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ITALIA, FRANCIA - 1963
Guido, un regista cinematografico nel pieno dei quarant'anni, trascorre un periodo di riposo in una stazione termale. La pausa forzata si risolve in una specie di bilancio generale della sua esistenza: un bilancio fatto di rapporti con personaggi reali, e di fantasticherie, ricordi, sogni, che si inseriscono all'improvviso negli avvenimenti concreti delle sue giornate e delle sue notti. Dei suoi sogni fanno parte il padre e la madre, morti da anni, con cui discorre teneramente, come fossero lì con lui. La paura della vecchiaia e della morte gli si rivelano attraverso immagini in cui Guido si vede morto mentre intorno la vita continua senza di lui e le 'sue' donne ritrovano il sorriso. E tutto questo non fa che rendere consapevole quello smarrimento che egli si portava dietro da anni e che le cure della esistenza quotidiana e del lavoro avevano in parte mascherato.

CAST

NOTE

- COLLABORAZIONE ARTISTICA: BRUNELLO RONDI.

- PREMIO OSCAR 1963 PER MIGLIOR FILM STRANIERO E A PIERO GHERARDI PER I COSTUMI IN B/N. CANDIDATO ANCHE PER LA MIGLIOR SCENEGGIATURA E PER LA MIGLIOR REGIA.

- NASTRO D'ARGENTO 1964 PER REGIA, SOGGETTO, SCENEGGIATURA, MUSICA, FOTOGRAFIA E ATTRICE NON PROTAGONISTA A SANDRA MILO.

- COPIA RESTAURATA A CURA DEL CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA - CINETECA NAZIONALE, RTI GRUPPO MEDIASET, MEDUSA FILM, DELUXE DIGITAL ROMA.

CRITICA

"Fellini mostra che un regista è prima di tutto un tizio che dalla mattina alla sera viene seccato da un mare di gente che gli pone domande alle quali non sa, non vuole o non può rispondere. La sua testa è piena di piccole idee divergenti, di impressioni, di sensazioni, di desideri nascenti e si pretende da lui che dia certezze, nomi precisi, cifre esatte, indicazioni di luogo e di tempo. Lo si può ammirare ovunque: lo scetticismo di sua cognata («Hallo, come sta il nostro venditore di fumo»), gli rivolta lo stomaco. Il solo mezzo per vendicarsi è di integrare di forza la cognata nelle sue fantasticherie erotiche, per esempio quella dell'harem in cui raggiungerà, tra le atre, una bella sconosciuta che noi spettatori abbiamo intravista al telefono nella hall dell'albergo ma che avremmo giurato che Mastroianni-Guido non avesse notata! Tutti i tormenti che possono distruggere le energie di un regista prima delle riprese sono qui accuratamente enumerati in questa cronaca che sta alla preparazione di un film come Rififi sta alla elaborazione di un colpo." (François Truffaut, 1963).

"E' il film di un film (il sogno di un sogno?), la storia di un regista che non riesce a fare un film. Il suo vero contenuto è la fitta trama dei rapporti e dei legami del protagonista: con la moglie, l'amante, l'ambiente di lavoro, gli estranei. Dopo aver raccontato lo smarrimento del suo personaggio, la nausea, la pena, l'angoscia con cui sente quei rapporti, lo sforzo per mettervi ordine e scoprirvi un senso, dove lo fa approdare? «L'enfer c'est les autres», dice Sartre. Fellini ribalta l'affermazione: la vita sono gli altri, i vivi e i morti, gli esseri reali e le creature della fantasia; bisogna accettarli tutti, con amore, gratitudine e solidarietà. La sua è la conclusione di un artista, di uno show-man che s'è costantemente difeso dall'intellettualismo con la natura sanguigna del suo istinto testimone e complice." (Morando Morandini, in "Storia del cinema" a cura di Adelio Ferrero, Marsilio 1978).

