Al di là delle montagne

Shan He Gu Ren

GIAPPONE, CINA, FRANCIA - 2015
4,5/5
Al di là delle montagne
Cina, alla fine del 1999. Tao, è una ragazza di Fenyang corteggiata da due amici d'infanzia: Zhang, proprietario di una stazione di servizio destinato a un brillante futuro, e Liangzi, che lavora invece in una miniera di carbone. Divisa tra i due uomini, Tao farà una scelta che segnerà il resto della sua vita e quella del suo futuro figlio, Dollar. Venticinque anni dopo, tra la Cina che è radicalmente cambiata e l'Australia come promessa di una vita migliore, tutti i protagonisti verranno messi di fronte al proprio destino...
  • Altri titoli:
    Mountains May Depart
  • Durata: 131'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: HD (1:1.33/1.85/2.39)
  • Produzione: SHOZO ICHIYAMA, NATHANAËL KARMITZ, JIA ZHANGKE, REN ZHONGLUN, LIU SHIYU PER OFFICE KITANO INC., MK2 PRODUCTIONS, XSTREAM PICTURES, SHANGHAI FILM GROUP CORPORATION, RUNJIN INVESTMENT CO. LTD.
  • Distribuzione: CINEMA DI VALERIO DE PAOLIS/BIM (2016)
  • Data uscita 5 Maggio 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Valerio Sammarco

(Go West) Life is peaceful there
(Go West) In the open air
(Go West) Where the skies are blue
(Go West) This is what we’re gonna do.

Fenyang, Cina, 1999.

Un ballo di gruppo per avvicinarsi al nuovo millennio. Un triangolo emotivo per separarsi dalla giovinezza. Tao (Zhao Tao) è corteggiata dai suoi due amici d’infanzia, Zhang (Zhang Yi) e Liangzi (Liang Jin Dong) . Il primo, destinato ad un avvenire di ricchezza, è il classico yuppie sfrontato e sicuro di sé, il secondo – taciturno e riflessivo – lavora in una miniera di carbone. La scelta della ragazza, dolorosa, determinerà il futuro di tutti, compreso quello del suo figlio venturo, Dollar.

Un'altra immagine del film

Un’altra immagine del film

E’ un’epopea magniloquente, un “C’era una volta in Cina” di rara potenza emotiva, un melodramma pop a tratti irresistibile il film di Jia Zhangke: la partenza è da brividi, con il formato dello schermo a 1.33 in cui, “stringendosi” come in un quadro incapace di raccogliere tutta la potenza del ricordo, il gruppetto di amici balla sulle note di Go West.

Ma la portata complessiva dell’opera di Jia la comprendiamo definitivamente poco meno di un’ora dopo: quando il “terzetto” si divide e una dissolvenza in nero introduce (nuovamente) il film. L’aspect ratio si adegua, lo schermo si allarga a 1.85, Mountains May Depart: è il 2014, Tao e Zhang li abbiamo lasciati sposati e genitori, Liangzi aveva fatto fagotto per allontanarsi chissà dove. Ora è padre anche lui, ma un tumore ai polmoni lo costringe ad abbandonare la nuova miniera e tornare – con moglie e prole – sui suoi passi. I soldi per curarsi non ci sono, l’unica speranza è provare a chiedere un prestito a qualche amico del passato…

Questa è la fase forse più dolente e che meglio descrive l’intero senso dell’operazione voluta da Jia Zhangke, che ci riporta al momento della divisione, a quando cioè Tao si lasciò sedurre dalla scelta più “semplice”. Che col passare degli anni l’ha portata ad essere sola. Il marito, ora a Shanghai e ricco sfondato, si è rifatto una vita. E il piccolo Dollar è con lui, visto che i soldi possono tutto anche in termini di custodie esclusive. Sarà la morte del padre di Tao a regalarle qualche giorno di maternità perduta, il tempo necessario per comprendere – laddove ce ne fosse bisogno – che quel bambino non è stato (e mai sarà) suo.

