Almanya - La mia famiglia va in Germania

Almanya - Willkommen in Deutschland

GERMANIA - 2011
3/5
Almanya - La mia famiglia va in Germania
La famiglia Ylmaz vive in Germania da quando il nonno Hüseyin è immigrato alla fine degli anni 60 come "lavoratore ospite" ed è giunta ormai alla terza generazione. Una sera, durante una riunione di famiglia, Hüseyin sorprende i suoi cari con la notizia dell'acquisto di una casa in Turchia. Inoltre, ha organizzato un viaggio fin lì con tutti loro per andare a risistemarla. Nonostante l'iniziale sconcerto, la famiglia accetta la proposta di partire alla volta della terra d'origine, affrontando un viaggio pieno di ricordi, discussioni e riconciliazioni...
  • Altri titoli:
    Almanya
  • Durata: 97'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP, CINEMASCOPE, 35 MM (1:2.35)
  • Produzione: ROXY FILM GMBH IN COLLABORAZIONE CON INFAFILM GMBH, CONCORDE FILMVERLEIH
  • Distribuzione: TEODORA FILM
  • Data uscita 7 Dicembre 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Le seconde generazioni hanno trovato schermo anche in Italia: da Good Morning Aman a Lezioni di cioccolato 2 (sic), per fare solo due nomi, hanno preso domicilio, se non residenza, cinematografico, con esiti artistici talvolta interessanti. Il problema è un altro: di chi è l’occhio che le inquadra, le racconta, le “mette in scena”? Appunto, italiano da generazioni, italianissimo. A che punto stiamo con l’integrazione lo si vede da qui: li raccontiamo “noi”, quando potranno raccontarsi “loro”?
Perché altrove succede, per esempio in Germania: le sorelle Yasemin (’73) e Nesrin (’79) Samdereli hanno scritto, e la prima anche diretto, dei loro ricordi di ragazze tedesche di origine turca. Mutatis mutandis, ok, ma accade, e senza assumere le riforme del revanscismo autoriale, della presa di coscienza combat, della guerrilla (style) identitaria: Almanya è una commedia, in bilico tra East is East e gli on the road – soprattutto Im Juli, ma più pastorizzato – di Fatih Akin, intesa per divertire e commuovere tutti i palati, al netto degli snobismi cinefili.
Il formato è famiglia: gli Yilmaz, emigrati in Germania dalla Turchia negli anni ’60, e arrivati alla terza generazione, con figli, nipoti, unioni miste, bambini in grembo, nostalgia dolcemente canaglia. E sacrifici, innanzitutto, quelli del patriarca Hüseyn, il milionesimo e uno immigrato su suolo teutonico: ora ha realizzato il sogno di prendere una casetta nella vecchia patria, e vuole portarvi tutta la famiglia, che opporrà ovvia resistenza. Vince lui, e nel viaggio al contrario si aprono i flashback della sola andata che fu: difficoltà e segreti, reminiscenze e speranze, frullati dalle Samdereli con un reagente chiave: che significa essere stranieri?
Domanda buona per i Gastarbeiters (lavoratori ospiti): “Volevamo dei lavoratori e sono arrivate delle persone”, disse lo svizzero Max Frisch, e le sorelle Samdereli ci mostrano come valesse pure in Almanya (Germania in turco). La risposta è convincente, ora si può riderne. E piangerne.

NOTE

- FUORI CONCORSO AL 61. FESTIVAL DI BERLINO (2011).

CRITICA

"Berlino. li cine-trend del momento alla Berlinale, in perfetta sintonia con la crisi del multiculturalismo, sono gli immigrati. Ma quelli vintage: le cameriere spagnole a Parigi negli anni Sessanta e gli immigrati turchi nella Germania del boom economico. 'Alhmanya - Willkommen in Deutschland' della debuttante oriunda Yasemin Samdereli racconta l'arrivo dei gastarbeiter, in particolare di una famigliola proveniente dall'Anatolia, con i toni leggeri di una commedia. Attraverso i flashback, si mescolano le tribolazioni della prima generazione con le difficoltà d'identità di chi invece è nato in Germania, ma si sente ancora un po' turco. C'è un pater familias sardonico quanto basta, con una serie di personaggi allegri su cui sono ritagliate svariate gag, e anche quando (...) subentra la malinconia (...) si mantiene comunque il sorriso. Sul finale al tramonto si cita Salman Rushdie, ma si scherza pure sulla cancelliera Merkel." (Masismo Benvegnù, 'Il Riformista', 17 febbraio 2011)

