13 Assassini

Jûsan-nin no shikaku

GIAPPONE, GRAN BRETAGNA - 2009
Un gruppo di samurai si riunisce per una missione suicida messa in atto per uccidere un malvagio signore locale.

CAST

NOTE

- REMAKE DEL FILM "JÛSAN-NIN NO SHIKAKU" DI EIICHI KUDO.

- IN CONCORSO ALLA 67. MOSTRA INTERNAZIONALE D'ARTE CINEMATOGRAFICA DI VENEZIA (2010).

CRITICA

"Follia pop o autorialità classica? La seconda. '13 Assassini' è l'opera più accessibile di Takashi Miike, perché smussa la trasgressiva poetica del regista nipponico senza edulcorarla né svilirla. La storia è in cappa e spada, con i samurai per trama e le cospirazioni per ordito, nel Giappone feudale di primo '800: Miike rifà l'omonimo di Eichi Kudo con una certa fedeltà, ma guarda anche al capolavoro di Akira Kurosawa, 'I sette samurai', senza lazzi postmoderni bensì rispettosa cinefilia. (...) Battaglia meravigliosamente coreografata e montata, a terra rimane esanime il mondo samurai, tra arretratezza feudale, senso del dovere stolido e mitologia fessa, e vale anche per oggi. In piedi e sull'attenti, viceversa, un grande Miike." (Federico Pontiggia, 'Il Fatto Quotidiano', 23 giugno 2011)

"Takashi Miike, abbonato alla Mostra di Venezia, ha schiere di fan fedeli e acritici che certo giubileranno anche di fronte a questo esempio di manierismo che non riesce nonostante gli sforzi a diventare 'classico'." (Maurizio Porro, 'Il Corriere della Sera', 24 giugno 2011)

"Come si cancella la tirannia? Un tempo si addestrava un mucchio selvaggio di guerrieri valorosi e si uccideva il tiranno. (...) Alle prese con il genere storico sui samurai Takashi Miike non forza però la forma con sciabolate espressioniste (ma la donne tronco a cui viene tagliata la lingua ed è all'origine della vendetta, è insostenibile), diciamo che si diverte a far un po' dell'accademia, ma resta quel giocoliere naturale dell'umorismo e della violenza che ha esibito nella sua già lunga e feconda carriera (il fumettistico 'Yattaman' compreso), anche se il materiale è più che incandescente, e le guardie del crudele e annoiatissimo Naritsugi: (l'attore Goro Inagaki), il signorotto feudale, sanno creare una macchina sadica di impressionante potenza. Il remake (che negli Stati Uniti è stato tagliato di circa 20 minuti) è un omaggio non solo a un genere 'faro' del cinema giapponese, al gioco d'azzardo, e, ancora, al western all'italiana, Miike ne è un fan degno di Tarantino e aveva infatti già dedicato il suo precedente e più delirante film, 'Sukiyaki Western Django' (2007) a Sergio Corbucci. Insomma c'è poco Akira. L'infinita battaglia, annunciata dal proclama 'massacro totale' scritto col sangue, è un'iperbolica danza della giustizia e della vendetta contro il futuro shogun che si crede al di sopra della legge. (...) Effetti digitali esibiti insieme a una cupa e materica devastazione per la più ossessiva e delirante carneficina mai vista. Alla fine, come accade nella rivisitazione anti-eroica del West, la morte si mostrerà nel suo dolore, fuori dalla rappresentazione anonima e di massa. Il mito non è immortale, e neanche il tiranno." (Mariuccia Ciotta, 'Il Manifesto', 24 giugno 2011)

"Ancora un film di Takashi Miike, uno dei più prolifici registi giapponesi di oggi che, dai Sessanta in poi, è arrivato a proporsi qui da noi con oltre una ventina di film, tutti di varia e spesso modesta ispirazione, dalla commedia al gangster, dal dramma erotico al thriller. (...) Takashi Miike ha mestiere, non foss'altro per i tanti film che bene o male ha condotto in porto. E qui l'ha esibito tutto, privilegiando le pagine corali a danno un po' delle psicologie, ma approdando alla lunga ad uno spettacolo che non tarda a coinvolgere abbastanza anche lo spettatore occidentale. Per i ritmi affannati, per i passaggi tutti violenze e sangue e per un linguaggio che, decolorando le immagini, si propone con i segni di uno stile, soprattutto presente nella ricostruzione visiva di quel Medio Evo giapponese sempre epico ma, nello stesso tempo, rustico e ruvido. Con sapori di cronaca." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo cronaca di Roma', 24 giugno 2011)

"Takashi Miike è un regista di film di culto che qui si mette al servizio di una storia 'classica', già portata al cinema da Mizoguchi, senza eccedere con i suoi estremismi, anzi dimostrando rispetto per i maestri a cui in qualche modo si riferisce (da Kurosawa a Misuri). (...) La scena finale, la grande battaglia, è di una lunghezza epica e vale da sola l'intero film." (Dario Zonta, 'L'Unità', 24 giugno 2011)

"Tredici uomini e una missione: massacro totale. Torna col regista di 'Audition', Takashi Miike, il grande cinema giap in costume e accontenta tutti. Come si fa a non essere dalla parte dei dodici samurai, più un matto di montagna, quand'è in gioco la lotta contro la prevaricazione e gli abusi di potere? (...) Molto elegante." (Cinzia Romani, 'Il Giornale', 24 giugno 2011)
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