Silence

L’opera forse più sentita di Martin Scorsese sembra anche quella meno scorsesiana: un film non immediato, difficile, di forte tensione ideologica. Il suo testamento spirituale

10 gennaio 2017
4,5/5
Silence
Liam Neeson in Silence

Per essere il film di una vita, Silence sembra assai poco un’opera di Martin Scorsese. L’ambientazione in un Giappone medievale, lontanissimo nel tempo e nello spazio dalle strade di Little Italy e dai suoi gangster; il ricorso a volti attoriali nuovi, con cui finora non aveva mai lavorato, in luogo dei soliti, fedelissimi alter ego (da De Niro a Di Caprio);  l’approccio visuale sorprendentemente ieratico, contemplativo, più interessato alla composizione dell’inquadratura che al virtuosismo della ripresa e all’ipereccitazione della messa in scena. A pensarci bene però, la straordinaria carriera di questo regista  è disseminata di mille variazioni sul tema, di continue sperimentazioni, di sincretismi originali. Già L’ultima tentazione di Cristo e Kundun, per dire, erano film di ambientazione assai particolare per il cineasta di Elizabeth Street. Il secondo, sorta di biopic sull’ultimo Dalai Lama, presentava anche interessanti varianti di poetica e stile: era la prima volta che Scorsese si misurava con un tipo di sensibilità agli antipodi rispetto alla sua e con le forme della spiritualità orientale.

Tuttavia, per capire meglio Silence, è da un altro film che bisogna partire, da L’età dell’innocenza, pure questo tratto da un romanzo e sceneggiato dal regista insieme a Jay Cocks. Già allora Scorsese aveva sfoggiato una regia incredibilmente controllata, un rigore compositivo e uno stile analitico al limite del maniacale, dove la compattezza geometrica della scena, la sua monolitica e non scalfibile realtà, costituiva il correlato oggettivo e formale di un implacabile sistema di regole sociali che mortificava e ingabbiava l’autentico sentire dei personaggi. Ecco, l’ingabbiamento. Lo vediamo all’opera più volte in Silence. Come una forza viva e disumana: quando i due preti gesuiti, i padres, arrivano clandestinamente in Giappone, in un villaggio di pescatori, e sono costretti a nascondersi in una capanna abbandonata di pietra e di paglia, per non dare nell’occhio. Poi quando vengono catturati e messi dentro una scatola di legno da trasporto; quindi quando vengono rinchiusi dentro una cella fatta di terra e di canne di bambù.

E anche Silence in fondo mette in scena la tragedia di un uomo arrogante. Un uomo convinto di poter cambiare il mondo, prima di soccombervi. Non è un caso che quell’uomo sia anche un uomo di Dio. Non lo era forse anche Charlie di Mean Streets, che si credeva erede di San Francesco? O Travis di Taxi Driver, determinato a ripulire quella fogna di città infernale che è la New York dei ’70, neanche fosse un angelo sterminatore? Personaggi votati alla causa, ma la causa di chi? Come rivela un altro dei grandi personaggi scorsesiani, il Frank/Nicolas Cage di Al di là della vita (altro film che sembra arrovellarsi nelle stesse questioni di questo), il confine tra ispirazione divina e allucinazione è pericolosamente sottile. Lo stesso Gesù del L’ultima tentazione non viene forse considerato un pazzo all’inizio? Chi può dire alla fine se la voce off che padre Rodrigues sente, o pensa di sentire, sia davvero quella di Dio e non invece la sua? Chi può stabilire se prima di calpestare il fumi, la tavoletta raffigurante il Cristo, il gesuita abbia davvero sentito la voce misericordiosa del Creatore o quella pavida della sua coscienza che gli intima di abiurare e di salvare così la vita, sua e quella di altri innocenti?

C’è questa insostenibile ambiguità della fede che attraversa Silence dall’inizio alla fine. Dopotutto il film parte come una detection: due gesuiti dovranno recarsi in Giappone per scoprire se davvero il loro padre spirituale ha abiurato per salvarsi la pelle (i nipponici del Seicento consideravano la buona Novella assai pericolosa). In realtà l’oggetto di questa ricerca sarà la natura stessa del loro credere, dunque di Dio. Scorsese coglie del romanzo di Endo, basato peraltro sulla storica realtà dei lapsi (i preti apostati, letteralmente gli scivolati,  quelli che non ce l’hanno fatta a sopportare le persecuzioni e hanno abiurato la loro fede), il nocciolo dei dilemmi che da sempre lo coinvolgono. Fino a che punto, torna a chiedersi il regista, è lecito seguire Dio se così facendo rechiamo sofferenza agli uomini? Vale di più la misericordia – in fondo il comandamento supremo che Gesù trasmette ai suoi discepoli, Ama il prossimo tuo come te stesso – o la fedeltà alla Parola, che pure invita ad evangelizzare il mondo perché è Verità? La questione non è solo teologica perché tocca qualsiasi ideologia e credo. E’ anche assai moderna, sembra di leggere in filigrana i principali nodi della Chiesa di Francesco, tormentata al suo interno da analoghe questioni di natura etica e dottrinaria (pensiamo ai conflitti su divorzio, eutanasia, aborto).

