Alabama Monroe - Una storia d'amore

The Broken Circle Breakdown

BELGIO, OLANDA - 2012
3/5
Alabama Monroe - Una storia d'amore
Tra Didier ed Elise è stato amore a prima vista: lui suona il banjo in una band bluegrass, vive in una roulotte in mezzo alla campagna belga e ha una passione per l'America, che considera la 'terra della libertà'; lei possiede un negozio di tatuaggi e ben presto entra nella band di Didier, condividendo con lui la passione per la musica e per la cultura indie. La loro è una storia d'amore travolgente che porterà i suoi frutti: la piccola Maybelle, una bambina allegra e bellissima che è la luce dei suoi genitori. Tuttavia, una inaspettata tragedia colpisce la famiglia, costringendo Didier ed Elise a mettere in discussione quel cerchio perfetto di felicità che avevano costruito intorno a loro...
  • Durata: 100'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: DCP
  • Tratto da: pièce teatrale "The Broken Circle Breakdown" di Johan Heldenbergh e Mieke Dobbels
  • Produzione: MENUET, IN COPRODUZIONE CON TOPKAPI FILMS
  • Distribuzione: SATINE FILM (2014)
  • Data uscita 8 Maggio 2014

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Penosa bugia quella per cui la sofferenza avvicina. Il dolore divide, taglia di netto vissuti, persone, rapporti. E il cerchio magico dell'amore si spezza.
The Broken Circle Breakdown, da noi più banalmente tradotto con Alabama Monroe, non è un film per romantici né per evadere un sabato sera. E' invece la storia matta e disperatissima di Didier (Johan Heldenbergh) ed Elise (Veerle Baetens), di un'attrazione divenuta unione e sentimento, di una promessa di felicità non fiorita, anzi appassita sotto i colpi della vita. E' la storia della loro figlioletta malata, incurabile, e della sua morte. E della loro, di morte, come coppia. Ciascuno incapace di comunicare, cioè vivere insieme, dunque dividere il peso, di un dolore troppo grande.
Restano solo i silenzi, le recriminazioni (lui non voleva diventare padre), le note a margine di cuori che rantolano ma ancora non mollano. Raddoppiate, amplificate da altre note, perché Didier ed Elise sono splendidi musicisti bluegrass, suonano e cantano nella stessa band. Poi smetteranno di essere all'unisono anche lì. Di loro resteranno solo due (sopra)nomi vicini e svuotati, Alabama Monroe, un epitaffio inciso sulla pelle di Elise.
Tutto è molto accostato, scritto, insopportabilmente plumbeo. Il Belgio non è solo Bruxelles, ma non si dimostra un posto migliore. Veerle Baetens e Johan Heldenbergh quest'ultimo anche autore del testo teatrale rimaneggiato per il grande schermo da Felix van Groeningen e Carl Joos – fanno scintille sulla scena e sul palco, la loro chimica non si discute. La musica allevia, il tempo saltella tra passato e presente, il montatore si diverte, la disperazione monta. Il cinema ospedaliero sta sempre lì, con le sue luci al neon, la morbosità malata, le lacrime a comando.
Lei resta appesa a un crocifisso, lui invece ateo e intollerante, intransigente e nichilista. La sua invettiva contro la religione è francamente eccessiva. La polemica travolge gli ultimi autentici scampoli di commozione. E le perle, bellissime, sgusciano via, da quel cerchio spezzato.

NOTE

- LABEL EUROPA CINEMAS AL 63. FESTIVAL DI BERLINO (2013) NELLA SEZIONE 'PANORAMA SPECIAL'.

- CANDIDATO ALL'OSCAR 2014 COME MIGLIOR FILM STRANIERO.

- CANDIDATO AL DAVID DI DONATELLO 2015 COME MIGLIOR FILM DELL'UNIONE EUROPEA.