Il regista, anche qui, affida ai dettagli (l’invito al matrimonio rimasto nella vecchia casa di Liangzi) e alle ancore sonore (la hit Take Care della pop-star hongkonghese Sally Yeh) il puntello visivo ed emotivo attraverso il quale continuare a percorrere il lungo cammino di una storia che, oltre all’inesorabile scorrere del tempo, riflette – come da titolo – sulla giustapposizione tra la solidità e la caducità delle nostre certezze. Delle nostre radici.

Ancora Zhao Tao in Mountains May Depart

Ancora Zhao Tao in Mountains May Depart

Melbourne, Australia, 2025.

Dollar è cresciuto. L’orizzonte visivo dell’opera di Jia si adegua (aspect ratio 2.39, un panoramico di bellezza asfissiante), quasi a dirci che la stessa inadeguatezza del ragazzo – annoiato dal college e incapace di dialogare con il padre (che non ha mai imparato l’inglese) – è la stessa del cineasta nel dover “ingabbiare” un periodo altro, lontano (seppur non lontanissimo), ipotizzabile sì ma non per questo “incorniciabile”. Una riflessione – oltre che sul passato, sul presente e sul futuro delle immagini – anche sulla libertà, allora, che Zhang non fatica a definire così: “La libertà è una stronzata. In Cina era vietato detenere armi. Qui in Australia hanno modificato la legge e ne ho comprate moltissime. Ma non ho nessuno a cui sparare!”.

Ecco, la libertà: quella che ha portato l’uomo ad allontanarsi da tutto in nome di un Eldorado fatto di enormi vetrate vista oceano, con tutto intorno il nulla. Lo stesso che agita l’inquietudine del giovane Dollar, prima gradasso nel dire a tutta la classe di non avere una madre, di essere stato fatto in provetta, poi disperatamente bisognoso di un appiglio, quello della professoressa che tenta di ridestare la memoria dei figli della Cina che, però, di cinese, hanno solamente i lineamenti. “Nome”, “cognome”, e da questi provare a risalire a un ricordo. Un sapore, un profumo, una melodia: Take Care, Sally Yeh.
Un mazzo di chiavi al collo, per tentare di riaprire serrature di un tempo svanito. Partito, come le montagne che non tornano più. Raggiungerle ora sarebbe una “forzatura” (la stessa che porta Jia a mostrarci un bacio fugace e una nottata di passione tra Dollar e la ben più adulta professoressa), riassaporarne l’atmosfera è difficile, rievocarne il nome un dovere. Perché lì c’è ancora Tao, la neve, il fiume Giallo. E l’idea di un ballo che prometteva grandi cose.

(Go West) Life is peaceful there
(Go West) In the open air
(Go West) Where the skies are blue
(Go West) This is what we’re gonna do.

NOTE

- IN CONCORSO AL 68. FESTIVAL DI CANNES (2015).

CRITICA

"Tre parti di magistrale regia perturbante e coinvolgente (...). Indimenticabili personaggi, come in un romanzo di Balzac o Flaubert, aggiornati al tema del declino e a una diversa riluttanza all'amore della nostra epoca. E' un film sul tempo, che è stato, che è, e che verrà (...). A proposito di cinema si rende sempre onore all'emozione, che tuttavia è fuggevole, meno importante e profonda del sentimento. Jia ci lascia un sentimento vero, da vivere e meditare." (Silvio Danese, 'Nazione-Carlino-Giorno', 7 maggio 2016)

