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 Recensioni - La grande bellezza 
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Martedì 21 Maggio 2013
La grande bellezza
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L'estetica, l'etica e il sacro: l'uomo "miserabile" e lo stupore nel dirompente film di Sorrentino, in Concorso
"E' tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento, l'emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l'uomo miserabile". Roma, la sua grande bellezza, scorre sotto gli occhi di Jep Gambardella (Toni Servillo): in lontananza, costante, il Choir Of The Temple Church esegue The Lamb di John Tavener, dalla celebre poesia di William Blake, raccolta in "Songs of Innocence", in cui il poeta-bambino-agnellino scorge il mondo con l'innocenza tipica dell'infanzia. In mezzo, la sacralità eterna di una città commovente e disperata accoglie e rigetta i suoi figli naturali e adottivi. Jep è tra questi ultimi, sessanticinquenne campano arrivato a Roma a 26 anni e "precipitato abbastanza presto, quasi senza rendersene conto, in quello che si potrebbe definire il vortice della mondanità". Ma "io non volevo essere semplicemente un mondano. Volevo diventare il re dei mondani. Io non volevo solo partecipare alle feste: volevo avere il potere di farle fallire".
Il sacro (I lie di David Lang) e il profano (Far l'amore di Raffaella Carrà nel remix di Bob Sinclair), la beatitudine (Kronos Quartet) e il classico (My Heart's in the Highlands di Arvo Part, il Dies Irae di Zbigniew Preisner) contrapposti e mescolati al caos e al caduco (We No Speak Americano, Mueve la Colita): nel cielo, semitrasparente, La grande bellezza si dissolve come la sovrimpressione che dà il titolo al nuovo lavoro di Paolo Sorrentino, oggi in Concorso a Cannes e nelle sale italiane.
Interamente ambientato e girato a Roma, scritto dallo stesso regista insieme a Umberto Contarello, il film segue come detto l'incedere di Jep Gambardella, giornalista e scrittore dolente e disincantato (unico romanzo all'attivo L’apparato umano, premiato con il "Bancarella" molti anni prima, come gli ricorda l’amico interpretato da un Carlo Verdone malinconico e svuotato), animale notturno e festaiolo, osservatore e frequentatore di un'umanità vacua e disfatta, potente e deprimente: dame dell’alta società più o meno sfatte, criminali d’alto bordo, attori, nobili decaduti, alti prelati, artisti e intellettuali veri o presunti legati da rapporti inconsistenti e fagocitati in una babilonia disperata che si agita nei palazzi antichi, le ville sterminate. Che si stagliano nel vuoto di una Roma calda e sedata, indifferente come una diva morta.
La "vita", quello che ne rimane, affoga in gin tonic e in chiacchiere da talk show, soccombe sotto i decibel di terrazze con vista "Martini" (via Veneto), si nasconde in strip-club o in esclusivi "botox party": all'alba, poi, nel silenzio di un cammino solitario, affida alle correnti del Tevere l'oblio di un'esistenza che sembra aver perso gli stimoli per una ricerca di senso.
L'estetica, l'etica e il religioso: seguendo i movimenti di macchina che caratterizzano il sesto film di Sorrentino (il quarto con Servillo, il quinto con la fotografia di Luca Bigazzi), le triangolazioni attraverso cui accompagna lo sguardo (ascendenti-discendenti-orizzontali) e l'iter "emozionale" del suo protagonista (dal rigetto di qualunque principio morale al tentativo di instaurare un rapporto vero con Ramona, interpretata da Sabrina Ferilli), è forte il richiamo ai tre stadi kierkegaardiani dell'esistenza, che non a caso culminano - proprio come il racconto, con la venuta della santa - nella "solitudine" al cospetto di Dio, con l'uomo chiamato ad abbandonare ogni finzione o illusione. Il "trucco", lo stesso con cui si può far sparire una giraffa durante un numero di magia, è quello che rimane a Jep per ritrovare la grande bellezza, miraggio di un amore giovanile dimenticato su uno scoglio al chiaro di luna.
Complessa e stratificata, l’opera del regista napoletano insegue lo stupore e il terreno, l’ascesa e la caduta: nell’equilibrio e nella suggestione della sospensione tra i due piani trova il culmine di geometrie estetiche un linguaggio riconoscibile e dirompente (che nel precedente This Must Be the Place rischiava di perdersi negli infiniti spazi di un’America incontrollabile), legato saldamente allo straordinario lavoro eseguito sulle musiche (di Lele Marchitelli quelle originali), che non a caso vanno a comporre una colonna sonora dalla durata pressoché identica a quella del film (2h24min in doppio CD per la EMI). Un film che gli occhi e le orecchie dimenticheranno difficilmente. Di grande, grande bellezza.

di Valerio Sammarco, seguilo su Google+

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