CRITICA

"Strano film questo 'Alabama Monroe - Una storia d'amore': parte in un modo e poi si trasforma quasi nel suo opposto, ma soprattutto permette, grazie alle sue 'esitazioni' e ai suoi 'limiti', di dirci qualche cosa di interessante su un tema a rischio come il rapporto con la morte. (...) Il problema (...) è come quelle storie sono raccontate, in che modo vita e morte si intrecciano nella vita dei due protagonisti e soprattutto come «arrivano» allo spettatore. E per farlo mi sembra che siano soprattutto due i «dispositivi narrativi» di cui si serve Van Groeningen: la chiave del realismo per quel che riguarda le immagini e quella invece di un irrealistico andirivieni temporale per il filo narrativo. La prima serve soprattutto per conquistare lo spettatore che in questo modo viene (o dovrebbe venire) conquistato dalla storia dei due adulti. Lo si capisce bene nelle scene in cui fanno l'amore, tutte molto controllate per quel che riguarda i limiti del pudore ma anche esplicite sulle posizioni e le dinamiche (...) oppure nell'equilibrio visivo e sonoro con cui sono riprese le performance canore del gruppo o ancora - all'opposto - nella puntigliosità con cui sottolinea l'avanzare della malattia sulla piccola Maybelle, come soffocata dall'invasività di tubi e cannule mentre i suoi capelli si diradano sempre di più. La «cronologia» dei fatti invece distrugge qualsiasi linearità realistica e salta avanti e indietro nella vita di Didier, Elise e Maybelle con l'evidente scopo di disseminare una serie di «indizi» la cui spiegazione è continuamente rimandata. E' il meccanismo più scontato per catturare l'attenzione dello spettatore e tenerlo inchiodato allo schermo. In questo modo, scopriamo dopo solo cinquanta minuti (il film ne dura 111) il destino di Maybelle mentre tutto il tempo che resta sembra servire al regista da una parte per «cancellare» quel dramma e raccontare i momenti travolgenti dell'amore tra Didier ed Elise e dall'altra per «ingigantire» la forza del dramma e scavare nelle reazioni e nei sensi di colpa dei due genitori. Alla fine però l'effetto mi sembra soprattutto contraddittorio. È evidente che il nodo del film è quello di mettere a confronto le due reazioni opposte dei genitori di fronte alla malattia della figlia: Elise più spirituale e sognatrice, Didier più materialista e rabbioso (il testo teatrale originale insisteva molto sullo scontro tra scienza e religione, dilemma che nel film esplode solo verso la fine). Ma un andamento così ondivago finisce per dare l'impressione della «paura» più che del dubbio, la paura che il tema della morte sia ancora tabù e che vada quindi «addolcito» con scene musicali o con i ricordi di un passato di passioni e trasporto. Non è semplice parlare della morte al cinema, anche dopo che si sono dissolti alcuni degli «imperativi cinefili» tanto cari a Bazin e a Daney. II dolore senza spiegazioni o ragioni (come è appunto quello si una bimba che lotta con un tumore) mette a dura prova l'empatia dello spettatore, ma la strada scelta da Van Groeningen sembra quella più scontata e in qualche modo furbesca: buttare il sasso e poi ritrarre la mano, far vedere il dolore e poi saltare a una scena di sesso o di allegria musicale, commuovere lo spettatore e subito dopo cercare la sua complicità con un sorriso o un bacio. Raccontare l'eutanasia di una persona e passare subito dopo all'immagine di un tatuaggio di due cuori attraversati da una freccia." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 5 maggio 2014)

"(...) 'Alabama Monroe' un grande, commovente film che colpisce al cuore. Elise è una lunga bionda di semplice bellezza, maestra di tatuaggi che invadono il suo corpo con farfalle e volti, e nastri e fiori, e anche un revolver proprio puntato sul sesso; Didier ha una bella faccia nascosta da una gran barba e una massa di capelli rossastri e suona il banjo in una band di omoni sdruciti, che cantano e usano solo gli strumenti a corda della musica Bluegrass, di cui il pezzo più celebre, 'Will the Circle BeUnbroken', apre e percorre tutto il film (il cui titolo originale, 'The Broken Circle Breakdown' capovolge il senso della vecchia canzone). (...) Il film del regista belga FelixVan Groeningen era tra i cinque candidati all'Oscar per le opere straniere, il rivale più pericoloso per 'La grande bellezza', che comunque ha meritato la vittoria. Il titolo italiano 'Alabama Monroe', si riferisce al nome, Alabama, che Elise si dà dopo la morte di Maybelle, mentre Monroe è il nome del musicista americano che viene considerato il padre del Bluegrass. I due protagonisti, Veerle Baetens (Elise) e Johan Heldenbergh (Didier), sono meravigliosi, pure come cantanti. Anche se nell'ultima parte si disperde in un accavallarsi di fatti e di perorazioni antiamericane poco convincenti, il film è indimenticabile, soprattutto per la forza straordinaria di una musica popolare che aderisce alla storia come la voce di un sapiente narratore." (Natalia Aspesi, 'la Repubblica', 5 maggio 2014)

