3 Generations - Una famiglia quasi perfetta

About Ray

USA - 2015
2/5
3 Generations - Una famiglia quasi perfetta
L'emozionante storia di tre donne della stessa famiglia newyorkese, appartenenti a tre generazioni differenti e di come la trasformazione di una di loro influisca sulle altre. Ray è una ragazza adolescente che sente il desiderio di diventare un ragazzo. Sua madre single, Maggie, deve quindi rintracciare il padre biologico per ottenere il consenso legale per il cambiamento. Dolly, la nonna lesbica di Ray, ha qualche difficoltà ad accettare la scelta di sua nipote. Tutte loro si ritrovano a dover fare i conti con la propria identità per comprendere la trasformazione di Ray e ritrovare la serenità e l'equilibrio della famiglia.
  • Altri titoli:
    Generations - Essere se stessi per essere felici
  • Durata: 87'
  • Colore: C
  • Genere: COMMEDIA, DRAMMATICO
  • Produzione: DOROTHY BERWIN, MARC TURTLETAUB, PETER SARAF PER BIG BEACH FILMS, IM GLOBAL, INFILM PRODUCTIONS
  • Distribuzione: VIDEA (2016)
  • Data uscita 24 Novembre 2016

TRAILER

RECENSIONE

di Gianluca Arnone
Delle due l'una: o il cinema riesce a fare la differenza rispetto a un qualunque docu-reality televisivo che tratti dello stesso tema, oppure meglio volgersi altrove cambiando obiettivo. Perché il tempo dei film che arrivano prima, che rompono un tabù, che sdoganano, sono belli che finiti, superati dai Real Time e dai loro programmi impudici e ad effetto.

Non basta più affrontare un argomento à la page come quello del cambio di sesso se poi non ho né fornisco gli strumenti per comprenderne meglio la portata. Si esce dunque con rammarico dalla visione di 3 Generations di Gaby Dellal, perché al di là di un compitino politicamente corretto non si va. Anche lo spettatore meno smaliziato non faticherà a trovare in mezzo a questa incrollabile certezza morale nei propri convincimenti il primo evidente problema di tutta l'operazione, troppo dichiaratamente sbilanciata sul "sì, facciamolo" per poter essere anche appassionante e credibile.

L'equivoco probabilmente è a monte. Nasce dalla convinzione che un tema spinoso come quella dell'identità cada necessariamente sotto l'ombrello ideologico del mondo LGBT.  Eppure sentirsi estranei nel proprio corpo è un rompicapo che tocca questioni delicatissime dal punto di vista biologico, sociologico, medico e filosofico. Tutte, va detto, ignorate dal film. Che preferisce piuttosto costruirsi come un coming-of-age dalla struttura polemica, fortemente connotato dal punto di vista ambientale. Ray, la sedicenne che si sente "un" sedicenne e che vorrebbe perciò sottoporsi al processo di transizione fisica, proviene da una famiglia modernissima, formata da una madre bohemienne e da una nonna che convive con un'altra donna già da parecchi anni. Finendo indirettamente per suggerire che il rebus identitario di Ray è figlio di un milieu particolare, quando sarebbe stato molto più interessante affrontare la questione più laicamente, all'interno ad esempio di un nucleo familiare neutro (e neutrale).

Lo spazio sessualmente aperto non è innocuo nemmeno per lo sviluppo del racconto, finendo per innescare tutta una serie di dinamiche tipo e di stereotipi caratteriali. Non ci piace, per dire, che Ramona/Ray debba forzatamente identificarsi con l'universo maschile nel modo più smaccato possibile, mescolandosi cioè tra gli skaters dei parchi urbani, facendo a pugni e sorridendo compiaciuta ai commenti volgarotti dei pari età sull'universo femminile. Ci piace meno che una lesbo nonna debba per forza essere un personaggio esplosivo, con Susan Sarandon che senza farselo ripetere due volte gigioneggia dalla prima all'ultima scena. Anche perché per la somma zero della parti è la figura della madre a dover fare da contraltare, assumendosi tutte le difficoltà, le rogne e le lacerazioni del caso (un ruolo che abbiamo visto fare a Naomi Watts troppe volte).

Sappiamo poi che Elle Fanning è un'ottima interprete, ma anche lei rischia di finire risucchiata dal con-testo, dovendosi preoccupare più delle paturnie della madre, delle domande aperte su un ignoto padre e degli scivoloni linguistici della nonna, cui sa opporre solo un fiero e - sempre a proposito di cliché - riconoscibilissimo rifiuto, un puntiglio da ribelle in un'età che lo prevede. E il cambio di sesso? Resta quasi sullo sfondo, come un pretesto per innescare un racconto di (de)formazione pigro e sfilacciato, leggero senza essere mai sottile, contrito più che profondo. Con delle buone musiche accanto alle note stonate di cui sopra E qualche momento sopra le righe. Però far rumore è facile. Più difficile è farsi sentire.

NOTE

- NAOMI WATTS FIGURA ANCHE TRA I PRODUTTORI ESECUTIVI.

- IN CONCORSO ALLA XIV EDIZIONE DI 'ALICE NELLA CITTÀ' (2016), SEZIONE AUTONOMA E PARALLELA DELLA FESTA DEL CINEMA DI ROMA.

CRITICA

"(...) una commedia non convenzionale che mette al centro una famiglia «quasi perfetta» tipo Almodóvar, paradossale ma complice (...). Tre figure di donna schizzate benissimo, recitate al meglio (in ordine di età, Susan Sarandon, Naomi Watts ed Elle Fanning strepitosa) in una commedia di costume scostumata che alla tragedia preferisce Woody Allen, intrisa di sano umorismo che permette di accettare le scelte, su contesto transgender chic, un divertimento intelligente." (Maurizio Porro, 'Corriere della Sera', 24 novembre 2016)

"Piacerà a tanti radical chic che considerano le trasmigrazioni sessuali una conquista del nuovo secolo. A tanti medici che da una parte all'altra dell'oceano ci stanno costruendo un favoloso business. Ma non deluderà troppo chi entra nel cinema per vedersi una ben costruita commedia drammatica (anche se al centro c'è un problema che a non pochi risulta ancora indigesto).Da questo punto di vista, è innegabile che la regista Gaby Dellal (che senza ombra di dubbio sta dalla parte di Ramona e della sua avventurosa decisione) sia riuscita a confezionare un prodotto svelto e (perché no?) gradevole. È furbetta la Gaby. Per evitare che il pubblico domenicale respingesse storia e persona come altro da sé, ha abolito l'antipatia dai 'characters'. Le tre donne sono tutte simpatiche (quindi il processo d'identificazione da parte delle spettatrici è abbastanza agevole). E le tre attrici cattivanti e bravissime (la parte della leonessa la fa naturalmente Susan Sarandon, la nonna, per la sua proverbiale grinta e anche, soprattutto, perché il ruolo è scritto meglio). Sempre da furbetta, Gaby ha spostato il centro del discorso. Che nonostante le apparenze non è il sesso, ma la ricerca dell'identità." (Giorgio Carbone, 'Libero', 24 novembre 2016)

"La valanga di problemi che investe le tre protagoniste è esagerata, anche poco credibile, finendo per creare zero empatia e troppa noia." (Maurizio Acerbi, 'Il Giornale', 24 novembre 2016)
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