"Per piacere, una corda e un nodo scorsoio. Domando di essere impiccato anch'io come Fabrizio Carini, l'intellettuale ipercritico di Otto e mezzo. Perché confesso che non sono riuscito a capire il capolavoro. E' sicuramente una mia personale deficienza, perché ho visto che tutti i miei colleghi lo hanno capito. Voglio chiarire che mi rendo conto di trovarmi davanti a un superbo campionario di mestiere cinematografico. E fin che Fellini mi porta a spasso nei felici reami della sua fantasia figurativa, nei bianchi purgatori della marienbadesca stazione termale dove, entro uno scenario da belle époque, una bizzarra folla di nevropatici si illude di trovare rimedio alla propria impotenza e alla propria nostalgia; oppure nei limbi beati della lontana infanzia vissuta nella casa di campagna romagnola; o nelle fantomatiche acquaforti del convitto con quelle pareti abbacinanti e quei preti inquisitoriali; finché, ripeto mi invita a immergermi con lui nel suo mondo visivo, io mi lascio andare senza chieder nulla, pago di perdermi in quel labirintico flusso di immagini oniriche e decorative." (Filippo Sacchi, "Epoca", febbraio 1963).

"A chi gli chiede la trama di 8 e ½, Fellini risponde: 'E' la storia di un film che non ho fatto'. In realtà la trama del film è praticamente irraccontabile: si tratta di una specie di Helzapopping intellettuale e psicologico. In un primo tempo il film doveva, avere come protagonista un uomo sui 45 anni giunto a un punto critico delle sue esperienze umane: poi, nell'apprestarsi a girare le prime scene, Federico Fellini s'è accorto che al 'punto critico' c'era lui: non sapeva come andare avanti. Allora ha cambiato idea: il film sarebbe stato la sua stessa storia, la: storia delle sue perplessità di regista." (Callisto Cosulich, "ABC", febbraio 1963).

"Il mostro che appare nell'ultima sequenza della Dolce vita rappresentava un'umanità corrotta e disfatta, il suggello di una disperazione senza scampo, resa ancor più tetra dall'irraggiungibile ideale di purezza riflesso nel sorriso di una giovinetta. In Otto e mezzo invece il discorso non è rimasto sospeso in un vuoto di amarezza, ne è stato concluso a fior di labbra quasi ci si vergognasse di mostrarci disposti a credere in qualcosa: qui la pena si dischiude finalmente all'amore verso tutte le creature. L'ultima fatica di Federico Fellini è tutta tesa a cogliere uno tra i più significativi aspetti dialettali della nostra epoca: il contrasto tra le pressioni di un mondo che tende a plasmarci secondo i suoi modelli di massa (significativa la presenza dell'intellettuale, vero prodotto di una cultura manipolata, messo dal produttore alle costole del regista), che tenta di rubarci la nostra umanità, e la riscoperta di noi stessi e degli altri, riscoperta che ci riporta alla vita e all'esatto senso dell'esistenza." (Enzo Natta, "Gioventù", febbraio 1963).

"Se da queste colonne facemmo ampie riserve sul valore della Dolce vita e del Dottor Antonio, ora possiamo dire di ritenere 8 e mezzo un film molto bello e straordinariamente suggestivo: una di quelle opere rarissime nella storia del cinema, dove un sapientissimo uso del mezzo cinematografico, ma soprattutto l'animo sincero di un autentico autore, riescono a regalarci momenti di pura poesia. «Mi auguro», ci ha detto Fellini «che il film sia visto con occhi sereni, e che lo spettatore lo lasci liberamente giungere al suo cuore: non è un film che aspiri a interpretazioni sul piano ideologica e concettuale, anzi, ogni interpretazione è controindicata». Fellini non ha torto: 8 e mezzo va guardato con l'animo desideroso di bellezza con cui si legge una lirica, non frugato con il bisturi del perito settore, e soprattutto non va etichettato: ha l'ambizione di parlare al cuore, direttamente." (Domenico Campana, "Gente", febbraio 1963).

