Victoria e Abdul

Stephen Frears porta sullo schermo la storia di un'amicizia impossibile. Con Judi Dench ancora una volta regina, Fuori Concorso

3 settembre 2017
3/5
Victoria e Abdul

Un’amicizia impossibile, una favola di altri tempi, Vittoria e Abdul riscrive l’attualità per dimostrare che lo straniero non è (sempre) una minaccia. Stephen Frears affronta il problema dell’integrazione con la potenza di una storia vera. La finzione cinematografica incontra l’usurato “ispirato a fatti realmente accaduti”, ma il regista cambia subito le carte in tavola e aggiunge un “per lo più”. La verosimiglianza è servita, con alcune licenze poetiche che emozionano fin dalle prime sequenze.

L’ironia, inglese e non solo, diverte e aggiunge un pizzico di magia a una narrazione dal sapore orientale. L’Inghilterra colonialista deve piegarsi davanti a un uomo di colore, che si veste in modo bizzarro: un indiano alla corte della regina. Siamo a fine Ottocento, e l’indipendenza dell’India è ancora lontana. Arriverà solo nel 1947. Ad Agra, uno scrivano che tiene i registri dei prigionieri sta per far tremare la Gran Bretagna intera. Si chiama Abdul e, grazie alla sua bella presenza, viene mandato al cospetto della Regina Vittoria per consegnarle una prestigiosa moneta cerimoniale.

 

Nella prima parte la macchina da presa segue stupita le scoperte del giovane Abdul che, con occhi ingenui, osserva la follia delle cucine prima di un grande banchetto. Le dinamiche di palazzo scatenano risate genuine, fino al fatidico incontro. Vittoria conosce Abdul. Nasce un legame casto, intenso, osteggiato dai benpensanti e da chi guarda con sospetto al nuovo secolo che incombe.

Frears aggiunge un altro grande personaggio femminile alla sua già sterminata collezione di personalità illustri. L’ultima era stata Florence Foster Jenkins in Florence, la peggior cantante di opera lirica mai esistita, con una stonatissima Meryl Streep. Frears torna a occuparsi della nobiltà inglese dopo il riuscito The Queen, con una straordinaria Helen Mirren. Il film raccontava di una Regina Elisabetta tormentata, divisa tra la morte di Lady Diana e i doveri verso il popolo. Qui, Vittoria è una regina giunta alla fine dei suoi anni, è una donna anziana che ha bisogno di aiuto per scendere dal letto e che si addormenta a tavola. Il figlio aspetta la sua dipartita per salire al trono, e lei rimane sola, imprigionata negli incubi dell’età.

A interpretare Vittoria è una leonessa senza tempo: una sempreverde Judi Dench carica di autoironia, anche quando rappresenta la massima autorità nel Castello di Windsor. Aveva già lavorato con Frears in Philomena, nei panni di una madre alla disperata rincorsa del suo passato. In Vittoria e Abdul, Judi Dench torna ad avere la corona sul capo dopo La mia regina di John Madden, ambientato nel 1860, in un altro periodo dell’esistenza di Vittoria. È un cerchio che si chiude.

 

La senilità si trasforma in un nuovo inizio. Gli stereotipi crollano sotto i colpi dei sentimenti e le barriere vengono superate. Vittoria e Abdul combatte il classismo con la forza della Storia, che continua a ripetersi. Non cambia l’atteggiamento dei potenti verso l’uomo comune, troppe volte povero e indifeso. Tutti avremmo bisogna di una Vittoria che si prendesse cura di noi, per trovare un rifugio sicuro nelle nostre fatiche quotidiane.

  • Luciana Bianchini

    VICTORIA E ABDUL incontestabimente cinematograficamente parlando aggiunge una altra interpretazione a tutto tondo alla validissima protagonista che sa portare all immagine della stanca e disincantata regina ormai alla fine un brivido di gioventu e di sincero interesse giovane per l india e lingue e tradizioni chela riguardano mettendo sottosopra la conservatrice corte inglese. SUBLIME! Abdul rappresenta le minoranze,il mussulmano che si propone attraverso il proprio lato migliore,ma la sua integrazione viene temuta ostacolata annientata. Quanta attualita amara! queste le righe di lettura. L ambientazione che riesce a dare come una patina di autentico dagherrotipo in bianco e nero ci porta in ambienti esclusivi,a banchetti con apparecchiature da sogno,ci avvolge in sottili trine e ci regala un passato senza fretta,con riti di altri tempi. Bello! Sicuramente eccentrico rispetto al cinema meramente da cassetta ma gradevolissimo per chi ama un (fil rouge) tra la storia e la fantasia anche se nonostante i maneggi della corte per eliminare ogni traccia di questa storia dolcissima ma pericolosa dei diari del musulmano Abdul sono stati ritrovati a testimoniare una comunione di culture perfettamente integratesi……meditiamo…meditiamo!

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