La scoperta dell’alba

La regista Susanna Nicchiarelli adatta il romanzo di Walter Veltroni: un pareggio sofferto...

9 gennaio 2013
2/5
La scoperta dell’alba
La scoperta dell'alba

Dal romanzo omonimo di Walter Veltroni, già in concorso alle Prospettive Italia del settimo Festival di Roma, l’opera seconda di Susanna Nicchiarelli (Cosmonauta): La scoperta dell’alba. Ed è ping-pong temporale: nel 1981 a Roma il prof. Mario Tessandori muore tra le braccia del collega Lucio Astengo colpito dalle Brigate Rosse; 30 anni dopo le figlie di Astengo, Caterina (Margherita Buy) e Barbara (la Nicchiarelli), mettono in vendita la casa al mare, e così partono i ricordi, legati alla sparizione del papà 30 anni addietro. Rapito dalle Brigate Rose o che altro? Comunque, Caterina compone sul vecchio telefono il numero di quella che fu la loro casa romana, e incredibilmente qualcuno le risponde: è la voce di una bambina, anzi, lei stessa, dodicenne, 30 anni prima.
Nel cast anche Sergio Rubini, ovvero il compagno non allineato di Caterina, Gabriele Spinelli, la seconda chitarra del gruppo Gatto Ciliegia seguito da Barbara, Lino Guanciale, il figlio del prof. Tessandori, e Lina Sastri, l’amica di Lucio Astengo, il film è coprodotto da Fandango e Rai Cinema e si prende un bel compito: adattare il Uolter nazionale, consegnando al grande schermo che tanto ama le sue fatiche letterarie. Ebbene, pareggio sofferto, nel senso che se il libro delude, il film pure.
La Nicchiarelli cambia sesso al protagonista: non più Giovanni, ma Caterina Astengo, che non è sposata e non ha un bambino. E passa dal ’77 al 1981, perché voleva raccontare gli ‘80s che meglio conosce. Ma poco cambia: la sensazione è che le corna vincano sul terrorismo formato famiglia, gli attori, a partire da Buy e Rubini, recitino con la sinistra e quelle fantastiche, fantascientifiche telefonate per cambiare la Storia trovino occupato, ovvero, siano male assistite dal film che sta intorno. Calma piatta, nonostante gli accenni mélo; nessuna scossa, nessuna impennata immaginifica, nonostante l’intesa detonazione temporale.
Insomma, non si viaggia nel tempo, né si risolve poeticamente quel benedetto ping-pong: quali ricadute sul presente, non diciamo il nostro, ma almeno quello dei personaggi? Anziché un colpo al revisionismo sugli anni di piombo, un colpetto all’ego di Uolter. Ora lui ha il suo film, ma la Nicchiarelli ce l’ha?

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