"Tutto l'amore del mondo, e tutto il dolore che si può provare non in una ma in molte vite. Tutta la passione, la bellezza, la tenerezza che può passare quasi 'fisicamente' nella musica (nella sua esecuzione, più che nel suo semplice ascolto). E tutto lo strazio, lo sgomento, il senso di perdita irreparabile che nessuna musica potrà mai lenire. Anche se solo la musica, forse, può dare una forma (un'eco) al dolore più inesprimibile. Se ogni melodramma si basa sulla coincidenza degli opposti, 'Alabama Monroe' è un 'mélo' perfetto e perfino diabolico per l'abilità con cui tende fino allo spasimo la corda dell'emozione premendo, appunto, su due pedali: quello del racconto e quello della musica, che del racconto peraltro è parte integrante. Anche se non si tratta di musica 'alta' ma di 'bluegrass', uno dei più popolari fra i generi musicali americani, spesso confuso col country ma più composito nelle origini, struggente nell'effetto. E rigorosamente acustico. (...) questo film nato da una commedia scritta dallo stesso protagonista, Johan Heldenbergh, corre avanti e indietro nel tempo smontando e rimontando brandelli della storia per formare un quadro completo della vicenda. In cui poco a poco entrano l'amore e la musica, la passione carnale e la crudeltà della malattia, la meraviglia per quell'amore fiorito in età ormai matura (almeno per lui) e le differenze ineliminabili di cultura e mentalità, la gratitudine per la bellezza di Elise, con il suo corpo istoriato di immagini come un codice miniato, e il rancore che dilaga spinto dalla malattia e dalla disperazione. Il tutto senza mai perdere di vista la dimensione collettiva, perché questa storia d'amore e morte incisa sulla pelle dei protagonisti è anche la storia di un gruppo - la band - che integra, accoglie e rielabora le vicissitudini di Elise e Didier, non solo in chiave musicale. Con qualche effetto di montaggio di troppo, nell'ultima parte, per non insospettire chi teme gli abusi del mélo. Ma anche con un'inventiva, una generosità, una capacità di sollecitare sentimenti tutt'altro che banali, davvero eccezionali. Anche perché il film riesce a restare sempre accanto ai personaggi, senza mai giudicarli, nemmeno nei momenti più estremi. (...). Mentre i due protagonisti, i memorabili Veerle Baetens e Johan Heldenbergh, ci ricordano come al cinema la presenza vinca sempre sul linguaggio, e anche i più folli virtuosismi di regia si sciolgano come neve al sole di fronte alla verità di un corpo, di un gesto o di uno sguardo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 6 maggio 2014)

