Regalo di Natale


 

LA COLLANA COMPLETA DE LE TORRI: I GRANDI AUTORI DELLA STORIA DEL CINEMA A €80,00 ANZICHÉ €216,90

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Di seguito, l’elenco dettagliato delle opere:


Robert Bresson.
 La meccanica della grazia
2006, pp. 176 – € 15,00
Robert Bresson è l’autore di un cinema intransigente, libero nelle sue forme espressive da qualsiasi condizionamento produttivo o stilistico. La sua ricerca è dedicata a sviluppare le potenzialità inedite date dalla registrazione automatica delle immagini e dei suoni, in nome di una poetica ossessivamente intenta a indagare la verità della realtà, al di fuori di ogni artificio teatrale o letterario. Il volume ha come obiettivo fondamentale la ricostruzione del pensiero visivo (e sonoro) del grande autore francese. L’analisi delle opere (e del fondamentale testo bressoniano di poetica, Note sul cinematografo) mette al centro dell’indagine la connessione tra il problema poietico dell’articolazione linguistica del cinematografo e il problema etico della redenzione dal male.

Luchino Visconti. Il teatro dell’immagine
di Andrea Bellavita
2006, pp. 128 – € 15,00
Luchino Visconti nasce il 2 novembre 1906, e di questa nascita, sospesa tra la santificazione e il trionfo della morte, ricorda: «Sono venuto al mondo nel giorno dei defunti per una coincidenza che rimarrà sempre scandalosa, in ritardo di ventiquattro ore forse sulla festività dei santi. Impossibile cominciare la vita senza essere prevenuto. Non mi si accusi mai, in ogni modo, di mal volere. Quella data mi si è attaccata per la vita come un cattivo indizio». Intellettuale aristocratico nel senso più pieno della parola: eletto, e per questo capace di abbracciare il senso della libertà e di opporsi al potere vuoto, al privilegio meschino e alla mediocrità. Irriducibile ad una sola chiave interpretativa, la sua opera disegna il profilo di uno dei più grandi intellettuali del ventesimo secolo: sospeso tra la santificazione e il trionfo della morte.
John Ford. Il gusto della narrazione
di Fabio Carlini
2006, pp. 176 – € 15,00
John Ford nasce nel Maine nel 1894 da una famiglia di origine irlandese. Il suo primo film come regista, The Tornado, è del 1917, l’ultimo, Missione in Manciuria, del 1966. Autore di più di cento film tra muti e sonori, nella sua lunga carriera si misura con molti generi cinematografici privilegiando il western, del quale è unanimemente considerato un maestro. Da Alba di gloria a Ombre rosse, da Sfida infernale a Sentieri selvaggi, da L’uomo che uccise Liberty Valance a La carovana dei Mormoni, il suo cinema è un succedersi di immagini epiche, di paesaggi e di uomini.
Sergej M. Ejzenštejn. L’immagine estatica
di Alessia Cervini
2006, pp. 144 – € 15,00
Dopo un precoce esordio in teatro come scenografo e regista, Sergej Michajlovič Ejzenštejn (1898-1948), uno dei più grandi e autorevoli registi russi di tutti i tempi, oltre che uno dei più profondi e innovatori teorici del cinema, realizza nel 1924 il suo primo film, Sciopero. Fra i suoi capolavori, La corazzata Potëmkin (1925), Il vecchio e il nuovo (La linea generale, 1927-29), Aleksandr Nevskij (1938) e il film in due episodi Ivan il Terribile (1944-1946). Il volume ripercorre il vasto universo ejzenštejniano, accordando un’attenzione del tutto particolare alla copiosa attività teorica del regista.

