All Is Lost - Tutto è perduto

All Is Lost

USA - 2013
4/5
All Is Lost - Tutto è perduto
Durante una traversata in solitaria nell'Oceano Indiano, un uomo senza nome si risveglia con il suo yacht di 39 metri che imbarca acqua dopo una collisione con un container abbandonato in alto mare. Con l'equipaggiamento di navigazione e la radio fuori uso, l'uomo deve affrontare una violenta tempesta; dopo aver riparato la breccia nello scafo, riesce a stento a sopravvivere grazie alle sue doti di marinaio e all'esperienza data dall'età. Utilizzando solo un sestante, le mappe nautiche e l'intuito, l'uomo è costretto a fare affidamento sulle correnti oceaniche per raggiungere una rotta di navigazione, nella speranza di fermare un peschereccio di passaggio. Sotto il sole implacabile, circondato dagli squali e con le provviste che scarseggiano, il velista pieno di risorse si trova ben presto a guardare in faccia la morte.
  • Durata: 105'
  • Colore: C
  • Genere: THRILLER
  • Produzione: BEFORE THE DOOR PICTURES, WASHINGTON SQUARE FILMS
  • Distribuzione: UNIVERSAL PICTURES INTERNATIONAL ITALY (2014)
  • Data uscita 6 Febbraio 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone

Bel tipo J.C. Chandor. Assicuratosi la benevolenza della critica con un kammerspiel corale, logorroico e sottile sulla malattia della finanza, Margin Call, spiazza tutti con un’opera seconda che gira tanto a largo della prima da finire a mare aperto: oltre le rotte di navigazione mainstream.
Praticamente muto, con un solo personaggio in scena, schivante i soliti stratagemmi narrativi, All is Lost è la negazione del classico intrattenimento hollywoodiano, il tentativo di un cinema puro e sensoriale come di rado se ne trovano al di là dell’oceano. Ed è l’Oceano (Indiano) il nuovo spazio d’elezione, vastità sinistra e silenziosa del mare – agli antipodi rispetto alla verticalità grigia e angusta del Capitale – dentro cui Chandor si immerge come fosse la propria fonte battesimale. Acque smeraldine e pericolose s’intende, al pari di quelle che cullano lo yacht “Virginia Jean” di un uomo senza nome e senza storia (Redford).
Nulla sappiamo di lui né del container di roba vecchia che qualcuno ha lasciato lì, per strada, distratto. Come cocci di bottiglie bucano un barcone super attrezzato di 12 metri, nemmeno fosse un palloncino. Di lì in poi è tutto un dilazionare intorno alla clessidra della sopravvivenza: gommoni di scorta, scorte di cibo, acqua salina e ingegnosi metodi di resistenza, sempre aggrappato alla scialuppa della vita contro gli impeti di una natura in tumulto, ondosa e fragorosa come all’epoca del diluvio. Il tutto messo in scena con straordinaria sobrietà, seguendo il ritmo sottotraccia dell’anima, nel moto disperante e ondivago dell’immobilismo colmo d’azione, unica concessione al protagonista.
Strepitoso Redford, memorabile la sua performance fisica. Notevole il contributo di Frank G. DeMarco (fotografia) e dell’operatore subacqueo Peter Zuccarini. Performante lo score di Alex Ebert, la chiave è spirituale.
Questa lotta per la sopravvivenza è ricca di sfumature. Quella barca siamo noi, il mare è il nostro tempo. Oppure, lettura metafisica: quella barca è la vita e il mare il suo attraversamento. A ogni buon conto, si salvi chi può.

NOTE

- TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI FIGURA ANCHE ZACHARY QUINTO.

- FUORI CONCORSO AL 66. FESTIVAL DI CANNES (2013).

- PRESENTATO AL 31. TORINO FILM FESTIVAL (2013) NELLA SEZIONE 'FESTA MOBILE.'

- GOLDEN GLOBE 2014 PER LA MIGLIOR COLONNA SONORA. ROBERT REDFORD ERA CANDIDATO COME MIGLIOR ATTORE PROTAGONISTA (NELLA CATEGORIA FILM DRAMMATICO).