"È 'Alabama Monroe - Una storia d'amore', titolo scelto dal distributore italiano Satine per 'The Broken Circle Breakdown' del belga Felix Van Groeningen: miglior film straniero ai César francesi, Veerle Baetens migliore attrice agli EFA e al Tribeca, più altri importanti riconoscimenti. Soprattutto, è stato il più serio concorrente de 'La grande bellezza' per l'Oscar al film straniero, e si può capire perché. Questo è Il grande dolore, ma senza - troppo - melodramma, senza - troppe - scene madri, che a quelle latitudini la sofferenza si serve plateale ma sorda, esibita ma divorata: già, non c'è - troppo - pathos in 'Alabama Monroe', e per due ragioni. Van Groeningen costruisce il film come un peep-show: buttiamo l'occhio nella serratura, nella felicità di coppia che si rovescia, siamo quasi intrusi in una relazione privata che nemmeno capiamo del tutto. Secondo, come dice Murakami citando Tolstoj 'la felicità è sempre uguale, ma l'infelicità può avere infinite variazioni', e nemmeno il tragico pantone di Didier ed Elise esaurisce la gamma: più di qualcuno piangerà, ma il fuoco è sulla coppia che scoppia, non sulla perdita del figlio. Già, 'Alabama Monroe' non parla del lutto, neanche esclusivamente della sua elaborazione, dribblando il ricatto emotivo: apparentemente siamo dalle parti de 'La stanza del figlio' di Moretti e 'La guerra è dichiarata' della Donzelli, in realtà ci troviamo più 'egoisticamente' indirizzati sulla relazione amorosa. Non cancer movie, ma love story, un film geometrico sulla giustapposizione di due corpi e cuori (e nomi, vedi il titolo italiano) piuttosto che un triangolo spezzato. Ottimi gli interpreti, su tutti la Baetens, buona la scansione drammaturgica del crollo, vecchia come il mondo l'opposizione tra chi guarda la luna (lei) e chi il dito (lui, ma non è uno stolto), 'Alabama Monroe' ha nella musica originale di The Broken Circle Breakdown Bluegrass Band un surplus poetico, che ci accompagna verso la fine. Suonala ancora, Didier!" (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 8 maggio 2014)

"Certo, la musica bluegrass e un film belga di lingua fiamminga sembrerebbero contraddizioni in termini. Eppure, acquisendo un merito importante, il regista van Groeningen riesce a fonderli credibilmente nello sviluppo di una storia durissima, esposta al rischio del collasso emotivo, sbilanciata sul piano drammaturgico, ma in ogni caso impossibile da relegare nel deposito del cinema di routine. Il fatto che 'Alabama Monroe' sia stato pluripremiato in Europa e valido contendente di Sorrentino nella corsa all'Oscar di migliore film straniero non ci fa velo, perché il culto dell'autorialità non lesina in questo campo gli equivoci contenutistici: il nucleo forte del film -tratto da una pièce teatrale scritta dall'attore protagonista - sta, invece, nelle superbe recitazioni e nella formidabile presa di una colonna sonora che è parte integrante della trama. Detto questo occorre avvertire che la quota di sofferenza proposta allo spettatore è alta, tanto da indurre qualche cronista sbrigativo a includerlo tout court nella categoria dei 'film sulla malattia dei bambini'. Non è così perché l'ambizione, come abbiamo detto, è molto più vasta, ma dall'angoscioso clou, tuttavia, non si scappa considerando che sin dalla prima sequenza c' è una bambina settenne sottoposta alle cure per una grave forma di tumore del sangue. L'ordine cronologico tradizionale viene, d'altra parte, continuamente scomposto facendo sì che il film prosegua in un ellittico, ardito e originale intreccio di passato, presente e futuro (...) il copione induce la regia a esasperare i toni in un vero e proprio 'overdrive' melodrammatico, che non giustifica con una peculiare logica narrativa le scene madri del duello tra la depressione sfociante in una deriva para-mistica o, comunque, spirituale della donna e la nevrastenica, revanscistica rabbia anti-cattolica e anti-americana del musicista. I cui sproloqui in privato e in pubblico (...) attenuano un po' la qualità, comunque notevole, della tragica ballata." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 8 maggio 2014)

"Toccante dramma belga, il rivale più accreditato per l'Oscar al film straniero vinto (ingiustamente) da 'La grande bellezza'. (...) Tutto giocato fra flashback e ritmi blues, è catalogabile nel filone «guarda e piangi», ma è certo più commovente che ruffiano." (Massimo Bertarelli, 'Il Giornale', 8 maggio 2014)

"Adattamento di un testo teatrale (firmato da Heldenbergh con Mieke Dobbels), 'Alabama Monroe' comincia nell'ospedale dov'è ricoverata per cancro la figlioletta dei due, quindi passa a ricostruire avanti e indietro nel tempo le fasi salienti di un'appassionata storia d'amore gravata dalla tragedia. Finché a un certo punto l'equilibrio di questa curiosa opera belga, ritagliata sul modello del cinema indipendente americano, non si spezza: vuoi per l'affollarsi di temi (il progredire del male, la crisi della coppia affranta, il discorso sulle staminali); vuoi per un affondo nel melò che indebolisce il pathos invece di rafforzarlo. Ma del film - che è stato in lizza per l'Oscar straniero 2014 - restano validi i valori di interpretazione, fotografia, montaggio, nonché la suggestione della bella colonna sonora." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 8 maggio 2014)