La soluzione optata da Scorsese è se si può più problematica: per amore dell’uomo sì, si può e anzi si deve rinnegare la propria fede. Meglio, occultarla. Rinunciare così anche alla pratica della condivisione e dell’indottrinamento, in definitiva all’eucarestia e al proselitismo. La fede deve restare come confinata in una dimensione privata, meglio ancora se intima, interiore. Il finale azzarda questo. Non che Scorsese neghi l’altra via, quella dei martiri, il cui sangue come ci ricorda è il seme della Chiesa. Ma si tratta anche in questo caso di una scelta individuale. Non a caso qui tutto il destino della Chiesa in Giappone si riduce alla sorte di due preti, che però prenderanno strade diverse. Scorsese sposta in ogni caso la religione per far posto alla persona. Con tutte le contraddizioni e le questioni aperte del caso.

Ad esempio, questi giapponesi che torturano e combattono i cristiani venuti dall’Europa, sono solo carnefici o stanno difendendo la loro identità culturale? Non è forse lo stesso problema sentito oggi in Occidente, nei rapporti tra le comunità autoctone e l’Islam? Continuare solo a invocare il multiculturalismo come panacea di tutti i mali non basta, non più. Silence è molto netto da questo punto di vista. C’è una scena emblematica in cui dei soldati giapponesi invitano i cristiani a calpestare l’effige sacra senza troppe cerimonie, ricordando loro che solo di immagine si tratta e non di quello che custodiscono dentro. Senza perciò comprendere che per un cristiano quella effige non è solo un’immagine, così come l’ostia non è soltanto un derivato del frumento. Per un cristiano Dio è vivente, è persona, è quell’immagine, è quel pane. C’è una componente materiale nella religione cristiana che un orientale di osservanza buddista non capirà mai. Perciò una mediazione che passi dal confinamento del cristianesimo in una sfera privata, intima, pone seri interrogativi sulla sua consistenza.
Assume allora un significato ambiguo quel silenzio perorato dal titolo: è la voce dell’abbandono di Dio, la dimensione dell’ascolto interiore o il destino della cristianità in terra d’Oriente?

E’ positivo che al cospetto di un discorso così interrogativo, scettico, esistenziale, Scorsese mantenga un tono distaccato, algido, come detto controllatissimo. Senza le solite carrellate, le classiche zenitali (ma almeno un paio ci sono), le proverbiali gimcane della mdp. Senza cercare mai la scorciatoia, l’empatia, lo spettacolo, senza prendere per mano lo spettatore (che si ritrova così nella medesima situazione del gesuita “abbandonato” dal Signore). Silence non è un film immediato. Va meditato. Visivamente è molto bello e molte scene hanno notevole qualità pittorica e potenza allegorica. D’altra parte i contributi tecnici di Rodrigo Prieto (fotografia), di Dante Ferretti e di Francesca Lo Schiavo (scenografia) non si discutono. Nulla da ridire nemmeno sul talento di Andrew Garfield e di Adam Driver o sulla maestria di Liam Neeson, ma mai come stavolta il peso dell’attore deve fare i conti con una messa in scena dall’ingegneria implacabile. Scorsese rimesta nelle sue conoscenze del cinema nipponico – Kobayashi, Mizoguchi, Ozu e Kurosawa – facendone non tanto un’indicazione geografica (siamo in Giappone dopotutto) ma la chiave di volta formale e ideale di tutta l’operazione: il mondo vince sempre, però non c’è singolarità che, pure se ingabbiata, venga assimilata del tutto. Qualcosa di unico, vitale, resta sempre. Questo vale persino nel grande cinema mainstream, che Scorsese continua a frequentare senza mutarsi, infilandovi semmai una volta di più il virus dell’autorialità, incubando pezzi di pensiero, di poetica personale. Vivendo la contraddizione, facendone alimento creativo, antidoto a una coerenza marginale. Rischiando, tra la fedeltà a Dio e quella verso gli uomini, ancora la seconda. Scegliendo comunque di rimanere fedele a se stesso.