"Farà per i turchi immigrati in Germania quel che 'Goodbye Lenin!' fece per i tedeschi dell'Est, scrive un giornalista che non storce il naso. Chi il naso lo storce, scrive 'Konsensfilm' - fatto per piacere agli spettatori. Ai festival, coincide con un marchio d'infamia. I film devono essere scomodi, meglio se girati da far venire il mal di testa, e guai se mostrano Angela Merkel mentre stringe la mano ai gastarbeiter ben integrati. Il nonno e la nonna hanno preso la cittadinanza tedesca ('giurate voi di mangiare maiale tutti i giorni?' e via con il timbro), il crocefisso ha smesso di spaventare i bambini, i cessi alla turca e alla tedesca sono intercambiabili. Bella commedia, anche esportabile." (Mariarosa Mancuso, 'Il Foglio', 18 febbraio 2011)

"Cospicuo successo in Germania, chissà come sarà accolto da noi, dove la stessa problematica è più dolorosa e più fresca. 'Almanya - La mia famiglia va in Germania' è un film che rielabora in forma di saga l'intera gamma di sentimenti che caratterizzano ormai da più generazioni il rapporto tra turchi e tedeschi: scegliendo di raccontare con uno spirito equanime, un taglio pittoresco e un tono scanzonato i nodi irrisolti e quelli (sin troppo) risolti di un'immigrazione stratificata e massiccia, l'esordiente Yasemin Samdereli - nata a Dortmund nel '73 - riesce, infatti, ad abbracciare circa cinquant'anni di storia limitando le derive del ricatto sociologico e della retorica oleografica. (...) Rispetto ai film dell'affermato Fatih Akin, Yasemin, supportata in sceneggiatura dalla sorella minore Nezrin, è più vicina alle bonomie di 'Soul Kitchen' che alle asprezze di 'La sposa turca'; ma l'abilità nell'armonizzare e dirigere una pattuglia d'interpreti di tutte le età e nel tenere stretto l'andirivieni in flashback tra passato e presente è pressoché la stessa, col risultato di conferire alla ballata on the road una fragorosa vitalità e un'incontestabile simpatia. Man mano che il film procede, si ha la netta sensazione che gli aneddoti e gli sketch sugli usi e costumi degli ospitanti e degli ospiti finiscano col prevalere sugli spunti più audaci, come nel caso dell'incontro pubblico organizzato delle autorità affinché la super cancelliera Merkel ringrazi simbolicamente una comunità che conta ormai su poco meno di due milioni di legalmente residenti. L'originalità non è la dote principale di una commedia interetnica che è tuttavia in grado di svincolarsi dal meccanismo automatico poveri-contro-ricchi e pone piuttosto l'accento sulla reciproca ignoranza di due culture, peraltro destinate a integrarsi grazie alle nuove generazioni. Le quali, magari, ignorano bellamente i tesori della tradizione e preferiscono procedere condividendo quelli del presente e del futuro." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 9 dicembre 2011)