François Truffaut. La geometria delle passioni
di Giorgio Simonelli
2007, pp. 128 – € 15,00
Truffaut è uno dei registi più celebrati, studiati e rimpianti della storia del cinema. Questo volume ne ripercorre problematicamente la carriera, dalle battaglie, vissute con i cineasti francesi della sua generazione, per la costruzione di un nuovo modo di fare e di pensare il cinema fino all’approdo ad una vera e propria moderna classicità della sua scrittura cinematografica. Simonelli rintraccia gli snodi espressivi e stilistici e le direttrici tematiche principali lungo le quali si sviluppa l’opera del grande regista francese: l’autobiografismo come punto di partenza di una riflessione generale sull’infanzia e sui percorsi di formazione, la lettura metalinguistica delle forme di comunicazione artistica (dalla letteratura alla musica, dal teatro al cinema), l’analisi geometrica delle passioni che determinano il senso della vita (e della morte) degli uomini.

Charlie Chaplin. Il tempo delle immagini

di Alessandro Mazzanti
2007, pp. 192 – € 12,90
Charles S. Chaplin (Londra, 1889 – Corsier sur Vevey, Svizzera, 1977) ha attraversato mezzo secolo di cinema, realizzando, dalle prime comiche di Charlot del 1914 a La contessa di Hong Kong del 1967, circa 80 pellicole. Anni in cui il cinema ha costruito lo star system (di cui Chaplin è stato uno dei primi e indiscussi protagonisti), ha trovato il sonoro (che egli ha fatto proprio con piena consapevolezza) e la pellicola a colori (utilizzata solo nel suo ultimo film). Il volume si ripropone di ripercorrere le trasformazioni dell’opera di Chaplin alla luce di una certa riflessione novecentesca (estetica e cinematografica) che ha messo al proprio centro le radicali trasformazioni che il cinema ha introdotto nel nostro rapporto con il mondo.

Jean Renoir. L’inquietudine del reale
di Daniele Dottorini
2007, pp. 176 – 
€ 12,90
Jean Renoir (1894-1979) ha attraversato il cinema, la sua infanzia e la sua storia; ne ha vissuto i cambiamenti e le stagioni, sempre proiettando in ogni film se stesso, le sue ossessioni e le sue aspirazioni, i suoi desideri e il suo sguardo meravigliato sul mondo. Il cinema di Renoir è stato sempre capace di rinnovarsi e modificarsi, di lavorare sulle forme e sul linguaggio, di sperimentare costantemente, nella consapevolezza che le immagini del cinema scorrono come l’acqua di un fiume, senza fermarsi mai. Tutto in Renoir scorre come se ogni immagine contribuisse alla costruzione di un unico film, articolato e cangiante come la vita. È questo, forse, il segreto di quella familiarità che si respira nei suoi film, come ricordava Truffaut, e che li rende vivi ad ogni visione.

Ingmar Bergman. Il volto e le maschere

di Francesco Netto
2008, pp. 192 – € 12,90
Ingmar Bergman (1918-2007) è stato sceneggiatore, regista teatrale e cinematografico, scrittore. Il suo lungo itinerario audiovisivo ha attraversato il cinema classico e moderno, in un percorso originale e multiforme, instancabilmente orientato a cogliere nel dispositivo cinematografico il mezzo privilegiato per dare visibilità alle contraddizioni, alle incertezze e alle epifanie dell’immaginario soggettivo. Tra i suoi film più importanti si ricordano: Un’estate d’amore (1951), Il posto delle fragole (1957), Luci d’inverno (1963), Persona (1966), Il rito (1968), Sussurri e grida (1972), Fanny e Alexander (1982) e Sarabanda (2003). Tra le sue opere letterarie si segnalano inoltre le due autobiografie Lanterna magica e Immagini.
 

