Paterson

Di cosa viviamo quando viviamo di poesia? La risposta, mirabile, di Jim Jarmusch

20 dicembre 2016
4/5
Paterson
Paterson

Paterson (Adam Driver) fa il conducente di autobus a Patterson, New Jersey. E’ un abitudinario: ogni giorno raggiunge la stazione dei bus a piedi, guida osservando la cittadina e ascoltando i discorsi dei passeggeri, nelle pause scrive poesie su un libricino. Tornato a casa, lo attendono la moglie Laura (Golshifteh Farahani), che si diletta a dipingere di bianco e nero indumenti, pareti e oggetti, infornare deliziose cupcakes e, new entry, a suonare la chitarra. Se il suo mondo è in costane evoluzione, la routine di Paterson è anche casalinga: parla con la moglie, cena, porta fuori il cane, il bulldog Marvin (meraviglioso!), e prima di rientrare si ferma al solito bar, dove prende la solita birra.

In Concorso a Cannes 69 è Paterson di Jim Jarmusch, che ritorna a competere per la Palma d’Oro dopo lo splendido Only Lovers Left Alive del 2013. Ed è Jarmusch 100%, quello idiosincratico di Coffee & Cigarettes e Broken Flowers, che stavolta con sensibilità carveriana realizza un piccolo perfetto film intorno a una domanda: Di che viviamo quando viviamo di poesia? La risposta nell’idillio, ritratto in chiave ironico-minimalista senza concessioni al mélo, di Paterson e Laura, che danno al loro matrimonio la calma felicità che fuori dallo schermo è merce rara: si amano, lei vorrebbe lui pubblicasse le sue poesie, lui si ripromette, entrambi godono della loro vita quotidiana, un tapis roulant di premure, empatia e sinergia, che uno humour arguto e pudico non rende mai stucchevole.

Paterson origlia sul bus il ritratto di Gaetano Bresci, l’anarchico regicida italiano che a Paterson visse, legge alla petrarchiana Laura i propri componimenti, che sono la loro stessa esistenza: senza rima, ma accordata. I versi eletti sono per le prugne, il poeta modello William Carlos Williams (sugli scaffali anche DFW), la parafrasi, al contrario, non c’è, ed è questa la lucida, inappigliabile e inappuntabile bellezza del film: la sua poesia non ha bisogno di note, esplicazioni e traduzioni (“Tradurre un poesia è come fare la doccia con l’impermeabile”), solo una sospensione dal giudizio, o meglio dal nostro cinismo.

Superbi gli attori: Driver si candida sin d’ora per un premio sulla Croisette e per gli Oscar et similia che verranno; la Farahani offre la sua sorridente, piana e fascinosa bellezza. Le poesie possono andare distrutte, la poesia no: ha bisogno solo di un foglio bianco, ovvero, di una possibilità. Jarmusch ha saputo coglierla: alla grande.

  • Paolo

    Non servono tante cose per fare un buon film, basta la stra-ordinarietà del quotidiano. La vita di ogni giorno ci può incantare, se solo ci mettiamo un pizzico di creatività e di poesia. Rincretiniti dalle saghe più o meno stellari, scherniti dalle commediole italiote, offesi dai cinepanettoni, finalmente possiamo lasciarci cullare dall’insostenibile leggerezza dell’essere di una storia come questa. Grazie Jarmusch, grazie Carver.

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