"Il viaggio della speranza che fra il 1961 e il 1973 portò due milioni di turchi in Germania, come una favola vista con gli occhi di un bambino. L'integrazione trattata in chiave di commedia svelta e intelligente, oltre che complessa e ben articolata. Il gioco di specchi fra due paesi lontani in tutto come un'occasione continua di equivoci, confronti, buffi incidenti; sotto cui però scorrono tutti i grandi temi della differenza, della scoperta e del rispetto reciproci. Scritto e diretto da due sorelle turco-tedesche nate nel '73 e nel '79, grande successo nel paese di Angela Merkel (che figura a sorpresa tra i personaggi del film) 'Almanya - La mia famiglia va in Germania' è un 'immigrant film' di ultima generazione. Niente drammi, violenza o musi lunghi, ma un tono scanzonato che a tratti può sembrare quasi facilone. Mentre è la chiave di una rilettura della (propria) storia che sposa la leggerezza della sit-com alla prospettiva distesa della saga famigliare. (...) Anche se il meglio non sta nelle situazioni comico-fiabesche, ma nel sottile filo sentimentale che lega i personaggi, le loro aspettative, i loro segreti. Con sguardo particolarmente affettuoso per la bellissima figura del nonno (gli attori sono tutti straordinari). E un occhio di riguardo per le donne, più svelte e adattabili, mentre gli uomini sembrano sommare alle difficoltà dell'integrazione la crisi del maschio occidentale. Curiosità: la storica frase di Max Frisch che chiude il film («Chiedevamo dei lavoratori e sono arrivate delle persone») fu scritta nel '65 per un film sugli italiani in Svizzera. I paesi cambiano, i problemi no." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 9 dicembre 2011)

"Una commedia familiare on the road, divertente anche se un po' malinconica. Pieno di requisiti per piacere, come infatti è accaduto dal festival di Berlino al boom nelle sale, 'AImanya' - cioè come i turchi chiamano la Germania - è il primo film di due sorelle nate a Dortmund da famiglia turca negli anni Settanta. (...) Appartiene a un filone che in anni recenti ha incontrato molta fortuna e va ad aggiungersi a esempi come 'East is East', sull'immigrazione pakistana in Inghilterra, o a quello più prossimo dei film di Fatih Akin. Questo è soprattutto un caldo, partecipato omaggio a quei milioni di storie, di persone e di famiglie che hanno fatto una grande impresa, collaborando significativamente al boom economico tedesco. Reso da chi è nato tedesco ma senza dimenticare le sue radici. Ed è forse la ragione per cui 'Almanya' dovrebbe trovare una buona risposta anche presso il nostro pubblico ammesso che possa ancora riconoscere quei tratti comuni della nostra lunga storia di emigrazione di cui si va perdendo memoria. (...) Un racconto senza asperità, tutto positivo e ottimista, il massimo del disagio pare essere stato quello del crocifisso trovato nell'umile appartamento d'affitto e prontamente rimosso tra le risatine dei bambini che non capiscono che cosa sia. (...) Insomma 'Almanya' (il cui snodo finale va scoperto vedendolo, anche se non è proprio un colpo di scena) smussa gli spigoli ma è un delizioso atto d'amore." (Paolo D'Agostini, 'Repubblica', 9 dicembre 2011)

"Un film tedesco che ci parla di turchi (in Anatolia e in Germania). Lo ha diretto, del resto, esordendo nel lungometraggio, una giovane regista turca, Yasemin Samdereli, coadiuvata nella sceneggiatura da sua sorella, Nesrim Samdereli. Tutto in famiglia, perciò, e tutto su una famiglia, uscita probabilmente dai ricordi autobiografici delle due cineaste." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo Roma', 9 dicembre 2011)

"Lontano dal dramma dell'emigrazione e dalla temibile commedia etnica, 'Almanya - La mia famiglia va in Germania', è una sophisticated comedy di una regista trentenne, Yasemin Samdereli, tedesca di origine turca, fan di Lubitsch e di Guney dai quali distilla humour dissacrante e memoria storica per il suo film d'esordio. Successo all'ultima Berlinale, 'Almanya' ha registrato in Germania un record d'incassi (15 milioni con 2 milioni di spettatori) e ora si offre al pubblico italiano (distribuzione Teodora) come perfetto film di Natale, non fosse altro che per quell'alberello luccicante e sbilenco che la mamma venuta dall'Anatolia allestisce per i suoi bambini, desiderosa di un'integrazione dolce nella nuova patria. (...) 'Almanya', sceneggiato dalle sorelle Yasemin e Nesrin, ha un sapore transculturale non dolcificato, e si diverte a punzecchiare turchi e tedeschi, uniti nell'ondata di immigrazione favorita dalla Germania quando si esaurì il filone dei lavoratori italiani. (...) Metafora di un'assenza e scenografia struggente dello 'straniero' respinto da due patrie. (...) 'Almanya' interrompe la sequenza del turco arcaico e repressivo, dei luoghi comuni sulla comunità chiusa, e nel racconto autobiografico della giovane Samdereli ci regala la 'carta verde' per entrare noi Europa in Turchia." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 9 dicembre 2011)