Luis Buñuel. La logica irridente dell’inconscio
di Tonino Repetto
2008, pp. 180 – € 12,90
Luis Buñuel (Calanda, 1900 – Mexico City, 1983), coetaneo del XX secolo, lo ha attraversato quasi per intero. Nella sua opera cinematografica, dal folgorante esordio di Un chien andalou (1929) a Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977), l’ultimo e definitivo capitolo della sua vicenda creativa, si coniugano la componente onirica surrealista e il realismo visionario spagnolo di Goya. I film realisti di Buñuel (come Las Hurdes, Nazarín, Viridiana) contengono sempre immagini surreali, i film surrealisti puri (L’âge d’or, L’angelo sterminatore), forti elementi di critica sociale. Il surrealismo attraversa tutto il cinema buñueliano; emerge a tratti anche nelle produzioni di genere che il regista è costretto a girare nel suo esilio messicano. Quando, nella sua ultima stagione francese è finalmente libero dai condizionamenti produttivi, Buñuel riprende i temi surrealisti dei primi film e, modulandoli diversamente, li inserisce in quegli straordinari racconti picareschi che s’intitolano: Bella di giorno (1967), La via lattea (1969), Tristana (1970), Il fascino discreto della borghesia (1972), Il fantasma della libertà (1974).

Alfred Hitchcock. Lo sguardo del desiderio

di Roberto Manassero
2008, pp. 171 – € 12,90
Alfred Hitchcock (1899-1980) è forse il regista più visto, conosciuto e studiato della storia del cinema. Nella sua lunghissima carriera, con più di sessanta film realizzati, ha attraversato il periodo muto e quello sonoro, la produzione inglese degli anni ’20 e ’30 e la stagione d’oro di Hollywood, tra tycoon come Selznick e i grandi divi dello schermo, mantenendo intatto il suo senso per lo spettacolo cinematografico puro, incredibilmente in equilibrio tra le logiche della produzione industriale e le esigenze della creazione artistica. Dai capolavori inglesi, muti e non, come Il pensionante (1926) e Il club dei 39 (1935), alle grandi opere di suspense, perdizione e perversione come Notorius (1946), La finestra sul cortile (1954), Intrigo internazionale (1959) e Gli uccelli (1963), i suoi film smuovono e mettono a nudo le pulsioni più segrete della psiche umana, svelando in tutta la sua ambiguità la ragione stessa del piacere dello sguardo.

Jacques Tati.Il suono delle immagini

di Marco Muscolino
2009, pp. 136 – € 12,90
Jacques Tati (Le Pecq, 1907 – Parigi, 1982) si è affermato in vita come attore, sceneggiatore e regista per il cinema, in particolare grazie ai suoi primi tre lungometraggi: Giorno di festa (1949), Le vacanze di Monsieur Hulot (1953) e Mon oncle (1958). Creatore e interprete del lunare personaggio di Monsieur Hulot, Tati realizza nel 1967 il suo progetto più ambizioso, Playtime. Ma, invece del successo, con questo film arriva un clamoroso fallimento commerciale, destinato ad influenzare negativamente il resto della sua carriera. Gli ultimi due tasselli di una breve filmografia sono sbrigativamente liquidati da pubblico e critica come “minori”: Monsieur Hulot nel caos del traffico (1971) e Il circo di Tati (1973). Tati paga infine il declino di popolarità trascorrendo gli ultimi anni della sua vita lontano dai set cinematografici. Solo a distanza di alcuni anni dalla sua scomparsa, l’eredità artistica di Tati, grazie all’impegno della figlia Sophie e di alcuni cineasti e studiosi francesi, è stata difesa avviando un percorso di valorizzazione che restituisce al cineasta la sua meritata statura di grande comico moderno.