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2014 PER IL MIGLIOR MONTAGGIO SONORO.

CRITICA

"Nella linea del film soliloquio, solo rumore d'acqua, Redford vive a 76 anni la sua cine avventura più originale sperduto nell'Oceano indiano su una barca a vela, poi su una scialuppa. Ogni avversità, la natura non è amica: è l'uomo che va verso l'autodistruzione con optional tecnologici inservibili. Storia metafisica che il regista Chandor sorveglia con la pessimistica suspense esistenziale del quotidiano." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 6 febbraio 2014)

"Un navigatore solitario veleggia nell'Oceano Indiano, tra Indonesia e Madagascar. Non ci è dato saperne il nome; quanto ai particolari della sua vitae del suo carattere, possiamo appena intuirli: è sposato (porta la fede al dito), benestante (si permette il 'Virginia Jean', un elegante yacht di 14 metri), presumibilmente ha una famiglia, cui indirizza in voice-over un'accorata lettera nella scena iniziale. Rispetto alla quale il film fa poi un passo indietro di otto giorni, per narrarci come la barca dell'innominato velista sia stata speronata da un container alla deriva, restandone gravemente danneggiata. (...) Se il genere 'survival' non manca di esempi anche recenti nel cinema americano (vedi 'Gravity', con lo spazio al posto dell'oceano), il film scritto e diretto da J.C. Chandor ne rappresenta l'esempio quintessenziale. Intanto è così laconico (le uniche parole che udiamo, oltre alla citata lettera iniziale, sono i vani appelli alla radio del protagonista e alcune imprecazioni contro la malasorte) da far apparire verbosi precedenti come 'Vita di Pi' o 'Cast Away', dove il naufrago Tom Hanks, almeno, conversava con una palla. Poi, lo schermo è occupato dall'inizio alla fine da un unico personaggio, sempre al centro della scena, di cui il pubblico condivide le emozioni e le paure. Per rendere accettabile un film del genere ci vuole, soprattutto, un interprete convincente; e non si vede chi avrebbe potuto esserlo più di Robert Redford, impegnato qui in un autentico testamento cinematografico (per la cronaca, il non più giovane Bob ha girato in prima persona la maggior parte delle scene pericolose). Se il navigatore solitario non ha un nome, in fondo, è perché coincide con lo stesso attore: un Robert Redford immaginato in situazione di estremo pericolo, ma nondimeno sensibile ed educato (si fa la barba anche quando è solo in mezzo al mare), ricco e virile, capace di grande autocontrollo. Da sempre ottimo esponente dell''underplaying', più incline ad affidarsi ai gesti (guardarlo qui mentre cerca di riparare la falla con pennellate di resina, o quando ricava acqua potabile da quella del mare...) e alle espressioni del viso che alle parole, Redford conferisce una grande umanità a un personaggio di discendenza hemingwayana, protagonista di un'epica del quotidiano quasi senza tempo (salvo per le allusioni alle navi-container come quella della Maersk Line, che gli passa accanto). Detto ciò, quello di Chandor è quasi un film sperimentale, dal partito preso originale, coraggioso e ammirevole; il che non lo preserva, però, da qualche momento di noia." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 6 febbraio 2014)

"Il vecchio e il mare. Il vecchio ha il volto glorioso e ormai segnato dal tempo (dal cinema) di Robert Redford, protagonista unico e per lo più muto. Il mare che minaccia il naufrago, impegnato in una traversata in solitario, è tutto ciò che volete. La vita, l'età che incalza, il corpo che ci abbandona e diventa nostro nemico, la civiltà al tramonto. Nello spericolato 'All Is Lost' la metafora è in agguato ma Chandor, già regista di un film invece parlatissimo e molto metropolitano come 'Margin Call' (dove a naufragare era una banca d'affari), si limita a suggerirla. Facendo piazza pulita di quasi tutto ciò che fa la potenza di Hollywood per concentrarsi su pochissimi elementi. Il silenzio, la lotta contro gli elementi, la capacità di sfruttare tutto ciò che si ha a disposizione. Un esercizio di rarefazione ad alta potenza simbolica. Prendere o lasciare." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 febbraio 2014)

