13 Assassini

Jûsan-nin no shikaku

GIAPPONE, GRAN BRETAGNA - 2009
4/5
13 Assassini
Un gruppo di samurai si riunisce per una missione suicida messa in atto per uccidere un malvagio signore locale.
  • Altri titoli:
    Thirteen Assassins
    13-nin no shikaku
    13 Assassins
  • Durata: 126'
  • Colore: C
  • Genere: AZIONE
  • Specifiche tecniche: ARRICAM, 2K, SUPER 35 STAMPATO A 35 MM (1:2.35)
  • Produzione: TV ASAHI CORPORATION, TOHO CO. LTD, DENTSU INC., SEDIC DEUX INC., RAKUEISHA CO. LTD
  • Distribuzione: BIM (2011), DVD: 01 DISTRIBUTION/BIM
  • Data uscita 24 Giugno 2011

TRAILER

RECENSIONE

di Federico Pontiggia
Follia pop o autorialità classica? La seconda. Questo penultimo Takashi Miike (a Cannes è passato Ichimei, e il discorso fila) non è quello di Zebraman II, sempre nel cartellone dell'ultima Mostra di Venezia: 13 Assassini è forse il film più accessibile del suo intero corpus, perché smussa, “classicizza” la poetica del regista nipponico senza edulcorarla e senza svilirla. In altre parole, non è il Sukiyaki Western Django portato al Lido quattro anni fa, bensì un'opera addomesticata, ma non asservita: non scontenta nessuno - i fan più duri e puri? - e potrebbe soddisfare chiunque, a partire dal presidente di giuria e amico Quentin Tarantino, che l'ha visto con le lacrime e ne ha rivisto la prima parte, pur senza premiarlo. E proprio quella prima parte è, almeno apparentemente, il suo tallone d'Achille: 13 Assassini carbura molto lentamente, addirittura faticosamente, prima di dare strada alla lunga, emozionante battaglia finale.
La storia è in cappa e spada, con i samurai per trama e le cospirazioni per ordito, nel Giappone feudale di primo Ottocento: Miike rifà l'omonimo di Eichi Kudo (chi l'ha visto, ne tesse le lodi, anche a scapito del "calco" di Miike) con una certa fedeltà, ma guarda anche altrove, al capolavoro di Akira Kurosawa, I sette samurai, seguendone l'epos sui generis, con tutte le deviazioni del caso ironico e sardonico ma senza strafare, e ripercorrendone la scansione narrativa. Ovvero, un consigliere di corte, Shinzaemon Shimada (Kôji Yakusho), assolda un gruppo di samurai e ronin per eliminare il giovane e psicopatico erede di uno shogun: sarà lotta impari e all'ultimo sangue, tra i confini di un villaggio bucolico.
Prima di tingersi di rosso sangue, la strada è tortuosa, piana e camminata senza fretta: conosciamo gli equilibri e gli equilibrismi di potere dello shogunato, le malvagità dell'erede al trono e la rigidità della società giapponese dell'epoca, attraverso quella “sporca dozzina” che si scontrerà contro le soverchianti truppe del villain.
In verità, questo prologo esteso è persino farraginoso, involuto, tutto giocato sulla stasi a bocce ferme e spade ringuainate: credeteci, la seconda parte vi ripagherà dell'attesa, smossa solo da qualche fendente qui e là. Non temete, ne arriveranno a iosa, in una battaglia campale meravigliosamente coreografata, stupendamente inquadrata e montata intervallando con sapienza caos in mischia e ordine delle stoccate. Da tempo, non vedevamo nulla di simile, per complessità, intensità e vis ironica. Sì, perché il mondo samurai viene travolto e stravolto da battute non postmoderne, ma diegeticamente mirate, a stigmatizzare l'arretratezza feudale, il senso del dovere stolido e la mitologia fessa, grazie a un montanaro che tira pietre e non nasconde la mano. Per chi rimane in piedi infine arriverà l'affrancamento, ma la libertà 13 Assassini se l'era già ampiamente conquistata. Quella che sa di cinema.

NOTE

- REMAKE DEL FILM "JÛSAN-NIN NO SHIKAKU" DI EIICHI KUDO.

- IN CONCORSO ALLA 67. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2010).

