Tutti i soldi del mondo

La parabola sulla caduta del potere non delude, e l'ambientazione è affascinante. Ma Ridley Scott cede - ancora una volta - alle tentazioni dell'enfasi

3 gennaio 2018
2,5/5
Tutti i soldi del mondo

Il cinema di Ridley Scott ama i duelli, le sfide impossibili, che lo hanno accompagnato fin dai tempi in cui Harvey Keitel e Keith Carradine si inseguivano a colpi di pistola durante le guerre napoleoniche. Due ussari francesi sempre a cavallo, pronti a darsi battaglia col sole alle spalle e tanti rimpianti per il passato, questa era la trama de I duellanti. Nel 1979 la lotta si sarebbe spostata nello spazio, in Alien, con lo xenomorfo contro la bella. E poi l’anima contro la macchina (Blade Runner), la libertà vs la cultura maschilista (Thelma & Louise), il soldato vs l’imperatore (la rinascita del peplum: Il gladiatore), il mafioso vs il poliziotto (American Gangster, ovvero Denzel Washington e Russel Crowe a confronto), l’astronauta vs lo spazio e la solitudine (Sopravvissuto – The Martian), e adesso il dio denaro vs la famiglia (Tutti i soldi del mondo).

Il regista inglese qualche volta non ha avuto le simpatie della critica, perché troppo incline a strizzare l’occhio alla platea. Spesso nelle sue opere l’enfasi trionfa, il pubblico affolla le sale a riprova che il cinema è anche (o soprattutto) questo: il più grande spettacolo del mondo, come diceva Cecil B. De Mille mettendo in scena il suo circo.

Nessuno può negare il talento e lo sguardo visionario di Scott, nonostante alcuni scivoloni (The Counselor ed Exodus: dei e re). Ancora una volta ha voluto fare le cose in grande, nel bene e nel male. In Tutti i soldi del mondo ha cancellato Kevin Spacey dopo lo scandalo molestie, e in tutta fretta ha arruolato Christopher Plummer, attore shakespeariano costretto a fare gli straordinari per calarsi nella parte. Costo dell’operazione: dodici milioni e tanto sudore.

 

Hollywood deve andare avanti, e Plummer risponde alla chiamata con un’ottima interpretazione. Il suo magnate del petrolio Jean Paul Getty vive per guadagnare, per crogiolarsi nei milioni e nelle opere d’arte. Spenderebbe capitali per un capolavoro perduto, ma neanche un dollaro per liberare suo nipote, il giovanissimo John Paul Getty III, che nel 1973 fu rapito a Roma dalla ‘ndrangheta. L’arcigno miliardario si rifiuta di pagare il riscatto, considera i suoi famigliari dei parassiti che vogliono prosciugarlo. “Se ora pagassi solo un penny, mi ritroverei con quattordici nipoti rapiti”, dichiara Getty alla stampa. Le persone passano in secondo piano, il pensiero è alla borsa e al capitale.

Tutti i soldi del mondo (tratto abbastanza fedelmente dall’omonimo libro di John Pearson) è un thriller dalla messa in scena magniloquente, che si dimentica di sviluppare empatia verso i suoi protagonisti. Alcune volte si esagera con esasperazioni di vario genere, come gli inserti in bianco e nero, la fotografia desaturata, dando vita a intrecci spesso farraginosi, dove i flashback allontanano lo spettatore dal fulcro della storia. I dolly e i rallenty stonano con un dramma che dovrebbe essere intimista, e le ingenuità piovono a cascata. Ma nonostante tutto l’ambientazione è affascinante e la parabola sulla caduta del potere non delude. La dinastia dei Getty viene condannata fin dalla prima inquadratura ed esce sconfitta dalla sua stessa sete di potere. Risaltano solo il dolore di una madre e uno scontro generazionale appena accennato.

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