"Dopo un'opera d'esordio, 'Margin Call', fitta di dialoghi e ambientata negli algidi interni di una finanziaria di Wall Street sul punto di crollare, il cineasta J.C. Chandor salta con il secondo film a un opposto scenario di naufragio: l'odissea di un navigatore solitario che, a bordo di uno yacht gravemente danneggiato, tenta di sopravvivere come un Pi anziano e senza la tigre fra i flutti nell'Oceano Indiano. Dove era diretto? Chi è? Non ha neppure un nome e non spiccica verbo, a parte qualche invocazione d'aiuto e le scarne righe di una lettera di addio ai suoi, scritta quando gli sembra che 'All is Lost'. Di lui sappiamo esclusivamente ciò che vediamo: la civiltà di modi, l'instancabile fare mentre riaggiusta lo scafo, affronta la tempesta, mantiene la rotta, centellina le provviste, si sforza di non crollare. Intorno acqua, cielo, vento, pioggia o sole rovente in una dimensione molto hemingwayana di vecchio e il mare, salvo che nel film non c'è nessuna valenza metaforica, solo l'attenersi concreto e stoico a un'etica dell'agire, del perseverare. Inutile dire che dell'avventura raccontata da Chandor con essenzialità e limpidezza, Robert Redford, con quel suo bel viso di settantasettenne che non teme i segni dell'età e riflette un'esperienza di vita ben spesa, è il fulcro emotivo, l'anima." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 6 febbraio 2014)

"Il vecchio e il mare. Forse Redford non gradirebbe per 'il vecchio', ma tant'è: l'attore/regista e fondatore del Sundance si cimenta a 77 anni in un 'assolo' tra le onde, dentro a un film di prepotente coraggio. Al timone siede un 40enne che sa il fatto suo, dopo l'ottimo esordio nel dialogatissimo 'Margin Call', sui recenti crac finanziari. Qui il one man show è un Redford senza nome e senza parole nella violenza cinetica e sonora di una natura che più ostile non ce n'è. (...) Girato per rendere la tensione estrema su cui poggia il senso dell'Esistere, 'All Is Lost' è un'opera archetipica, metafora sul rapporto tra l'uomo e i suoi limiti. L'attore americano nei panni de 'L'uomo qualunque' offre una prova interpretativa magistrale, subito acclamata quale suo testamento artistico quando il film fu presentato in première all'ultimo festival di Cannes." (Anna Maria Pasetti, 'Il Fatto Quotidiano', 6 febbraio 2014)