  • roberto

    Ti ringraziamo tutti per averci detto il finale 🙂

    • S.P.

      Sei brusco, perdonami, ma questo film non è un giallo, (anche se ambientato in Giappone … si sa…i gialli… anche se personalmente non ho mai trovato che fosse giallo il colore della loro pelle…ma tant’è) bensì un’opera che necessita di essere presa nella sua totalità e completezza per poter esprimere un parere che non ne mini l’intenzione.
      Credo pertanto che la recensione del sig.Arnone non pecchi di spoilerismi.
      E poi, sai una cosa? Non è stato affatto rivelato il finale 😉

  • Cate

    Film orrendo. Oltre ad essere di una noia mortale, è fatto malissimo. È molto pesante e sono fermamente convinta che chi lo abbia recensito dando 4/5 stelle è un religioso , non c’è altra spiegazione. Se volete buttare del tempo guardatelo

    • Gianluca Arnone

      Mi spiace deluderla ma non sono un religioso.

    • Laura May

      Da non credente ho apprezzato molto questo film e non l’ho trovato per niente noioso. Se volete “buttare” del tempo a riflettere e a meditare guardatelo.

    • Marco Dudine

      si meglio la solita boiata americana o il cinepanettone italiano immagino…li sono soldi e tempo speso bene

    • Piero Palombi

      Forse i religiosi sono proprio quelli che restano piu interdetti da questo film

    • Roberto Tosi

      Ciao,

      io, credo, di essere religioso nella giusta misura, anzi, probabilmente, un po’ al di sotto, devo pero’ dire che, i filmin un modo o nell’altro pongono delle domande e fanno riflettere, a me sono sempre piaciuti. Rispetto, comunque, ogni opinione diversa dalla mia
      Roberto

  • Daniela

    Credente o non credente, il film pone delle tematiche molto complesse e profonde.Amare Dio sopra gli uomini o attraverso gli uomini?E cedere ai ricatti di chi plasma la propria religione per sostenere una politica imperialistica o ,come dice Gesù,avere prudenza e non gettare le perle ai porci(cfr Matteo)perché non le calpestino con le loro zampe e poi si voltino per sbranarvi?
    Certo , per chi non crede troverà la soluzione più ovvia e facile ma è in quella mano che stringe infine un piccolo crocifisso che spiega negli uomini e nel regista il senso profondo del Cristianesimo.
    Da vedere e apprezzo molto la recens

  • Giovanni Rossi

    Dire che il regista non “prende” per mano lo spettatore volutamente come metafora dei gesuiti abbandonati mi sembra una forzatura… Per me, purtroppo, è uno dei peggiori film di Scorsese. E’ un film che voleva fare da 30 anni, è riuscito a farlo ma l’ha fatto per lui e non per un pubblico. Noioso nonostante la storia drammatica e piena di tensione. E a pensare che non vedevo l’ora di vederlo… Ad ogni modo andate a vederlo perchè Scorsese non è proprio l’ultimo dei “pirla”. Visivamente potente, è vero, ma non basta per rendere un film completo. Probabilmente se fosse stato fatto di 90 minuti ne saremmo usciti conquistati. VOTO: 6

    • Piero Palombi

      Se si immagina che sia un film del “solito” Scorsese si resta interdetti. Ho visto uscire dal cinema molti spettatori delusi perché si aspettavano altro; alcuni anche prima della fine. La costruzione di tutto il film spinge ad una forte riflessione, impegno nella visione che per un film di Scorsese non ti aspetti.

  • gil

    “Il confine tra ispirazione divina e allucinazione è pericolosamente sottile”. Molto giusto.
    Mi è piaciuto molto anche come ha raccontato la paura del Giappone di confrontarsi con un’altra spiritualità altrettanto potente come la loro, eppure inferiore, alla quale mettono fine con sistemi fortemente crudeli per cambiarla e ridurla al nulla. Come si vede anche nel “controllo” del rito funebre. Ma questo forse è il romanzo. il film però lo rende in maniera efficace. Grazie Martin.

    • Marco Dudine

      in che senso una spiritualità inferiore?

      • gil

        Forse è solo una mia opinione, ma il cattolicesimo è una religione molto materiale: ha un continuo bisogno di rappresentazioni, immagini, icone. Inoltre i fedeli si legano alle “prove”, vogliono i miracoli, il sangue, le croci, le madonne. Le religioni orientali si basano solo sulla ricerca di Dio attraverso la preghiera del singolo. E’ una ricerca che ha a che fare con una forza individuale presente in se stessi. In questo senso spirituale, e quindi più pura, e “superiore”.