CRITICA

"Follia pop o autorialità classica? La seconda. '13 Assassini' è l'opera più accessibile di Takashi Miike, perché smussa la trasgressiva poetica del regista nipponico senza edulcorarla né svilirla. La storia è in cappa e spada, con i samurai per trama e le cospirazioni per ordito, nel Giappone feudale di primo '800: Miike rifà l'omonimo di Eichi Kudo con una certa fedeltà, ma guarda anche al capolavoro di Akira Kurosawa, 'I sette samurai', senza lazzi postmoderni bensì rispettosa cinefilia. (...) Battaglia meravigliosamente coreografata e montata, a terra rimane esanime il mondo samurai, tra arretratezza feudale, senso del dovere stolido e mitologia fessa, e vale anche per oggi. In piedi e sull'attenti, viceversa, un grande Miike." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 23 giugno 2011)

"Takashi Miike, abbonato alla Mostra di Venezia, ha schiere di fan fedeli e acritici che certo giubileranno anche di fronte a questo esempio di manierismo che non riesce nonostante gli sforzi a diventare 'classico'." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 24 giugno 2011)

"Come si cancella la tirannia? Un tempo si addestrava un mucchio selvaggio di guerrieri valorosi e si uccideva il tiranno. (...) Alle prese con il genere storico sui samurai Takashi Miike non forza però la forma con sciabolate espressioniste (ma la donne tronco a cui viene tagliata la lingua ed è all'origine della vendetta, è insostenibile), diciamo che si diverte a far un po' dell'accademia, ma resta quel giocoliere naturale dell'umorismo e della violenza che ha esibito nella sua già lunga e feconda carriera (il fumettistico 'Yattaman' compreso), anche se il materiale è più che incandescente, e le guardie del crudele e annoiatissimo Naritsugi: (l'attore Goro Inagaki), il signorotto feudale, sanno creare una macchina sadica di impressionante potenza. Il remake (che negli Stati Uniti è stato tagliato di circa 20 minuti) è un omaggio non solo a un genere 'faro' del cinema giapponese, al gioco d'azzardo, e, ancora, al western all'italiana, Miike ne è un fan degno di Tarantino e aveva infatti già dedicato il suo precedente e più delirante film, 'Sukiyaki Western Django' (2007) a Sergio Corbucci. Insomma c'è poco Akira. L'infinita battaglia, annunciata dal proclama 'massacro totale' scritto col sangue, è un'iperbolica danza della giustizia e della vendetta contro il futuro shogun che si crede al di sopra della legge. (...) Effetti digitali esibiti insieme a una cupa e materica devastazione per la più ossessiva e delirante carneficina mai vista. Alla fine, come accade nella rivisitazione anti-eroica del West, la morte si mostrerà nel suo dolore, fuori dalla rappresentazione anonima e di massa. Il mito non è immortale, e neanche il tiranno." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 24 giugno 2011)

"Ancora un film di Takashi Miike, uno dei più prolifici registi giapponesi di oggi che, dai Sessanta in poi, è arrivato a proporsi qui da noi con oltre una ventina di film, tutti di varia e spesso modesta ispirazione, dalla commedia al gangster, dal dramma erotico al thriller. (...) Takashi Miike ha mestiere, non foss'altro per i tanti film che bene o male ha condotto in porto. E qui l'ha esibito tutto, privilegiando le pagine corali a danno un po' delle psicologie, ma approdando alla lunga ad uno spettacolo che non tarda a coinvolgere abbastanza anche lo spettatore occidentale. Per i ritmi affannati, per i passaggi tutti violenze e sangue e per un linguaggio che, decolorando le immagini, si propone con i segni di uno stile, soprattutto presente nella ricostruzione visiva di quel Medio Evo giapponese sempre epico ma, nello stesso tempo, rustico e ruvido. Con sapori di cronaca." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo cronaca di Roma', 24 giugno 2011)

"Takashi Miike è un regista di film di culto che qui si mette al servizio di una storia 'classica', già portata al cinema da Mizoguchi, senza eccedere con i suoi estremismi, anzi dimostrando rispetto per i maestri a cui in qualche modo si riferisce (da Kurosawa a Misuri). (...) La scena finale, la grande battaglia, è di una lunghezza epica e vale da sola l'intero film." (Dario Zonta, 'L'Unità', 24 giugno 2011)

"Tredici uomini e una missione: massacro totale. Torna col regista di 'Audition', Takashi Miike, il grande cinema giap in costume e accontenta tutti. Come si fa a non essere dalla parte dei dodici samurai, più un matto di montagna, quand'è in gioco la lotta contro la prevaricazione e gli abusi di potere? (...) Molto elegante." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 24 giugno 2011)
2016 © Copyright - Fondazione Ente dello Spettacolo - Tutti i diritti sono riservati - P.Iva 09273491002
Licenza SIAE 5321/I/5043
ContattiPrivacy