Haiti, ai giorni nostri. Un uomo cerca lavoro come contabile. Entra ed esce da parecchi uffici. Posa curriculum sui tavoli, ma nessuno lo vuole. Chiede in prestito dei soldi, ma nessuno gliene vuole dare. Torna a casa. Prega. Prende in mano un pacco, una borsa di plastica a scacchi e comincia a girovagare. Prima un lavoro in un cantiere, poi la ricerca di qualcosa di meno faticoso per un signore in età come il professor Jean Remy Genty. Fino alla casuale sosta in mezzo alla foresta, al ristabilimento di uno stadio primitivo dell’uomo fatto di una capanna per casa e frutti tropicali raccolti in terra come cibo. Jean sembra rinato, ma anche in mezzo alla foresta incontrerà altre persone, ancora rischi e insidie della proprietà privata e quel mal di testa che lo affligge da una vita che non accenna ad andar via.
Jean Gentil, della coppia di registi messicani
Laura Amelia Guzman e
Israel Cardenas, è cinema privo di fronzoli in scena, di marchingegni narrativi, di estetizzanti scelte di regia. La materia viva di quest'uomo disperato e triste è seguita ed inquadrata con una purezza di sguardo tale da ridonare tutta la dignità perduta al protagonista, quasi come se questo cinema verité fosse una sorta di risarcimento morale a Jean Remy Genty. Film spogliato dalle zavorre della retorica terzomondista, fiero delle proprie radici antropologico-geografiche, è anche l’essenza della narrazione cinematografica: gestualità dell’attore, oculata e modulata distanza dall’obiettivo, intensità naturalistica dei cromatismi. Così quando il professore sembra essersi perduto, come un novello Robinson Crusoe, e comincia felice a costruirsi una capanna, a procacciarsi cibo, a camminare a quattro zampe e rotolarsi tra le ombrose frasche, ci sentiamo liberati di tutto quel maledetto fardello materialista contemporaneo così tanto economicamente agognato, ma anche così tanto avvilente e schiavizzante ricatto sociale.