverte nel corto circuito tra una verità che pare inventata, nel puzzle di una sceneggiatura che rispecchia la noia di provincia, da quattro angolazioni diverse. Preceduto da citazione sugli uccelli migratori che tornano sempre dove son partiti, alleggerendo dubbi e paure con Presley, i Doors e Cohen, il film si diverte fin troppo nel gioco pirandelliano di vero-falso, perfino immaginando che un personaggio incontri il suo doppio. Non è merce nuova, ma la confezione è buona, c'è tensione intimista fra i «bravi ragazzi» fra cui si riconoscono Barry Keoghan ('Il sacrificio del cervo sacro') e Evan Peters nel cast di 'X Men'." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 6 giugno 2019)

"(...) Layton provvede a impaginare la vicenda secondo i collaudati stilemi dei colpi grossi magnificati sul grande schermo (da 'Killing' a 'Ocean's Eleven') facendo emergere a contrasto il malinconico quadro di un'imprecisata insoddisfazione esistenziale - un'ambizione di sentirsi speciali, una brama di oltrepassare i limiti - che invece di prendere la strada di un faticoso percorso di crescita nel mondo reale, infila la via facile suggerita dall'immaginario cinematografico. Se a livello di smalto il film risulta in parte penalizzato da questo doppio binario narrativo, alcune scene ne traggono forza: come quando, nel goffo tentativo di neutralizzare la bibliotecaria, i ragazzi si rendono improvvisamente conto della violenza in sé che il gesto comporta. E indubbiamente, senza star lì a far la predica, 'American Animals' vanta il raro pregio di un fine senso morale." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 giugno 2019)

"(...) Layton guarda al true-crime ma nell'uso del «codice» si prende una certa libertà nel gioco di citazioni e allusioni metacinematografiche. Il suo spazio di osservazione è quello del delirio, di una sfida impossibile, di un «orizzonte di gloria» che i ragazzi, la cui rabbia ha perso la voglia di ribellione ed è solo narcisismo e celebrazione di sé, rendono «reale» nel solo gesto di essere immaginato. In fondo è la storia di una sconfitta, il «vero» è tutto qui." (Cristina Piccino, 'Il Manifesto', 6 giugno 2019)

"(...) Con ambiziosi richiami a Tarantino e Scorsese, il film scorre al crocevia tra finzione e documentario, attingendo alla realtà di «quei bravi ragazzi» annoiati. Sufficiente." (Stefano Giani, 'Il Giornale', 6 giugno 2019)

"Il film comincia con una citazione, su fondo nero, tratta dall'Origine della specie di Charles Darwin. La sua originalità, a partire da un (ennesimo) episodio realmente accaduto, consiste nel contaminare l'heist movie (il film di rapina) col saggio antropologico. Più interessato al secondo aspetto che al primo, anzi, il giovane regista britannico Bart Layton focalizza sull'individualismo, il culto dell'apparire, la confusione mediatica tra realtà e finzione nel tratteggiare le psicologie dei suoi personaggi. (...) E il suo film è pieno di omaggi ai maestri del cinema di diverse epoche: dal Kubrick di 'Rapina a mano armata' al Tarantino de 'Le Iene'." (Roberto Nepoti, 'La Repubblica Milano', 6 giugno 2019)

"(...) Oltre agli attori (nella ricostruzione fiction), vediamo nelle interviste i veri rapinatori, ormai cresciuti. Bart Layton gioca con la cronologia e con i generi, al limite del narcisismo. Le bugie che le persone raccontano a se stesse era già nel suo documentario 'The Imposter': un artista della truffa che si spacciò come il figlio perduto di una famiglia texana." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 15 giugno 2019)
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