Alila

ISRAELE, FRANCIA - 2003
Alila
La vita quotidiana degli abitanti di un condominio sulla strada tra Tel Aviv e Jaffa. C'è Aviram, estroso cinquantenne che non esce mai di casa senza il suo cane. E poi: l'anziano Schwartz, scampato ad Auschwitz e pronto ad invocare un diluvio su un mondo che disprezza, anche se Linda, giovane filippina, si prende amabilmente cura di lui; Hezi, che ha preso in affitto di nascosto un appartamento per fare l'amore con l'amante Gabi alla quale vieta di farsi vedere; Ezra, che si è sistemato nel cortile con alcuni operai cinesi proprio di fronte alle finestre di Mali, la sua ex moglie che ora convive con Ilan. Ezra e Mali hanno un figlio, Eyal, che dovrebbe partire per il servizio militare. Ma Eyal diserta, il padre sfoga tutta la propria rabbia, poi i genitori insieme lo riconducono alla ragione.
  • Durata: 122'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Tratto da: Romanzo di Yehoshua Kenaz
  • Produzione: AMOS GITAI, MICHEL PROPPER & ALAI MAMOU-MANI, MICHAEL TAPUACH, AGAV FILMS, MP PRODUCTIONS, ARTE FRANCE CINEMA
  • Distribuzione: ESSE&BI
  • Data uscita 12 Settembre 2003

NOTE

- PRESENTATO IN CONCORSO ALLA 60.MA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA (2003)

CRITICA

"Luogo-allegoria della diaspora, che ha trasposto comunità diverse da una parte all'altra del mondo, il condominio è raccontato in quaranta piani; ogni azione è risolta in un'unica inquadratura. A tratti, Gitai esce dalle mura per raccontarci un'altra vicenda, emblematica delle tensioni in atto nell'odierna Israele". (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 4 settembre 2003)

"Quaranta scene, quaranta piani sequenza, perché l'artificio stilistico integri i momenti di verità. Dopo i grandi temi degli ultimi film (gli ortodossi in 'Kadosh', la guerra in 'Kippur', i primi coloni in 'Kedma'), Gitai guarda al quotidiano. Ma non ci guadagna". (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 settembre 2003)

"Gitai, che si è fatto ispirare da un romanzo, passa da un personaggio all'altro cercando di mantenere sull'azione un clima omogeneo, vi riesce solo in parte, però, ricorrendo, dal punto di vista tecnico, a dei 'piani sequenza' che, grazie anche alle belle immagini del noto direttore svizzero della fotografia, Renato Berta, consentono ai vari episodi di proporsi con una fluidità degna di rilievo, specie dal punto di vista figurativo. Anche se le diatribe dei personaggi e le loro fisionomie tenute spesso su note troppo alte anziché coinvolgere, rischiano di infastidire. Con interpreti che, pur spesso presenti nel cinema di Gitai, arrivano di rado a imporre la loro presenza sullo schermo". (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 6 settembre 2003)

"Israele come un grande condominio confuso, senza privacy, litigioso, claustrofobico. Dopo la trilogia sulla guerra, Amos Gitai parla della, diciamo così, 'pace', addentrandosi in un casamento popolare fra Tel Aviv e Jaffa. (...) Metafora realistica di un paese ferito e invaso nella privacy, ma che ogni giorno ricomincia daccapo e lava il sangue, il film è un mosaico di sensazioni e impressioni pubbliche e private. Con movenze geometriche ed azzardate, Gitai osserva e ci fa prendere coscienza attraverso 40 piani sequenza e alcune immagini silenziose in cui penetriamo dentro la strana normalità dei personaggi. Dove il caos materiale, stradale e morale, così ben ripreso da Renato Berta, diventa l'esempio di una promiscuità quasi incestuosa tra comunità ed etnìe diverse, l'apertura a un dubbio vitale di resistenza, forse risolutore". (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 13 settembre 2003)
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