Friedrich Wilhelm Murnau. L’arte di evocare fantasmi

di Andrea Minuz
2010, pp. 190 – € 12,90
Friedrich Wilhelm Murnau (1888- 1931), considerato uno dei più grandi autori della storia del cinema, è stato tra i principali protagonisti dell’intensa stagione del cinema di Weimar. Nonostante una filmografia assolutamente eclettica per generi e temi affrontati, nella sua opera prende forma un discorso sulla visione e sull’organizzazione della forma tra i più incisivi dell’intera stagione del muto, che attraversa tanto il cinema europeo che i modelli del film hollywoodiano. Un’immaginazione creativa totalizzante e un controllo di tutte le componenti della messa in scena che trova nelle atmosfere gotiche di Nosferatu il vampiro (1921), negli innovativi movimenti di macchina messi a punto in L’ultimo uomo (1924), e nella composizione plastica di Faust (1926), Sunrise (1927) e Tabù (1931), alcuni degli esiti più alti della storia delle forme filmiche. Rielaborando il lavoro di figurazione sul paesaggio del cinema scandinavo degli anni Dieci alla luce della tradizione pittorica del romanticismo tedesco, fondendo la lezione del teatro di Max Reinhardt con alcuni motivi e suggestioni dell’espressionismo, Murnau elabora un progetto di formalizzazione radicale dell’inquadratura che si muove tuttavia sullo sfondo di un sensualismo della visione e di una più generale malinconia della natura in cui le sue immagini sembrano dissolversi.

Manoel de Oliveira. Il visibile dell’invisibile

di Bruno Roberti
2012, pp. 244 – € 12,90
Manoel de Oliveira (1908 – 2015) – Tra i massimi cineasti viventi ancora in attività quando il volume è stato pubblicato, la sua età era quasi quella del cinema e la sua opera ne ha attraversato scoperte, figure, mutamenti, nella costruzione di uno stile e di uno spessore filosofico che si traduce ogni volta in cristalline ed enigmatiche espressioni artistiche. Il regista lusitano è Maestro di un cinema di pensiero entro cui si dipanano i valori dell’immagine, la costruzione dello spazio filmico, l’esplorazione del tempo e del gesto, l’interrogazione del linguaggio, la densità simbolica, la misura classica della poesia, il senso universale della storia, il sentimento del mistero, l’enigma della religiosità. Nei suoi film la centralità del cinema nell’orizzonte del moderno si misura sul rapporto costante con le arti, dal teatro alla parola letteraria, dalla pittura alla musica. Il suo amore per la tradizione si accompagna a una inesausta tensione sperimentale. Ciò fin da un film-chiave della avanguardia cinematografica come Douro, lavoro fluviale (1931) e attraverso la forma singolare di realismo fantastico di Aniki-Bóbó (1942), passando per quello straordinario documento poetico di vita e verità che è Atto di primavera (1963) e per la rivelazione del sublime nella forma-melodramma della quadrilogia degli amori impossibili Il passato e il presente (1971), Benilde o la vergine madre (1975), Amor di perdizione (1978), Francisca (1981), arrivando a film estremi nella durata e nella ricchezza immaginaria come Le soulier de satin (1985), nelle sue sette ore, o come il folgorante apologo di Il mio caso (1986), interrogativo sul senso dell’arte nel mondo contemporaneo, realizzando meditazioni sui destini storici e sulle domande filosofiche dell’umanità come No, o la folle gloria del comando (1990), La Divina Commedia (1991), Parole e utopia (2000), Un film parlato (2003), Il quinto Impero (2005) e struggenti elegie sulle imperscrutabili vie di un amore che si incarna tra misticismo e desiderio, come in La valle del peccato (1993), I misteri del convento (1995), Inquietudine (1998), La lettera (1999), Il principio dell’incertezza (2002), Specchio magico (2005), Belle toujours – Bella sempre (2006), Singolarità di una ragazza bionda (2009). Il suo lavoro instancabile ci ha dato opere ogni volta sorprendenti, fino a giungere, come avviene in Lo strano caso di Angelica (2010) e in O Gebo e a Sombra (2012), alla capacità di filmare l’invisibile, di spingere lo sguardo oltre lo specchio, laddove il cinema e la vita sembrano congiungersi in una visione limpida e insieme arcana.

