36 - Quai des Orfèvres

36 Quai des Orfèvres

FRANCIA - 2004
36 - Quai des Orfèvres
Tra Lèo Vrinks, capo della squadra anticrimine, e Denis Klein, capo della squadra investigativa e pronto intervento, si è scatenata la battaglia per la conquista del comando del '36, Quai des Orfèvres'. Un tempo grande amici, ormai tra loro è guerra aperta per sgominare una terribile banda di malviventi ma soprattutto per il cuore della bella Camille...
  • Durata: 110'
  • Colore: C
  • Genere: DRAMMATICO, POLIZIESCO
  • Specifiche tecniche: 35 MM
  • Produzione: GAUMONT, LGM PRODUCTIONS
  • Distribuzione: MEDUSA (2005)
  • Data uscita 21 Gennaio 2005

RECENSIONE

di Valerio Sammarco
Traendo spunto dalla reale vicenda di un ex collega, il francese Olivier Marchal (Un bon flic e Gangsters, per 12 anni poliziotto prima di diventare regista) scrive e dirige 36 - Quai des Orfèvres, dignitoso ritorno a un genere, il polar, che trovò in Jean Pierre Melville uno dei suoi massimi esegeti. La caccia a una banda di rapinatori diventa il pretesto per acuire le frizioni fra Léo Vrinks (Daniel Auteuil), capo della Squadra Anticrimine, e Denis Klein (Gérard Depardieu), responsabile della Squadra Investigativa e di Pronto Intervento. Senza troppo indugiare sul passato dei due, una volta amici ora insanabilmente separati a causa di Camille (Valeria Golino), Marchal costruisce un buon film - teso e serrato - a tratti duro e violento, magnificamente sorretto dall'interpretazione dei protagonisti: crepuscolare e ferito Auteuil, infame e senza scrupoli Depardieu. In quasi due ore di racconto, però, è evidente come la prima parte risulti più accattivante e dinamica della seconda (appesantita, forse, da una prolissità nei risvolti decisivi, antecedenti il finale): la progressiva caratterizzazione dei personaggi - anche i comprimari godono di un tratteggio sintetico ma esplicativo – e lo svelare poco a poco i problemi intestini del 36 (sede storica della Polizia Giudiziaria di Parigi) divengono elementi funzionali alla narrazione, ben strutturata e perfettamente inscritta in una Parigi desolante e opprimente.

CRITICA

""Il titolo è l'indirizzo della questura di Parigi e la storia di questo polar (il noir alla francese) è purtroppo tutta vera. (...) Può sembrare un giallo come tanti. Invece '36, Quai des Orfèvres' è un polar di brutale iperrealismo girato da un ex-poliziotto che conosce il milieu come le sue tasche e dà a ogni immagine potenza e precisione impressionanti. Immaginate un Michael Mann francese (modello dichiarato è 'Heat') che però racconti da dentro miti e riti, intrighi e miserie della polizia. Di qui le scene migliori: l'addio al collega che va in pensione con i flic sbronzi che fanno il tiroasegno su un topo, le esequie del flic ucciso per una carognata di Depardieu, i gesti folli dei banditi. Peccato che pur rielaborando storie vere e dettagli di prima mano, 36 sterzi poi verso una truculenta vendetta stile 'Conte di Montecristo'. Anche perché Marchal, così dotato per azione e ambientazione, sul fronte dei sentimenti ha la mano assai meno felice." (Fabio Ferzetti, 'Il Messaggero', 21 gennaio 2005)

"Regista è l'ex poliziotto Olivier Marchal che racconta in diretta sulla sua pelle. Storie di feroci rapine e di sbirri senza pietà, di infiltrati, di corruzioni e di carognate. (...) Ottimo il ritmo, straordinari i personaggi: basta invitare un flic a bere una birra per avere mille storie, dice l'autore. Poliziesco con un lato di melodramma virile: Bene e Male hanno ruoli divisi & complementari. Il film corre veloce anche per la presenza di una coppia di sbirri capaci di produrre plus valore di emozione, Depardieu e Auteuil." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 22 gennaio 2005)

"Scritto e diretto da un ex poliziotto, Olivier Marchal, un noir crepuscolare e straziante per il quale, in Francia, qualcuno ha speso il nome di Jean-.Pierre Melville. Esagerando, francamente. Eppure, basta pensare alle serie sulla polizia diffuse dal piccolo schermo per vederlo come un antidoto alle banalità con cui i modelli correnti distribuiscono bene e male. Diversamente dalla tv, qui il confine è dolorosamente vago, incerto: guardie e ladri, amicizia e odio, lavoro e vita privata si mescolano, spingendo gli individui alla deriva. Quel che delude, in parte, è che da tali premesse Marchal imbocchi poi la via di un melodramma alla 'Conte di Montecristo', commentato da una musica tonitruante fino a rimbambirti e montato con tale scrupolo dimostrativo da ripetere, tre o quattro volte, le stesse cose." (Roberto Nepoti, 'la Repubblica', 21 gennaio 2005)
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