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Mercoledì 2 Gennaio 2013
La migliore offerta
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Un thriller senza assassini né assassinati: Tornatore e un ottimo Geoffrey Rush per un film che indaga l'autenticità del falso
Nella professione di antiquario e battitore d’asta, Virgil Oldman è ormai una indiscussa autorità internazionale. Tanto impeccabile e preparato sul lavoro, quanto solitario e gelido nella vita sociale. Riceve la telefonata di una donna che lo prega di accettare l’incarico di procedere alla valutazione e successiva vendita di mobili e opere d’arte contenuti nella grande villa di famiglia. Sembra un impegno facile che però subito si complica perché quella voce non vuole saperne di farsi vedere, salta ogni appuntamento, inventa scuse. Virgil deve superare irritazione, disappunto, nervosismo prima di capire che la ragazza, di nome Claire, si trova in una stanza della villa, chiusa lì da anni in quanto affetta da agorafobia. L’antiquario decide di aiutarla, la vede, se ne innamora, la aiuta a cominciare una nuova vita. E così, forse, condanna se stesso. Dice bene Tornatore, spiegando che si tratta di “una storia d’amore raccontata attraverso la tessitura narrativa del thriller, ma senza assassini né assassinati, né tantomeno investigatori”. Tuttavia, dentro atmosfere spiccatamente anglosassoni, anche se mancano Holmes, il dott. Watson e Scotland Yard, lo scontro tra vittima e carnefice è apparecchiato quasi da subito, e si protrae fino alla fine della cena.
Dentro una trama semplice e coinvolgente, che fa appello più alla geometria della suspense che non ai sussulti dell’emozione, Virgil è un dandy di programmatica eleganza e di studiato distacco dalle cose. Indossa i guanti anche a tavola, e trova una persona che veste su di sé la maschera di un’intera stanza. Virgil non la vede, e questo è già un bello smacco per uno abituato a fare della visione il proprio lavoro quotidiano. Secco e rapido nel giudicare i dipinti, Virgil perde tutta la freddezza di fronte alla ‘indifesa’ Claire. Finisce che Virgil e Claire si scambiano l’identità. Burbero ma autentico lui, debole ma dolcissima lei. Il fatto è che tra loro si insinuano l’arte, la bellezza, la memoria. E i conti ben presto sballano.
Lasciatosi alle spalle quello di Baaria, Tornatore compone un nuovo affresco con altri confini ma con uguali obiettivi: l’ossessione dello spazio, l’incubo del mondo esterno, non - dice - in una prospettiva filosofica ma affidata alla gioia della narrazione in un contesto mitteleuropeo. In quella villa entra la vecchia Europa e forse esce la nuova. Smaltato, impeccabile, senza sbavature né difetti, affidato alla nitida presenza di Geoffrey Rush (ma non siamo in Shakespeare in love), attraversato dalla suadente colonna sonora di Morricone, La migliore offerta è un film di ‘genere’, giusto per ogni pubblico, girato bene con la tecnica del digitale, semplice e diretto. Rimanda al Tornatore di Una pura formalità (1994) e di La leggenda del pianista sull’oceano (1998). Del resto, dice un personaggio del copione, “in ogni falso si nasconde una parte di verità”.

Massimo Giraldi

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