"È veramente un oggetto bizzarro e misterioso, questo film in cui Robert Redford è in scena dalla prima all'ultima inquadratura, naufrago in mare aperto. Più che un film sembra un messaggio nella bottiglia come quello che «our man», il nostro uomo (il personaggio non ha nome, non ha passato, non ha - forse - futuro), affida a un barattolo lanciato sulle onde. 'All Is Lost' arriva da lontano. Era fuori concorso a Cannes, quasi dieci mesi fa. È stato colpevolmente ignorato dagli Oscar (solo una nomination tecnica per il montaggio sonoro). Noi, nel nostro piccolo, ve lo segnaliamo. È un'esperienza particolarissima. Per certi versi, la recensione andrebbe affidata a Giovanni Soldini. Redford interpreta un velista «in solitaria», ed è l'unico essere umano in tutti i 100 minuti di proiezione. (...) Senza viveri e senza acqua dolce, l'uomo si prepara ad affondare come DiCaprio alla fine di 'Titanic'. Ma il finale è diverso. Se però pensate che abbiamo intenzione di raccontarvelo, vi sbagliate di grosso. Questa trama essenziale, lungo la quale Redford pronuncia sì e no una quarantina di parole (una è un sacrosanto «Fuck!» ...), nasconde un'ubriacante ricchezza di livelli di lettura. Si pensa ai grandi romanzi americani sul mare, da 'Moby Dick' di Melville a 'Gordon Pym' di Poe. Ma lì anche la solitudine era popolata di presenze, mentre qui l'isolamento di Redford è ansiogeno, contagioso, spaventevole. Allora viene in mente, tra i vecchi film dell'attore, 'Corvo rosso non avrai il mio scalpo': un apologo sulla solitudine del pioniere, l'uomo che affronta uno spazio (una frontiera) dove nessuno è mai andato prima. Come il Jeremiah Johnson di quel western, il «nostro uomo» è una versione moderna di Giobbe: dove può arrivare la crudeltà degli dei prima che l'uomo raggiunga il punto di rottura? Poi si ripensa alle parole che Redford recita nel prologo: «13 luglio, ore 16.50. Mi dispiace. So che a questo punto significa poco, ma mi dispiace. Ho provato ad essere onesto, forte, gentile. Ho provato ad amare. Ho provato ad essere un brav'uomo, ma non lo sono stato. E so che voi lo sapete, a vostro modo. Mi dispiace. Qui, tutto è perduto. Tranne il mio corpo e la mia anima, o quel che ne rimane. Ho cibo ancora per un giorno. È imperdonabile, ora lo so. C'è voluto molto tempo per capirlo, ma ora lo so. Alla fine ci sono arrivato. Non so quanto valore abbia, ma ci sono arrivato. Ho sempre voluto il meglio per voi. Mi mancherete». Maledizione: non è che Redford, a 77 anni, sta facendo testamento? 'All Is Lost' forse la metafora della carriera di un glorioso e testardo indipendente, divo quasi suo malgrado, militante di cause che oggi (si pensi anche a 'La regola del silenzio') sembrano tutte perse? Chissà. L'unica certezza è che il film è emozionante e che Redford è un attore superbo. Andate a salutarlo, se lo merita." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 6 febbraio 2014)

"'All Is Lost - Tutto è perduto', nonostante le apparenze, è un film durissimo e pressoché sperimentale. Niente a che vedere, infatti, col recente 'In solitario', buon film d'azione che ricostruisce con qualche surplus accattivante le documentate peripezie di un navigatore solitario: nella sua opera seconda, infitti, il regista e sceneggiatore americano Chandor ci proietta brutalmente dall'inizio in una situazione estrema e inesplicata. Uno yacht investito da un relitto in pieno oceano e un innominato skipper interpretato dal settantasettenne e stropicciato Redford che si dà da fare per trarsi del terrificante impaccio: su dove sono diretti e da dove provengono non si saprà mai niente, proprio perché l'intento è quello di spiazzare il pubblico senza concedergli il minimo appiglio che non sia un bouquet di allegorie e/o metafore altisonanti. Dopo il disperato monologo del prologo, per di più, seguono 106 minuti di fatiche, dolori, disillusioni, disastri in cui non si pronuncia verbo e l'accompagnamento musicale è costituito quasi integralmente dai selvaggi rumori delle onde e del vento. Il vecchio divo è ridotto a ennesimo simbolo dell'hemingwayana lotta per la sopravvivenza e la noia incombe come calamità aggiuntiva di cui non si sentiva proprio il bisogno." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 6 febbraio 2014)

"Piacerà a chi si appassiona ai conflitti uomo contro natura (qualcuno l'ha ribattezzato un 'Gravity' degli oceani). E a chi ritroverà nella storia echi hemingwayani (impossibile non rotare riferimenti al 'Vecchio e il mare' e alla poetica della sconfitta che diventa vittoria e viceversa). E a coloro che scopriranno in Robert Redford un attore (finalmente) capace di emozionare (nei precedenti 50 anni di carriera aveva quasi sempre convinto ma mai emozionato)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 6 febbraio 2014)

"Chissà se il temerario Robert Redford vincerà la sfida al botteghino. Quella contro la noia sembra perduta. Per oltre novanta minuti in mezzo all'Oceano Indiano, tutto solo su uno yacht in avaria. Con la radio fuori uso. Lasciando così il film senza dialoghi. Il maturo navigatore, settantasei anni, si fa la barba, pesca, cucina, ripara una falla, s'arrampica sull'albero maestro come un ragazzino. Dopo un'ora e sette minuti lancia un urlo terrificante. Svegliando la platea." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 6 febbraio 2014)
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