The BFG

Spielberg rilancia sul potere taumaturgico dell'immaginario tirando fuori dalla valigia dei sogni un nuovo entusiasmante capitolo. Fuori concorso a Cannes

14 maggio 2016
4,5/5
The BFG
The BFG di Steven Spielberg

Mentre Sophie, la piccola e insonne eroina di questa storia, sposta le lancette della notte in avanti per farla passare più in fretta, Steven Spielberg sposta indietro quelle del suo cinema, ritrovando di colpo la vena creativa degli anni ’80.  The BFG possiede in effetti temperatura emotiva, colore, magia e motivi dei suoi capolavori più celebri, la cifra meravigliosa di Incontri ravvicinati del terzo tipo, la poesia di E.T., l’avventura e l’ironia dei Predatori dell’arca perduta, l’occhio del bambino de L’impero del sole, la fede nell’immaginario di Hook – Capitan Uncino, e tutto quello che normalmente ricorda una perfetta favola spielberghiana (prima ancora che disneyana).

Un film che sembra contenere tutti i film per l’infanzia di Spielberg senza però ridursi a un omaggio citazionista. Il libro di Roald Dahl (pubblicato nell’82, l’anno di E.T.) e la penna inconfondibile di Melissa Mathison (già sceneggiatrice di E.T.) offrono al regista americano la storia che da tempo cercava, quella capace di contenere l’alfa e l’omega del suo lavoro, la quadra di una poetica che da sempre tenta di unire l’incommensurabilmente grande con l’incommensurabilmente piccolo, la cifra mainstream e lo sguardo d’autore, la scena bigger than life e il cuore da bambino. Il gigante e la bambina dunque, alieni l’uno all’altra ma capaci di toccarsi con la punta delle dita (come Elliott con E.T.), il padre orfano del figlio e la piccola orfana di padre, così improbabili e diversi eppure così interconnessi, al punto che l’uno sente ogni respiro, emozione, vibrazione dell’altra.

Insieme sono quello che hanno sempre sognato, una famiglia. E a proposito di sogni insieme vanno dove è possibile afferrarli, nel mondo capovolto (altra bellissima metafora del cinema, di questo cinema) dove cadono dalle foglie come rugiada e poi danzano nell’aria, pulviscoli di colore. Sogni, immagini, film. Il gigante li studia in laboratorio come Spielberg, per donarne di buoni e di cattivi perché serviranno entrambi nella veglia della vita.

L’innesco dell’immaginario avviene dunque di notte, l’ora del regno delle ombre, delle paure, delle solitudini più nere. E’ lì che si accende la luce del cinematografo per Spielberg e l’incantesimo ha inizio, il momento in cui la macchina da presa prima e il proiettore poi  – simboleggiati dalla rete acchiappa-sogni e dalla tromba per soffiarli via – riordinano il puzzle dell’inconscio secondo configurazioni nuove. Molte di queste resteranno nella memoria: il rapimento di Sophia, il primo scontro con i giganti, il viaggio nella Terra dei Sogni, l’esilarante intrusione a Buckingham Palace, dove Spileberg sfiora il reato di lesa Maestà.

Girato in simulcam (la tecnica sperimentata da Cameron per Avatar), The BFG fonde perfettamente live-action e digitale, armonizzando scale di grandezza e movimenti. La credibilità figurativa sarebbe poca cosa senza l’intensità emotiva garantita dall’alchimia tra la piccola Ruby Barnhill e il gigantesco – in ogni senso – Mark Rylance.
La solennità dello score di John Williams e l’ineffabile madeleine luminosa creata da Janusz Kaminski conferiscono al film la grana visiva di un classico, ma senza l’anima registica di Spielberg, quel soffio che sa combinare i vari elementi trasformandoli in caleidoscopio umano, non ci sarebbe né sorpresa né gioia. E il film, i suoi film, non sarebbero fatti della stessa materia di cui son fatti i sogni.

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