"Sta nascendo un genere: chiamiamolo 'commedia multietnica' e non saremo lontani dal vero. È un genere trasversale del cinema europeo, anche l'Italia sta cominciando a dare il suo contributo (ad esempio, 'Bianco e nero' di Cristina Comencini). È un genere simpatico e un po' gaglioffo, che lavora consapevolmente sui cliché, li cavalca, li analizza e li smonta - e sta poi alla bravura dei singoli registi, e degli sceneggiatori, trasformarli in riflessione «alta» sui rapporti sociali e sull'animo umano. A noi critici, invece, spetta ricordare due cose fondamentali: che da sempre la commedia lavora su questi materiali (i personaggi di Plauto e le figure della commedia dell'arte cosa sono, se non stereotipi?) e per questo è il genere che meglio di altri racconta la propria contemporaneità. In Italia, e altrove. In Germania il campione della commedia multietnica è il Fatih Akin di 'Soul Kitchen', splendido sceneggiatore e ottimo regista. Yasemin Samdereli (38 anni, nativa di Dortmund) si muove nella sua scia. In Germania i lavoratori turchi, o di origine turca, sono moltissimi; e la comunità ha espresso numerosi cineasti importanti, sin dai tempi del bellissimo '40 mq di Germania' di Tevfik Baser, 1986. (...) 'Almanya' prende in giro turchi e tedeschi in egual misura, e persino il progetto di Huseyin di riportare la famiglia al paesello natio si ammanta, al tempo stesso, di nostalgia e di farsa. Girato molto bene, pieno di trovate, 'Almanya' è un film da vedere." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 9 dicembre 2011)

"Gradevole commedia, scritta e diretta da due sorelle d'origine turca, ormai tedesche d'adozione. Capaci di raccontare con garbo, umorismo e tenerezza la storia della loro famiglia, tra il '64 e i giorni nostri. (...) Garantite risate e, volendo, lacrimucce." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 9 dicembre 2011)

"Piacerà a chi magari non è troppo tentato dalle storie d'integrazione (quasi sempre drammatiche, spesso tragiche) ma qui si divertirà francamente per l'atmosfera gioiosa e esuberante e per il gran numero di gag esilaranti." (Giorgio Carbone, 'Libero', 9 dicembre 2011)

"Benvenuti in Almanya, ovvero la Bundesrepublick dal punto di vista turco, dove l'integrazione senza rinunciare al biculturalismo è oggi il valore aggiunto, parola di Frau Merkel. La conferma arriva dai 2 'oscar' tedeschi e 15 mln di euro incassati dall'omonimo esilarante film di Yasemin Samdereli, 'Türkdeutsch' di 4a generazione, scritto con la sorella minore Nesrin. Fiabesco seppur realistico in ciò che conta, 'Almanya' contribuisce al filone 'migration movie' con l'ironia ancora acerba ai tempi di 'East is East' (1999), come pure nella 'Solino' (2002) di un allora giovanissimo Fatih Akin, rimasto poi drammatico tra i veli della 'Sposa turca'. Setacciare col sorriso 50 anni di una famiglia turca migrata nei '60 a Dortmund era un'impresa psico-sociologica monumentale, che le sorelle Samdereli hanno edificato con la maturità rispecchiata da un popolo ormai radicato attorno all'Albero di Natale mangiando kebab. Nota a margine: per chi ama i giochi linguistici cercare la versione originale sottotitolata. L'inversione di madrelingua è un omaggio all'ospitalità teutonica ma anche il dato che oggi il turco si'impara'." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 8 dicembre 2011)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy