Amelia

USA - 2009
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Amelia
La storia di Amelia Earhart, la leggendaria aviatrice americana. Il suo spirito libero, il suo indomito coraggio, la notorietà, la tempestosa e intensa relazione con George Putnam, un legame che passa indenne anche attraverso la sua storia d'amore con Gene Vidal. Prima pilota ad attraversare il Pacifico, la vita di Amelia si chiude con un mistero: partita il 1° giugno 1937 per una trasvolata dell'intero globo terrestre, non fece mai ritorno a casa.
  • Durata: 85'
  • Colore: C
  • Genere: BIOGRAFICO, DRAMMATICO
  • Tratto da: libri "East to the Dawn: The Life of Amelia Earhart" di Susan Butler e "The Sound of Wings: The Life of Amelia Earhart" di Mary S. Lovell
  • Produzione: AVALON PICTURES, AE ELECTRA PRODUCTIONS, FOX SEARCHLIGHT PICTURES
  • Distribuzione: 20TH CENTURY FOX ITALIA - DVD: 20TH CENTURY FOX HOME ENTERTAINMENT (2010)
  • Data uscita 23 Dicembre 2009

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
La leggenda, l'amore, il mistero: a dar retta al press-book, dovremmo ritrovarli tutti in Amelia, diretto da Mira Nair e interpretato da Hilary Swank, nei panni della celebre pioniera dell'aviazione Amelia Earhart, Richard Gere, ovvero il suo mentore e consorte George P. Putnam, e Ewan McGregor, l'amico e amante Gene Vidal. A dar retta ai nostri occhi, viceversa, sarà più facile ritrovarli nella nostra vita, all'uscita in sala: non è solo un augurio per il nuovo anno, ma l'unico commento possibile dopo la visione del biopic di Mira Nair, che il nostro Nanni Moretti, presidente di giuria alla Mostra di Venezia 2001, contribuì a rendere autrice di caratura internazionale con l'inopinato Leone d'Oro a Monsoon Wedding.
Il risultato, otto anni dopo, è un film che rende ingiustizia soprattutto alla sua protagonista: non la Swank, che non perde la faccia, ma la vera Amelia Earhart, svilita da un polpettone che gioca al risparmio - incredibile, ma vero - sulle sequenze aeree e fa precipitare il suo mito in un arrangiamento laccato come la chioma dell'ex attore, ora pupazzo (ve ne accorgerete pure nel cinofilo Hachiko - Il tuo migliore amico), Richard Gere e nel damerino Ewan McGregor, che da qualche prova a questa parte s'è ridotto a soprammobile. Così, grazie alla coraggiosa lungimiranza della Fox nostrana, per Avatar dobbiamo aspettare il 15 gennaio, mentre Amelia si offre generosamente sotto l'albero, con dialoghi stile Harmony (gli arretrati, ben inteso), malcapitate parentesi sul sociale ("poverini", dice più o meno Amelia sfrecciando davanti ai rottami umani della Grande Depressione) e l'avanguardia femminile e femminista della nostra Lady Lindy che non si stacca mai dalla carta (sceneggiatura di Ronald Bass e Anna Hamilton Phelan daile biografie di Susan  Butler e Mary  Lovell).
Partita il 1° giugno 1937 per una trasvolata del globo terrestre, Amelia non fece mai ritorno a casa: non correte lo stesso rischio...

NOTE

- HILARY SWANK FIGURA ANCHE COME PRODUTTRICE ESECUTIVA.

- IN CONCORSO ALLA IV EDIZIONE DEL FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA (2009).

CRITICA

"Affidata alla regia diligente, forse "ideologicamente" appassionata al personaggio, ma incolore dell'indiana Mira Nair. E all'interpretazione, perfetta sotto il profilo del trucco (confrontate con le fotografie della vera Amelia) e tuttavia incolore pure essa, di Hilary Swank, superba partner di Clint Eastwood in 'Million Dollar Baby'. (...) Malgrado un certo sforzo di penetrare l'intreccio tra passione per "l'impresa" e ineluttabile fare i conti con la macchina americana della promozione e dei finanziamenti, il risultato è quello di una cinebiografia agiografica di gusto antidiluviano. Senza anima né necessità." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 23 dicembre 2009)

"Personaggio mitico più attori di rango più confezione lusso. La somma, però, produce un risultato inaspettato: alla regista Mira Nair «Amelia» è riuscito così tronfio e moscio da danneggiare la stessa titolare del feuilleton biografico. (...) L'indiana Nair, da tempo newyorkese d'adozione, puntualmente sopravvalutata quando incarnava un terzomondismo poco choc e molto chic ('Salaam Bombay!', 'Monsoon Wedding'), s'esercita in questo caso nel tipico package hollywoodiano, puntando molto sulla notevole somiglianza di Hilary Swank con la pilota leggendaria e affiancandole Gere e McGregor. La Swank resta una professionista straordinaria - come testimoniano i due Oscar già portati a casa - ma la sua fisicità qui appare sfruttata in modo meccanico e mimetico, condannata spesso a rinchiudersi nelle inquadrature in primo piano della cabina da dove può farsi tramite stupefatto delle meraviglie del paesaggio sorvolato, ma non esprimere le doverose sfumature psicologiche né la nota tragica intrinseca all'inestinguibile desiderio di primato. Nonostante l'esaltazione a tutto schermo - supportata dal prevedibile uso e abuso di riprese aeree - di una visione del mondo e dei rapporti umani, per così dire, prometeica, l'album per immagini scandito dalla colonna sonora a cascata e dalle solite finte citazioni dei cinegiornali d'epoca si risolve in una serie di tirate retoriche, magniloquenze sentimentali e colpi di scena telefonati. In particolare il viavai che si vorrebbe anticonformistico della cosiddetta 'dea della luce' tra il brillante marito editore George Putnam che il buon Gere interpreta con il minimo d'applicazione sindacale e lo sportivo, baldanzoso amante (un McGregor mai così sprecato) raggiunge i limiti dell'insopportabilità, anche perché giocato con il pesante corollario di una serie di dimenticabili dialoghi. Il piglio donchisciottesco del personaggio Earhart finisce insomma per sfuggire del tutto allo spettatore, fatalmente ben più attratto dalla silhouette del suo Ronzinante, il rutilante aereo Lockheed Electra 10E destinato a inabissarsi per sempre nei flutti del Pacifico." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 24 dicembre 2009)

"Hilary Swank poteva orientare diversamente dalla retorica questo film, da lei stessa prodotto e interpretato? Forse no, se voleva trovare una distribuzione (...) il ruolo della Swank rimane il solito - l'androgina dalla brutta fine - anche quando lei avrebbe potuto darsene un altro. L'idea di rendere brillante l'interminabile prologo non ha sfiorato né la Swank, né la Nair, sebbene il triangolo fra la Earhart, il marito George Putnam (Richard Gere) e l'amante Gene Vidal (Ewan McGregor) offrisse l'occasione di metterla, talora, sul ridere. Invece le ipocrisie di Hollywood hanno prevalso ancora: non si può far ruzzolare in un paio di letti un'eroina attesa dall'estremo sacrificio. E poi Hollywood si sottrae, sì, lentamente alla condanna dell'adultera, ma le mancano i fondamentali per la pochade. E non sa rinunciare agli stereotipi, li capovolge soltanto: mostra sistematicamente eroici e buoni i personaggi che prima mostrava sistematicamente vili e cattivi. Col solo risultato di renderli più stucchevoli." (Maurizio Cabona, 'Il Giornale', 21 dicembre 2009)

"Tanto per sgombrare il campo da dubbi, diciamo subito che la bellezza del fflm bisogna andarsela un po' a cercare. (...) Per converso per c'è un valore intrinseco della pellicola che va al di là dei suoi meriti estetici, Se da una parte mettere in risalto un personaggio femminile sembra un atto già di per sè rivoluzionario, farlo con un'eroina dell'aria che si muove nello scenario occidentale del primo trentennio del ventesimo secolo suona quasi come una piacevole provocazione. E per di più la mano registica dl Mira Nair alle prese con aerei 'd'antan' che fluttuano nell'aria con moti non propri uniformi è un valore aggiunto che riesce a cogliere angolazioni che danno grazia a velivoli che proprio aggraziati non erano, e che oggi, complice anche un certo cliché in bianco e nero, appaiono nel loro essere demodè più confacenti ad un immaginario da film comico che non epico. E invece la Nair ribalta questo clichè ed entrando in consonanza con lo spirito del personaggio riesce a dare forma e grazia, secondo una prospettiva tutta femminile che mai ci si aspetterebbe (maledetto pregiudizio maschilista) in un film di genere aeronautico. Ma quel che più conta è che il film della Nair va ad affrontare un tema con cui il cinema americano dopo l'11 settembre, 'ça va sans dire', ha qualche problema. Ebbene, guardando Amelia, pur nelle sue spigolosità mascoline, pur nelle sconfitte, sembra quasi che il cinema stia raccontando qualcosa, ovvero stia tentando di dire che il trauma del gesto terroristico più spettacolare della storia è stato metabolizzato e digerito, sia stato consegnato alla memoria ma non al futuro." (Walter Vescovi, 'Secolo d'Italia', 18 dicembre 2009)
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