"Dovessimo indicare dieci grandi cineasti capaci di raccontare i mutamenti del presente, il cinese Jia Zhang-ke sarebbe sicuramente nel gruppo. Eppure ogni volta che esce un suo film bisogna ripartire da zero. Per un regista abbonato a Cannes e Venezia (...) è un bel paradosso. Il provincialismo del nostro mercato e la dittatura del doppiaggio certo non aiutano. Ma è un peccato anche perché Jia, come ogni grande narratore, sa illuminare il suo angolino di mondo come se fosse nostro, cancellando d'un colpo abissali differenze di lingua e cultura. Prendiamo questo Al di là delle montagne (...) può sembrare una grande allegoria confusa e macchinosa, e tornano in mente gli scivoloni di maestri come Wenders e Wong Kar-wai. Invece il film vive di idee semplicissime, fisiche, immediate, che aderiscono come una seconda pelle a personaggi e destini. A partire da quel primo e sfrenato ballo collettivo, che traduce come meglio non si potrebbe il desiderio di cambiamento, la sete di piacere, la febbre di vivere che si è impadronita della Cina e dei cinesi. Finalmente, insomma, un film che interroga corpi, spazi, luce, paesaggi, durata. Accordando sentimenti personali e mutamenti collettivi in una musica unica e speciale, nuova e insieme immediatamente comprensibile, che è il marchio distintivo del grande cinema. Il tutto raccontato con un'adesione fisica e emotiva ai suoi protagonisti di grande impatto (...). La Cina non è mai stata così vicina. Purtroppo." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 5 maggio 2016)

"Due ragazzi, una ragazza. Chissà se c'entra l'eterno modello truffautiano di 'Jules et Jim'. Chissà, perché siamo in Cina e come al solito non è proprio facile comprendere modelli e riferimenti. Malgrado il regista, Jia Zhang-ke (....), non sia di certo uno sprovveduto quanto a conoscenza del cinema. Una ragazza (...) e due ragazzi, con il loro legame e i loro ambigui e divisivi sentimenti, sullo sfondo delle colossali trasformazioni vissute dal grande paese; attraversate dal racconto, e anche questo è un elemento ricorrente nei film del regista Leone d'oro di Venezia (...), con una carrellata di lungo respiro. Qui l'arco temporale è di un quarto di secolo. Tutto inizia nel 1999, all'alba del nuovo millennio, e si protrae fino a proiettarsi in un futuro, il 2024, narrativamente risolto con uno spiazzante ibrido tra quotidiano realismo e metafisica distopia. Spiazza sempre lo stile di Jia, senza dubbio una delle maggiori personalità emerse nel cinema mondiale dell'ultimo quindicennio (....) ma già attivo dagli anni Novanta nonostante il faticoso percorso che lo ha lentamente liberato dai condizionamenti censori e dall'esclusione dai finanziamenti di stato (perché, come i nostri De Sica e Zavattini, si soffermava troppo sui 'panni sporchi'). Apparentemente, e ricercatamente dimesso, insiste su vicende umane malinconiche, deprimenti, su condizioni ambientali (...) di fatica, delusione, frustrazione, fallimento, sradicamento imposto da cambiamenti e innovazioni disposti dall'alto. (...) In più e di diverso rispetto ai precedenti, ma senza perdere coerenza, c'è qui un'accentuazione in senso melodrammatico." (Paolo D'Agostini, 'La Repubblica', 5 maggio 2016)

"Nei suoi complessi dietrofront, il cinema cinese di oggi non sempre riesce a recuperare gli splendori del recente passato ed era lecito sospettare di Jia Zhang-ke, un regista sin troppo incalzato dalla censura del regime. La bella sorpresa è che «Al di là delle montagne» si rivela, invece, un buon film diviso in tre capitoli (ripresi in altrettanti formati fotografici diversi) sulla deriva traumatica, forse inevitabile, dei sogni generazionali innescati dall'ibridazione del comunismo nel capitalismo dirigista. (...) per fortuna la mano del regista di «Still Life» (...) ha la forza poetica d'insistere sulla disillusione insita nella crescita degli ex ventenni cinesi, non più incapsulati nella falsa sicurezza dei destini individuali governati dal partito e dallo stato. Lo sfascio familiare di Tao (...) potrebbe persino adattarsi ad altri assetti societari convogliando, non a caso, le emozioni dello spettatore verso un rimpianto universale per il diritto alla felicità. Che si può nutrire o perdere sia sotto il cielo post-maoista che sotto quello australiano." (Valerio Caprara, 'Il Mattino', 5 maggio 2016)