Abbas Kiarostami. Immaginare la vita

di Dario Cecchi
2013, pp. 180 – € 12,90
Abbas Kiarostami (1940) è uno dei maggiori registi viventi a livello internazionale e forse in assoluto il più importante cineasta iraniano. Dopo una formazione artistica e un inizio come pubblicitario, si avvicina al cinema grazie alla collaborazione con il Kanun, l’istituzione pubblica iraniana per l’educazione dei giovani. Al suo primo lungometraggio, Il pane e il vicolo (1970), segue un’intensa produzione di corti e mediometraggi, tra i quali vanno ricordati La ricreazione (1972), Esperienza (1973) e The Traveller (1974), nonché Il coro (1982) e Concittadini (1983). La fama internazionale gli arriva con Dov’è la casa del mio amico? (1987), cui seguono Close-Up (1990), E la vita continua (1992) e Sotto gli ulivi (1994). Questi ultimi due compongono con il film del 1987 un’ideale trilogia. Vanno ricordati anche Il sapore della ciliegia (1997), ABC Africa (2001), Dieci (2002) e i più recenti Shirin (2008), Copia conforme (2010), e Qualcuno da amare (2012) senza tralasciare la sua regia cinematografica per lo spettacolo teatrale Tazieh (2003) andato in scena presso il Teatro India di Roma.

Sergio Leone. Il cinema come favola politica

di Christian Uva
2013, pp. 223 – € 12,90
Sergio Leone. Spettacolo, mito, favola. Se queste sono le principali coordinate all’interno delle quali la produzione filmica di Sergio Leone è stata tradizionalmente collocata è tuttavia necessario evidenziare come tale orizzonte trovi la sua principale ragion d’essere in una corposa istanza politica articolata su più livelli. Il cinema leoniano è anzitutto la testimonianza di uno sguardo profondamente critico tanto nei confronti della materia raccontata quanto nei riguardi degli stessi dispositivi linguistici e drammaturgici che ne presiedono la messa in forma. Lontana da qualsiasi intenzionalità “militante” e sfuggente a qualunque classificazione ideologica, quella abbracciata da Leone è una prospettiva profondamente problematica e non riconciliata poiché intimamente fondata sulla compresenza di istanze in perenne, ma produttiva, tensione e instabilità. L’aggettivo politico assume ulteriore significato nel momento in cui segnala una lucida capacità di raccontare e interpretare aspetti salienti dell’identità e della storia italiane. Il carattere fondamentalmente astratto della sua produzione, emergente da un impiego tutto personale dei generi, costituisce in tal senso la prospettiva ideale in cui il regista inserisce riferimenti simbolici alla storia e all’attualità, mentre sul piano stilistico la continua rottura dei moduli classici e la costante necessità di rivoluzionare la forma appaiono mossi, pur all’interno di una concezione spettacolare e industriale della settima arte, da una volontà tutta autoriale di fare film politicamente.

Giovanni Pastrone. I sogni della ragione

di Silvio Alovisio
2015, pp. 224 – € 12,90
Giovanni Pastrone (1882-1959) è stato uno dei principali protagonisti della storia del cinema muto. La sua personalità professionale e artistica, così prismatica e controversa, a seconda dei casi mitizzata o sminuita, banalizzata o strumentalizzata, resta ancora oggi di non semplice interpretazione. Artefice di Cabiria, il più influente film del primo cinema italiano, nella sua carriera di produttore ha sperimentato formule innovative come la serie comica, con André Deed (il celebre Cretinetti); il kolossal storico a lungometraggio, con La caduta di Troia; il film atletico d’avventura, con Maciste; il diva film nella sua variante più aggressiva e morbosa, con Il fuoco. Profondo conoscitore della tecnica cinematografica, efficiente e severo organizzatore, amministratore avveduto ma aperto al rischio, Pastrone è stato anche, e soprattutto, tra i maggiori registi degli anni Dieci: un artista dal grande gusto estetico e compositivo, dotato, per citare D’Annunzio, di uno «straordinario istinto plastico». Nelle sue regie, spesso attente a indagare gli aspetti più inquieti della femminilità, la razionalità e la fiducia verso la scienza s’intrecciano con un’inclinazione al barbarico, al pessimismo fatalista, all’irrazionale e al macabro, all’allucinato e all’onirico, quasi a suggerire una potente alchimia tra le certezze, in realtà inquiete, del positivismo e le pulsioni infiammate dell’estetica simbolista.

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