Nove lune e mezza

Michela Andreozzi esordisce alla regia con una commedia sulla maternità surrogata. Così così

10 ottobre 2017
2,5/5
Nove lune e mezza

A pochi giorni dall’uscita di Una famiglia di Sebastiano Riso (non troppo ben accolto dal pubblico italiano), ecco che il tema dell’utero in affitto torna per la regia di una donna, la debuttante Michela Andreozzi. “In questo Paese si può donare un rene, ma non una gravidanza”, si sente dire in Nove lune e mezza, con tono polemico sia da coppie eterosessuali che omosessuali. Infatti Massimiliano Vado e Stefano Fresi sono andati in Canada per avere legalmente un pargolo.

Il dilemma etico offre lo spunto per una storia graffiante, ma purtroppo abbonda la retorica persino nella forma scelta dalla regista, la commedia di costume, che poteva essere la chiave giusta. Si ride troppo e si pensa poco. Mentre i padri “comunisti” insultano i neocatecumenali, la principale preoccupazione della mamma resta la cottura del ragù.

Le sue figlie adulte (naturali o adottive? Non si sa…) sembrano il diavolo e l’acqua santa: Tina, la repressa, fa di professione il vigile e piange dalla mattina alla sera. Il suo problema è che non può generare. La sua esistenza è uno strazio, ma il ginecologo le fa una proposta azzardata: far partorire al suo posto sua sorella Livia e tenersi lei il bambino. Ma Livia, che è bellissima e suona divinamente il violoncello, vuole godersi la vita, non ha nessuna intenzione di restare incinta. Però, dopo lo sgomento iniziale, accetta di prendere parte all’impresa per il bene della sorella.

 

La “sorellanza”, questo mitico rapporto al limite tra DNA e solidarietà femminile, è l’unico punto di forza di una commedia rosa in cui gli uomini sono solo dei burattini inadeguati. Fabio e Gianni, interpretati da Giorgio Pasotti e Lillo, non riescono a comprendere le loro compagne e, a rotazione, finiscono fuori di casa per riflettere sulle loro incapacità. Insieme al medico Stefano Fresi, si trovano persino a mangiare vegano in un residence per scapoli, e vivono sospesi tra il divertimento e l’ansia, senza mai essere all’altezza della situazione.

Nove lune e mezza (o dieci) dovrebbe essere la normale durata di una gravidanza, ma rappresenta anche il tempo impiegato da Michela Andreozzi per realizzare il suo film. Essendo un’opera prima, si può parlare di un “primogenito” dall’animo tenero, che alterna una comicità sempliciotta con le tematiche LGBT e non solo. La morale è che alcuni nascono per essere genitori, e altri si sentono realizzati anche senza il fiocco, in questo caso rosa, sopra la culla.

Le donne sono le vere protagoniste di Nove lune e mezza, e cercano di affermarsi nonostante le difficoltà quotidiane. La maternità, che la si voglia o no, trionfa e i padri degeneri devono ritrovare se stessi prima del giorno del parto. La musica debordante accompagna lo split screen, e il cameo di Arisa, nei panni di una giovane sola e col pancione, resta un’emozione a metà.

Gli incontri bizzarri sembrano non finire mai e, tra i tanti, spicca il fratello delle due protagoniste, innamorato più del rosario che di sua moglie. Però lui ha quattro “aquilotti” che gli devastano il soggiorno, mentre Tina neanche uno.

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