"Nelle intenzioni dei produttori doveva essere una specie di risposta a 'La guerra è dichiarata' di Valérie Donzelli. Non in termini filmici, beninteso, ma in quanto atteggiamento, più o meno condiviso, nei confronti del melodramma familiare riveduto e corretto. Se nel film della Donzelli pubblico e privato s'intrecciano lungo traiettorie che da Jacques Demy conducono a Olivier Assayas, nel film di Felix Van Groenigen, cineasta festivaliero per eccellenza, simbolo stesso dell'autore di rappresentanza nazionale all'estero, ci si ritrova dalle parti di un racconto più convenzionale che tenta di giocare la carta della novità a partire da elementi decorativi. Messa così, il suo film sembrerebbe essere un disastro. Invece, se si è disposti a un minimo di indulgenza, e ci si abbandona al piacere della lacrima galeotta, il film di Van Groenigen dispensa qualche scossa di interesse solleticando arterie neuronali. (...) Van Groenigen (...) non pigia il piede sull'acceleratore mélo. Si sforza di tenere la vicenda all'interno di un ritratto di donna anticonvenzionale tentando di non schiacciarne la figura e le relative complessità sotto il peso delle inevitabili concessioni che un finale prevedibile ma non per questo meno coinvolgente sembrerebbe richiedere. Ed è proprio questa indecisione nell'abbracciare il delirio mélo a fare del film di Van Groeningen un oggetto curioso. Da un lato il regista conduce situazioni e corpi all'incandescenza, dall'altro sceglie di gestire la materia sentimentale con un approccio ragionato, lievemente distaccato. Motivo per cui la carica melodrammatica del film sembra trattenuta, come osservata dall'altra riva del mare in tempesta, al riparo fra gli alberi, col rumore e furore ridotto a un brusio indistinto. Una scelta, beninteso, estetica e politica che purtroppo non risulta mai del tutto convincente anche se il film di Van Groeningen riesce comunque a conservare una dignità formale che gli permette di tenersi a galla senza dovere scendere a troppi compromessi. Impossibile, in chiusura, non citare il finale, che non riveliamo, va da sé. Un momento di follia sui generis dove la commozione fatalmente si scontra con sentimenti diametralmente opposti. Come una impossibile chiusura del cerchio (...)." (Giona A. Nazzaro, 'Il Manifesto', 8 maggio 2014)

"Piacerà a chi ama commuoversi e magari lacrimare al cinema. 'Alabama' è certo un film ruffiano. Ma anche sincero. E meritatamente ha conteso fino all'ultimo l'Oscar alla 'Grande bellezza' (non pochi lo preferiranno a Sorrentino)." (Giorgio Carbone, 'Libero', 8 maggio 2014)

"Di una bellezza spiazzante. A cominciare dal titolo e dall'ambientazione: non siamo nel cuore country degli States, bensì nella brumosa campagna belga attorno a Gand. Il fatto è che Didier, apprezzato cantante di bluegrass, ama a tal punto l'America da stare in campagna, allevare cavalli e vivere in roulotte intanto che restaura un vecchio casale. Tipetto non meno originale è Elise: artista dei tatuaggi che ama vivere contro corrente. I due s'innamorano, uniti forse più dalle loro differenze. Perché, di fondo, Didier è un razionale che nulla concede alla spiritualità, mentre Elise, nel profondo del cuore, crede. A dar loro felicità è la nascita, non programmata, della figlia Maybelle. A spezzarne l'equilibrio sarà il dolore per la malattia. Ma il film non indulge sulla tragedia del cancro di una bimba, mostra piuttosto il frantumarsi dell'amore quando non si crede nelle stesse cose. Belle musiche, struggenti interpretazioni. E quei quesiti eterni, sospesi tra amore e fede, a cui nessuna coppia, nessun genitore (per quanto anticonformista) potrà mai sottrarsi. Film duro, bello, per anime forti." (Maurizio Turrioni, 'Famiglia Cristiana', 11 maggio 2014)
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