Leatherface

Il prequel di Non aprite quella porta è un b-movie realizzato con mestiere, fieramente truculento e nichilista. Un’operazione, però, più repellente che disturbante

14 settembre 2017
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Leatherface
Leatherface

Che cos’è l’horror? Una risposta univoca a questa domanda non c’è, se la assumiamo dal punto di vista soggettivo, riferendoci ovvero a tutto ciò che personalmente ci suscita orrore. Il discorso cambia però se ne valutiamo la definizione oggettiva, l’insieme di temi, figure e stilemi che caratterizzano un genere riconoscibile prima letterario e poi cinematografico, storicamente circoscrivibile. Allora l’horror è quella pratica testuale figlia del romanzo gotico di fine Ottocento che, con l’industria cinematografica, si è arricchita via via di motivi, ossessioni, scenari, che, dal soprannaturale, lo hanno calamitato nella Storia, dentro le dimensioni dell’agire umano, sociale e politico.

Ecco perché non c’è un horror, ma tanti horror. L’horror satanico, spettrale, metafisico, fantascientifico, satirico, metalinguistico, metropolitano, lo slasher, lo splatter, il torture porn. E veniamo al punto: che genere di horror è Leatherface, prequel di una delle saghe di maggiore successo del genere, con numerosi emuli dichiarati e no, il filone Texas Chainsaw Massacre, in italiano Non aprite quella porta? Un po’ tanti e un po’ nessuno, in linea con la deriva postmodernista del cinema americano, anche quello underground, di non avere uno stile ma di usarli tutti.

E chissà se la buonanima di Tobe Hooper, morto da manco un mese, si sarebbe dimostrata più indulgente di noi (dopotutto figura ancora come produttore esecutivo) davanti a un prodotto simile, che mantiene con il suo capostipite del ’74 un rapporto neppure nominale. Se Hooper a suo tempo aveva regalato un esercizio della tensione tutto sommesso, di non detti né mostrati, per denunciare nel Texas rurale, cuore del tradizionalismo americano, la degenerazione della famiglia e di un modello sociale cannibale, nell’ultimo derivato della saga, corsi e ricorsi non hanno più una funzione maieutica ma sono topoi di genere atrofizzati e svuotati, come i corpi di cui fanno incetta nella loro fattoria i terribili Sawyer (le cui gesta efferate sono ispirate a quanto si dice a quelle del vero serial killer Ed Gain). La malvagità dei Sawyer, da cui “Faccia di cuoio” proverà invano a riscattarsi, è un dato biologico: non ci sono particolari ragioni adducibili come cause, è così e basta. Siamo di fronte a una tara familiare, a un caso di sadismo genetico.

A cui con coerenza, va detto, i registi Alexandre Bustillo e Julien Maury giustappongono il braccio violento e altrettanto malato della Legge, quello Stato che anziché proteggere è il primo perpetratore di atrocità sotto il cappello della giustizia e dell’istituzione. Il focus del film si sposta dunque dall’allegra – si fa per dire – fattoria di bifolchi alla realtà concentrazionaria, psicotica e meramente punitiva di un riformatorio che, sotto la guida di un dottor Caligari texano, alleva mostri piuttosto che cittadini.
E quando anche si riuscisse a evadere, lasciandosi dietro ancora sangue (perché non c’é liberazione che non abbia un prezzo) l’orizzonte si rivelerà piatto, un movimento a rebours che, complice la corruzione e la spietatezza delle forze dell’Ordine, riporterà tutti al punto di partenza.

Ammantato di nichilismo, morbosamente truculento e senza tema di obiezioni morali – segnaliamo anche un amplesso necrofilo – questo Leatherface è un b-movie violentissimo e ambiguamente compiaciuto, dal ritmo sostenuto e la cattiveria programmatica.  Una sorta di punto zero del franchise, un ragguaglio delle derive pornografiche del genere, sempre più repellente e sempre meno disturbante. Un cinema di corpi senza Salvezza, fuori da ogni Grazia, grufolante in truogoli di sangue e frattaglie umane, del resto uniche evidenze sensibili del nostro passare. Un esempio di cinema per l’orrore. Per rispondere alla domanda iniziale. Che, in Europa, uscirà nelle sale solo in Italia, altrove direttamente in homevideo. Che fortuna.

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