La Pivellina

Straordinario esempio di cinema-verità, senza retorica ma prepotentemente umano. Covi e Frimmel inquadrano la periferia romana e fanno centro: dritto al cuore

12 maggio 2010
5/5
La Pivellina
La pivellina

Non è così la vita? Non succede spesso d’imbattersi in qualcosa d’imprevisto mentre inseguiamo tutt’altro? E quanta vita pullula nel meraviglioso film di Tizza Covi e Rainer Frimmel, il secondo dopo la sorpresa Babooska! Per quello che racconta, per come lo racconta.
Ancora un circo (dimesso), straordinario ghetto di umanità. Da quel mondo proviene Patti, artista abituata a schivare coltelli. Per una volta ne prende uno in pieno petto: si chiama Asia, è una bambina di due anni, e Patti la ritrova per caso, in un parco, mentre cerca il suo cane. Non la può lasciare lì. Piovuta dal cielo, senza una madre ad accoglierla e una casa ad attenderla, Asia adotta Patti e Patti adotta Asia. Fino al giorno in cui qualcuno non verrà a riprendersela. Ma fino a quel giorno, come recita il sottotitolo italiano, Non è ancora domani. Perché ne La pivellina – alla Quinzane di Cannes 2009, poi a Pesaro lo stesso anno dove ha ottenuto il premio principale – i calcoli non sono ammessi. Si dà quel che si può nel momento in cui c’è bisogno. Rischia la bambina a seguire una donna che non conosce, ma rischia anche la donna ad accogliere una bambina che potrebbe metterla nei guai con la giustizia. Una giustizia che non può dirsi giusta se non sa accogliere. “Nomadi, rom, per l’opinione pubblica e i governi sono tutti uguali”, ci ricorda Walter, l’altro reietto di questa splendida famiglia di cuore, prima che di sangue. Non si può lasciare lì qualcuno che ha bisogno di noi. La morale è chiarissima, forte, ma il film va oltre la sua morale. Insegue tracce di amore ovunque, nei volti senza maschere, nei gesti semplici, tra le pieghe del quotidiano, in un abbraccio, nella trasmissione del sapere (per Covi e Frimmell “insegnare qualcosa” è “donarsi a qualcuno”: lo fa Patti con Asia, Walter con Tairo, Tairo con Asia, Asia con tutti). Una ricerca sul campo, quasi priva di ipotesi, di sicuro senza una sceneggiatura. Macchina a mano, mascheramento stilistico, persone non personaggi (ruoli e interpreti coincidono). Umanità nel suo darsi inesausto e nascosto, come nascoste sono queste periferie del degrado italiano (siamo a Roma, quartiere Centocelle) dove è ancora possibile però trovare giardini di solidarietà e calore. Sembra di risentire De Andrè, “dal letame nascono i fiori”. Di sicuro questo è cinema da cui può nascere vita.

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