Menina

Crescere è la più imprevedibile delle avventure, e talvolta non ha un lieto fine. Cristina Pinheiro costruisce un cinema di corpi, e di attese, in Alice a Roma 2017

2 novembre 2017
3/5
Menina

Spesso bisogna diventare grandi troppo in fretta: non c’è tempo per i giochi, per la fanciullezza e le risate innocenti. Il mondo non ha pietà dei bambini e li costringe a fronteggiare il dolore già all’alba della vita. La spensieratezza si perde nel vento quando si condivide la tavola con una famiglia malsana, che conosce solo la fatica del quotidiano. Crescere è la più imprevedibile delle avventure, e talvolta non ha un lieto fine.

Luisa, la Menina del titolo, ha solo otto anni, ma ha già smesso di sorridere. I suoi genitori sono immigrati portoghesi, scappati dal regime di Salazar per costruirsi una nuova vita in Francia, un Paese all’apparenza ospitale che non può soddisfare i loro bisogni. Pedro, il padre, ha sempre avuto un’anima ribelle e, quando svuota la bottiglia, cerca disperato il passaporto per tornare in patria. Il richiamo della propria terra è troppo forte. Pedro affoga i dispiaceri nell’alcool e non prova più niente per sua moglie. Forse si vede con una bionda sulla spiaggia, forse no, ma lui nasconde un terribile segreto: è malato, ha l’acqua nei polmoni e tossisce continuamente. Luisa non lo prende sul serio, spera che sia una delle sue tante bugie per abbandonarli tutti.

La piccola è ombrosa, introversa, non lega con nessuno. Il suo porto sicuro è Sarah, l’unica coetanea che la capisce e le vuole bene. Il fratello è troppo grande e corre dietro alle ragazze invece di badare a lei. Luisa è sola e cerca un po’ di affetto tra le braccia di un padre che però potrebbe lasciarla da un momento all’atro.

Menina è un film di attese. La malattia incombe dall’inizio della storia, ma nessuno si ferma. Non si può piangere o rivelare il proprio male, perché già così alzarsi la mattina è una condanna. La Francia non è il Portogallo, allontanarsi dalle radici fa sempre male. Pedro vorrebbe rinascere come Lazzaro in un Paese che non è il suo, ma il travaglio interiore non glielo permette. Luisa non capisce quello che sta succedendo nella sua famiglia, è ancora troppo ignara, anche se la madre la tratta come un’adulta. Allora lei si rifugia in una dimensione onirica, piena di mistero, dove la luce sembra schiarire anche le sue pene.

 

La regista Cristina Pinheiro costruisce un cinema di corpi, che inseguono la passione per non spegnersi su un letto d’ospedale. La vita combatte la sua eterna lotta con la morte, il calore dei sentimenti si svuota nel freddo di giornate sempre uguali. Gli abbracci si spezzano, l’età divide e i segreti allontanano chi avrebbe la necessità di stare insieme. Siamo nel 1979, ma la vicenda di Menina non ha tempo, e anche oggi è presente in tante famiglie. E nello sguardo spento della piccola Luisa si colgono le occasioni perdute, mentre gli adulti gridano impotenti contro il loro destino.

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