A feleségem története

UNGHERIA, FRANCIA, ITALIA, GERMANIA - 2021
3,5/5
A feleségem története
Negli anni Venti, Jacob Störr, capitano di una nave mercantile, quasi per scommessa accetta di proporsi alla prima donna che avesse fatto il suo ingresso nel caffè dove si trovava con un amico. Ed è così che il capitano Störr si ritrova, come un pesce fuor d'acqua, in un appartamento di Parigi con Lizzy, la sua giovane, avvenente e misteriosa sposa.
  • Altri titoli:
    The Story of My Wife
    L'histoire de ma femme
  • Durata: 169'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO
  • Specifiche tecniche: 35 mm
  • Tratto da: romanzo di Milán Füst
  • Produzione: MAREN ADE, JONAS DORNBACH, PEGGY HALL, JANINE JACKOWSKI, ERNÕ MESTERHÁZY, ANDRÁS MUHI, MÓNIKA MÉCS, PILAR SAAVEDRA PERROTTA, FLAMINIO ZADRA, OLIVIER PÈRE PER INFORG M&M, KOMPLIZEN FILMS, PALOSANTO, IN ASSOCIAZIONE CON PYRAMIDE PRODUCTIONS

RECENSIONE

di Federico Pontiggia

Reduce dall’orso d’Oro a Berlino 2017 con corpo e anima, la brava regista ungherese Ildikó Enyedi approda in Concorso a Cannes 74 con il suo primo film in lingua inglese, adattamento del romanzo (1942) del connazionale Milán Füst: The Story of My Wife.

Sinteticamente, il (melo)dramma esplora negli Anni Venti del secolo scorso con atmosfere mitteleuropee e alla bisogna mediterranee, se non levantine, l’unione tra uno statuario, capace ma friabile capitano di fregata olandese (Gijs Naber) e la sua irresistibile, fascinosa e destabilizzante sposa francese (Léa Seydoux). Tre ore di durata, che potevano essere ridotte senza menomazioni, ricostruzione storica precisa, ricca e sontuosa, l’obiettivo è sulla precarietà del matrimonio, in cui il dolo dell’una o la paranoia dell’altro proietta la silhouette nullafacente ma charmant del terzo incomodo (Louis Garrel): l’ama, non l’ama, e il soggetto chi è?

Febbricitante, quasi morto ma non a Venezia, incistato e ruminante, il registro è più Kammerspiel che mercantile, giacché davvero si naviga a vista: gli occhi del capitano, che si costringe alla vita terrestre, sulla moglie che non sa dominare.

L’ebanisteria è psicologica, le luci soffuse, la verità opaca, l’amore litigarello, comunque bello, la nostalgia del futuro, che Enyedi modella a immagine e somiglianza di un cinema che non è più, ed è ancora.

Produttivamente c’è lo zampino di Rai Cinema, da cui viene un Sergio Rubini francamente eccessivo e dunque distonico e un cammeo di Jasmine Trinca, poeticamente l’apologo, e l’apoteosi masochistica, del sospetto, del dubbio.

Non è un film perfetto, ma sa dissimulare con gusto e sostanza: cinema de papa, fedifrago però. Belle scene da un matrimonio che non s’ha da fare.

NOTE

- IN CONCORSO AL 74. FESTIVAL DI CANNES (2021).
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