        • Daniela

          Eppure Cristo ha detto: beati quelli che pur non vedendo crederanno.
          Non sono dogmi di fede i miracoli,le apparizioni che , se veri ,sono solo per la gloria di Dio e Il rischio di ogni religione di cadere nel fanatismo e nella superstizione e’ dietro l’angolo. Ogni credo ha le sue immagini, i suoi oggetti ,i suoi templi, i suoi riti. Anche il buddismo ha un rosario,le bandierine votive e un concetto molto più terreno ed individualedi spiritualità perché ci si purifica attraverso le varie vite senza tener conto della limitatezza e dell’imperfezione innata dell’essere umano.
          Il Cristianesimo ha una forza diversa, più umile ma più potente:quella dell’amore che copre ogni imperfezione,il cui apice e’l’offerta di Dio di darci suo figlio crocifisso per noi.Lascio scegliere quale
          sia la più spirituale .

          • gil

            Purtroppo mi ritrovo molto daccordo con l’Inquisitore giapponese che sostiene che è una religione “pericolosa”. Lo stesso personaggio di Kishijiro, ne è la prova: continuare a peccare perché tanto si verrà sempre e comunque “perdonati”. Le religioni orientali sono spirituali proprio perché i peccati non esistono.

        • Marco Dudine

          mi risulta complessa la risposta da darti…io credo che un conto sia il vangelo un’altro la concretizzazione storica dai discepoli in poi. Per quanto riguarda la spiritualità orientale ho conoscenze solo superficiali. Per quel che riguarda la fede cristiana e cattolica il cui centro è il vangelo che racconta le opere e gli insegnamenti del Cristo c’è un continuo scambio tra corporeità e spiritualità…nel senso che il divino è incarnato in un uomo. Per quanto riguarda i rimandi a rappresentazioni, prove , miracoli , statuette e simboli è più un esigenza dei fedeli ed un aspetto umano ben più antico del Cattolicesimo. Gesù non vuole essere creduto per i miracoli. C’è sicuramente nella concretizzazione storica del cattolicesimo una storpiatura come c’era durante i tre anni di predicazione del Cristo. La folla voleva il segno , il miracolo senza capirne il senso ultimo. Il senso ultimo lo si capisce e lo capisce il centurione il vero primo discepolo di Cristo quando colpitolo al costato vede uscire sangue ed acqua ad afferma costui è veramente Figlio di Dio. Nessun miracolo quindi ma il volto , il modo di morire ( e di vivere ) rende testimonianza della spiritualità. Non so se sono stato chiaro… 🙂

  • Angelo

    Recensione molto profonda e che a mio parere coglie nel segno.
    Rinunciare alla professione di fede cedendo al ricatto del potere dominante che minaccia in alternativa il massacro degli innocenti e che riduce a schiavi del potere per il resto della vita, a servizio dei suoi disegni fino ad aiutarlo a smascherare altri cristiani o spingere ad abiurare i propri confratelli?
    O professare la fede fino alla fine testimoniando agli uomini che c’ė qualcosa di più grande della vita fisica, che è la libertà, che trova le sue radici nell’essere rapporto con l’Infinito tanto da vincere anche la morte nella certezza della fede?
    E quale ė il vero amore agli uomini? Che soppravvivano fisicamente o che trovino la vera ragione per vivere e per morire, che non sarebbe vera se non fosse eterna?
    Mi pare che al fondo ci sia sempre l’idea che amare gli uomini ė amare la loro sopravvivenza fisica o che possano vivere senza soffrire troppo. Tipica idea dell’occidente che ha rinnegato Cristo, e si trova pieno di vecchi, sazi e disperati. Ma rinnegare il senso della vita per poter sopravvivere più a lungo evitando a sė e agli altri troppe sofferenze prima della morte, ė vivere veramente? Infondo è un credere che ė tutto qui, che è la professione di fede dell’ateo.

  • A S

    Questo film di Scortese coglie un solo aspetto che ai molti è celato : la scelta di aiuto è incompatibile con la professione dei sacerdoti gesuiti, che commettono un errore spaventoso, quello di rendere intellettuale la loro decisione. La Chiesa per i due sacerdoti sono le persone che incontrano che scelgono di morire per Cristo. Un’errore spaventoso, dubitare dell’azione di Cristo stesso.

  • Gianni Solazzo

    recensione che coglie in pieno l’essenza del film.

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