"(...) Jia Zhang-ke è un regista che merita attenzione: fosse solo che il suo cinema fa capire meglio di tanti saggi il modo devastante in cui modernizzazione e crescita economica stanno distruggendo l'identità della Cina. Diviso in tre parti, 'Al di l à del le montagne' inizia nel 1999 con un triangolo amoroso in un contesto rurale già infiltrato di motivi occidentali (...). Evidente metafora della complessa trasformazione in atto nel paese, il film risolve il discorso nel tessuto del racconto, focalizzandosi sui personaggi e giocando sul flusso dei sentimenti. Stavolta Jia evita la polemica aperta, e tuttavia è chiarissima la sua critica di una società tutta votata al Dio denaro." (Alessandra Levantesi Kezich, 'La Stampa', 5 maggio 2016)

"E' il film di una vita, di una generazione, di un popolo. (...) Grande film, da vedere." (Alberto Crespi, 'L'Unità', 5 maggio 2016)

"(...) è un mélo pop sontuoso, massimalista, perfino totalizzante. Una sorta di iperbolico, magniloquente affresco socio-sentimentale, che utilizza il triangolo di Tao (Zhao Tao) e dei suoi corteggiatori e amici d'infanzia Zhang (Zhang Yi) e Liangzi (Liang Jin Dong) per delineare le geometrie variabili, ovvero politico-economico-esistenziali, del gigante asiatico: tre blocchi temporali, tre formati differenti (1.33 - 1.85 - 2.39) e un unico approdo - ancorché parziale - nel nome del figlio, Dollar. Raramente nel cinema degli ultimi anni abbiamo assistito a una così esplicita volontà di incidere (sul)la realtà con potenza analitica e - il terzo episodio in Australia - nitore immaginifico: sì, 'Al di là delle montagne' spunta il capolavoro. (...) non fate scherzi: è imperdibile." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 5 maggio 2016)

"(...) grande ritorno di Jia Zhang-Ke a uno dei temi favoriti della sua opera - l'impatto del capitalismo e dell'impennata economica sull'identità della Cina e sulla sua geografia, fisica, umana e sociale. Dopo l'approccio quasi documentario di 'Still Life' e quello obliquamente metaforico di 'The World' il regista/sceneggiatore sceglie una grammatica epico-minimalista simile a quella di un altro suo film, 'Platform'. e una tela molto ampia per tratteggiare questo affresco, che si muove dal melodramma classico fino a sfiorare la sci fi: dalla città natale di Fenyang (dove spesso ambienta i suoi film) all'Australia; dal formato del fotogramma «quadrato», dell'1:33, a quello allungato, futuribile dello scope. Diviso in tre parti (i credit non arriveranno che dopo cinquanta minuti) rispettivamente ambientate nel 1999, nel 2014 e nel 2025, 'Al di là delle montagne' racchiude nel percorso di tre personaggi la storia della Cina del terzo millennio. Al suo cuore, ancora una volta è la performance straordinaria di Zhao Tao (...). II mood unisce l'esuberanza della gioventù alla promessa del nuovo millennio - squarci di cultura pop irrompono nelle immagini delle celebrazioni tradizionali del Capodanno. La dinamica del rapporto tra i tre amici è raccontata magnificamente da Zhang-Ke e dal suo abituale direttore della fotografia, Yu Lik Way attraverso le relazioni spaziali e la composizione del fotogramma. (...) La sua è indubbiamente una riflessione sulla Cina (la cui conclusione viene affidata, con enorme dolcezza e ironia a un'ultima immagine di Thao (...). Ma è abbastanza inevitabile, guardando il film non vederlo anche come una riflessione sul cinema." (Giulia D'Agnolo Vallan, 'Il Manifesto', 4 maggio 2016)