"A differenza della Dolce vita che era incalzante e trascinante, questo ristagna su se stesso, risulta troppo lungo e tortuoso, e stanca alla fine. Il bravo Mastroianni nella parte del regista circola in preda a un cattivo umore perenne che non ha una giustificazione né poetica e nemmeno logica. Che cosa vuole questo regista? Non si capisce bene. Si sa soltanto che non è contento di tutto quello che fa nonostante i successi, che sogna coorti di donne che lo coccolino e invece ha una moglie che lo accusa continuamente e un'amante da vergognarsi ad andarci in giro (il ritratto di questo desolante personaggio di donna vuota e carnale con la quale lui mantiene un oscuro rapporto basato unicamente sui sensi, è una delle cose più felici, e l'interpretazione di Sandra Milo è eccellente)." (Ercole Patti, "Il Tempo", febbraio 1963).

"Comunque, per quante e quanto grandi siano le riserve da farsi su questo 8 ½, siamo certo di fronte a un film che solo una personalità eccezionale come quella di Fellini avrebbe potuto ideare, affrontare e, al contrario del personaggio Guido, condurre a termine. Ancora una volta l'affresco felliniano è maestoso, affascinante, complesso. Le stesse disuguaglianze di tono e stile dimostrano l'eccezionale vulcanicità del maestro. Lo spettacolo ha fascino, prende, spesso trascina. E, ancora una volta, il regista ha saputo coordinare con mano sicura i talenti dei suoi collaboratori, che vanno dagli sceneggiatori Flaiano, Pinelli e Rondi, allo scenografo e costumista Pietro Gherardi, dal direttore della fotografia Gianni di Venanzo al sempre egregio e arguto musicista Nino Rota." (Guglielmo Biraghi, "Il Messaggero", 15 febbraio 1963).

"Otto e mezzo colloca il regista al massimo livello degli autori visionari del cinema, a fianco di Orson Welles e Buñuel, Kurosawa e Bergman: Fellini vi definisce e raggiunge una struttura ideale, organizza i vari piani in un perfetto equilibrio interno, li scompone fino a portarli in condizioni di caos e li riordina con mezzi quasi taumaturgici. Il bianco e nero si distende in vaste campiture, diviene una specie di supercromatismo. I moduli, le cifre, i simboli, le scelte iconografiche e iconologiche, sono fissati al livello di più intensa rappresentatività e capacità significante. Il film è un viaggio nel corpo, un contatto ravvicinato con la materialità delle sensazioni, dei piaceri, delle emozioni tattili, visive, sonore e del gusto." (Gian Piero Brunetta, "Cent'anni di cinema italiano", Laterza, 1991).

"La dolce vita era la resa fenomenologica del mondo esterno al regista; Otto e mezzo è uno svariante
auto-da-fè, un grido di dolore e di vittoria. Fantasia, intelligenza gusto e coraggio intellettuale si uniscono nel comporre un'opera sempre gustosa, spesso perfetta e qualche volta geniale. Trasformista portentoso, manierista di eccezionale virtù, Fellini ha operato un rovesciamento di fronte: non è più terrestre ma infernale, non più solare ma notturno. Ha raggiunto una capacità compositiva da sbalordire: tutto ciò che tocca diventa cinema, vita sognata e quindi realizzata nelle immagini, ombre di una «rêverie» che durerà, ne siamo certi, per lunghi anni ancora. Al solito, ha adoperato gli interpreti con sorridente maestria: Marcello Mastroianni è Anselmi, ma è anche Fellini. La bravura dell'interprete e l'affetto del discepolo-amico hanno giovato a una recitazione tutta di finezze, inganni e abbandoni. Anouk Aimée ha classe, come Rossella Falk. Per Sandra Milo non c'è che da ricordare quel vecchio titolo teatrale: una cosa di carne. Essa esiste, con semplicità. Non le si chiedeva altro. Bravi tutti gli altri, dal godibilissimo Alberti alla soave Claudia Cardinale. Ora, scoperchiate le pentole Fellini è uscito di casa e s'è tirato dietro il can-cello, chiudendolo accuratamente. Attenzione, Federico: non si può più tornare indietro." (Pietro Bianchi, "Il Giorno", 16 febbraio 1963).