"Il tema del film è semplice e non certo nuovo: come resistono al passare del tempo i sentimenti umani? Quello che però fa la specificità del film di Jia Zhang-ke 'Al di là delle montagne' è come il regista cinese affronta questo tema, come lo «piega» alla sua visione del cinema e delle cose, come lo declina di fronte alle reazioni dei suoi personaggi, come lo confronta con l'evoluzione degli avvenimenti. In una parola, come quel tema così semplice e risaputo diventa cinema. (...) Jia è probabilmente il più conosciuto e bravo dei giovani protagonisti del cinema cinese (...): lontano dall'idealizzazione del mondo arcaico delle campagne ma anche dagli incubi delle megalopoli come Pechino e Shanghai al centro dei film di chi l'aveva preceduto, ha saputo raccontare quella Cina di mezzo su cui è caduto il peso del la modernizzazione e sta pagando lo scotto maggiore delle nuove forme di organizzazione sociale, proprio come è successo nella sua città natale, Fenyang, nel nord della Cina, dove inizia anche 'Al di là delle montagne'. (...) Una stessa storia divisa in tre periodi (dove quello ambientato nel futuro è di fatto il ritratto appena un po' romanzato di un possibile presente) e che Jia utilizza non solo per scavare nella fragilità e nella volatilità dei sentimenti umani ma anche per raccontare la mutazione antropologica del proprio Paese e dei propri concittadini. È questo il nodo del film e la sua forza, che la messa in scena sottolinea a partire dal diverso formato dell'immagine («classico» nel 1999, «panoramico» nel 2014, «scope» nel 2025), utilizzato però con una curiosa inversione di senso: più si allarga l'inquadratura più si riduce lo spazio dedicato al paesaggio per portare in primo piano i volti dei vari personaggi. Jia non è mai didascalico, non cerca di lanciare messaggi agli spettatori, piuttosto chiede loro di mettere assieme i vari «segni» che la sua macchina da presa coglie, a volte anche in maniera apparentemente incongrua, come il giovane che porta in giro l'alabarda col pendaglio rosso tipica della divinità mitologica Guan Gong (...). O come la tigre in gabbia o il camion carico di carbone che non riesce a rimettersi in cammino. Oppure scegliendo canzoni che illustrano precisi stati d'animo, come «Go West» dei Pet Shop Boys il cui fascino libertario accende un sogno di cui non si misureranno le conseguenze o come la pop star cantone se Sally Yeh che canta «Take Care», il cui testo esalta il valore eterno di quei sentimenti che invece i protagonisti del film hanno tradito. A ribadire una complessità e un'ambiguità che i vent'anni di vita cinese raccontati dal film hanno mostrato al lavoro sulle persone." (Paolo Mereghetti, 'Corriere della Sera', 3 maggio 2016)

"Di padri e figli, passato e futuro parla anche (...) 'Mountains May Depart' del cinese Jia Zhang-Ke, meritatamente accolto con molto entusiasmo. (...) Il regista, sempre impegnato a fotografare con straordinaria forza, lucidità e sensibilità le mutazioni di un paese che ha calpestato passato e tradizioni per abbracciare una modernità schiacciata dal denaro e dall'avidità, ci racconta prima una Cina che ha rinunciato alla propria identità, agli antichi valori, agli affetti familiari e persino alla propria lingua (Dollar e suo padre hanno bisogno di un interprete per comunicare) per rincorrere uno stile di vita occidentale, poi una nuova generazione che tenta di ricucire lo strappo riappropriandosi delle radici perdute e dell'idioma dimenticato." (Alessandra De Luca, 'Avvenire', 21 maggio 2015)

"Malinconico, ironico, con qualche lungaggine compensata però dalla freschezza dello sguardo di chi racconta, 'Mountains May Depart' è piacevole, colorato, sincero. Per rimpiangere la Cina di un tempo, Mao e dintorni, bisogna proprio che quella attuale sia un inferno." (Stenio Solinas, 'Il Giornale', 21 maggio 2015)

"(...) convince il cinese 'Mountains May Depart' di Jia Zhang-Ke. È un racconto tumultuoso, discontinuo ma potente (...). Il regista racconta con un'energia che commuove, magari sbanda, diventa naif in certi momenti, poi si riprende, e ha la forza di certi eventi naturali. Lo capisci che non è legato a una forma sola di narrazione, lo vedi che mescola - cinematograficamente - sacro e profano. E racconta l'ossessione cinese per l'Occidente e per il capitalismo meglio di un trattato. Superbi i protagonisti." (Luca Vinci, 'Libero', 21 maggio 2015)
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