"Fellini, non si è mai abbandonato alle geometriche e un po' astratte divagazioni di Resnais in Marienbad, né a quel crepuscolarismo onirico così caro a certo Espressionismo tedesco, ma si è, al contrario, tenuto volutamente nell'ambito di una narrazione in cui tutto scaturisce «naturalmente» di fronte allo spettatore con una chiarezza non inficiata nemmeno dalla preziosa ridondanza dell'immagine e dalla corrusca varietà dei particolari secondari. Ha posto il protagonista al centro della azione, ha precisato il suo stato d'animo, ha chiarito passo passo la sua evoluzione, e i modi di questa evoluzione, e ha chiesto quindi allo spettatore non di decifrare un enigma, ma di abbandonarsi alle sensazioni emotive, liriche, drammatiche che lo spettacolo ad ogni istante doviziosamente gli suggerisce, rifiutando recisamente il filosofema pirandelliano (dopo i |Sei personaggi in cerca d'autore |era facile giocherellare con un «Autore in cerca dei suoi personaggi») e chiedendo solo alla poesia più dolce, più umana, più schietta di far sentire, udibile e comprensibile da tutti, la sua limpidissima voce.Con uno stile che, solo paragonabile per certo suo lirismo ai momenti più compiuti della Strada, supera di gran lunga La dolce vita per maturità espressiva, per ricchezza visiva, per corposità di ritmo, per sapienza linguistica e tecnica. (Gian Luigi Rondi, "Il Tempo", 15 febbraio 1963).

"Certo siamo di fronte a un esperimento irripetibile. Da nessun altro saremmo disposti ad ammettere che «il film deve contenere errori come la vita, come la gente»: quella che per Fellini è stata, durante la lavorazione laboriosa del film, la consapevole scelta di un rischio gravissimo, per chiunque altro potrà essere un alibi. Piuttosto dobbiamo chiederci perché un'avventura tanto personale, talché |Otto e mezzo|, con i suoi rintocchi malinconici, sta fra la confessione e il testamento, raggiunga una delle vette più alte del cinema mondiale contemporaneo. Il segreto, dite pure il trucco, sta nell'aver portato all'estremo quella disponibilità inventiva e quella maestria tecnica grazie alle quali anche immagini sparse prendono corpo e divengono frasi di un discorso che perennemente si arrotola e si snoda sul piano della fantasia, della memoria e del sortilegio, e nell'averle nutrite di tutte le angosce del nostro tempo. Quante volte è stato detto che Fellini è soprattutto un visionario? Ma ormai le sue visioni sono un grido. Ormai egli proietta tutti i suoi dubbi morali su uno schermo magico, che assorbe la confessione nella visione, senza il consueto tramite della introspezione, ma il lampo gli parte dal profondo dell'essere. E' uno sdrucciolone nell'intuizionismo se volete, ma compiuto da un umanista che resta fedele ai modi realistici: per un'arcana operazione i valori stilistici del film sono anche quelli psicologici, e la frondosità, l'eccesso di simbolismo, le ridondanze, tutto quanto c'è di floreale nel regista restano nel contempo i connotati morali di un artista ossessionato, che non vuole staccarsi dal magma che gli bolle dentro, preferendo tentare di liberarsene col bruciarsi le facoltà ordinatrici, sia pure irridendo alla
propria ambizione." (Giovanni Grazzini, "Corriere della sera", 16 febbraio 1963).

"Il suo cinema rimane in fondo «piacevole» e tranquillo, senza autentiche scoperte e veri azzardi: giudici e imputati finiscono per trovarsi immersi in una comune complicità, poiché nessuno che sia di questo mondo può veramente condannare, e veramente assolvere. E' lecito concludere che la biografia, così come appare in Fellini, non serve più come cultura, storia, conoscenza dell'uomo e di se stessi, ma quale «modello mirabile da far restare a bocca aperta». Qui, infatti, la contraddittorietà e la problematicità all'interno dell'uomo non sono un rispecchiamento del reale, ma solo una desolante parte di esso. In altre parole Fellini pone grosse questioni per concludere che è inutile affrontarle in quanto la loro soluzione è, al di fuori del miracolo appunto, impossibile." (Guido Aristarco, "La Stampa", 15 aprile 1964).
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