Il ragazzo invisibile – Seconda generazione

L'Italia prova a non essere un Paese per vecchi: il fantasy di formazione di Gabriele Salvatores non convince del tutto

2 gennaio 2018
2,5/5
Il ragazzo invisibile – Seconda generazione

L’Italia prova a non essere un Paese per vecchi. Il cinema di Gabriele Salvatores punta sui teenager, sui supereroi e sulle crisi adolescenziali. Trieste si trasforma nella città da proteggere, e un ragazzo un po’ smilzo diventa il beniamino del pubblico. Il suo potere è scomparire, come l’uomo invisibile del romanzo di H. G. Wells, portato sul grande schermo per la prima volta nel lontano 1933 da James Whale. Ha una tuta aderente e una folta chioma bionda, senza sfoggiare i muscoli ipertrofici dei divi d’oltreoceano.

Giochiamo a far gli americani, dai tempi di Gary Cooper e di Humphrey Bogart. E adesso proviamo a metterci sulla scia di Marvel e Dc Comics, che regnano incontrastate da quasi dieci anni. Sarebbe sbagliato fare confronti, i budget sono diversi, e forse anche le intenzioni, ma ne Il ragazzo invisibile – Seconda generazione si sente più di un richiamo agli X – Men a stelle e strisce. A un certo punto un personaggio viene addirittura chiamato “Artiglio”, nello stile di un Wolverine mediterraneo che cerca comunque di ritagliarsi uno spazio nell’universo dei mutanti, o meglio: delle “persone speciali”.

Alla fine del primo capitolo, avevamo lasciato Michele Silenzi alle prese con un potere troppo grande da controllare. Lui aveva salvato la ragazza del suo cuore, ma non poteva dirglielo, per paura di essere rintracciato dalla malvagia organizzazione che lo perseguitava. Gli scienziati pazzi erano russi allora come oggi. Il capitalismo si scontra come sempre con il comunismo, in un clima post Guerra Fredda ormai superato da anni. Michele adesso ha sedici anni ed è solo. La madre adottiva è morta, a scuola non lo rispettano, e un altro sbruffone ha conquistato le grazie della sua bella. Lui vorrebbe esplodere e, quando la sua vera madre emerge dall’ombra, scopre una realtà di bugie e pericoli.

Anche se gli effetti speciali sono notevolmente migliorati, a questo sequel manca l’aria di novità del precedente. Il montaggio e la regia fanno un salto di qualità, il ritmo è serrato e Salvatores non ha paura di adombrare una New York sotto scacco nella riconoscibile e magica Trieste. Ma l’anello debole è la sceneggiatura, che non offre nulla di nuovo e rimescola i clichè per allungare la storia e proiettarsi verso una possibile terza avventura.

Il personaggio più interessante è quello di Natasha, gemella separata alla nascita, che troviamo a Rabat tra le grinfie di un uomo molto più vecchio di lei. Il suo tormento la porta a interrogarsi sul vero significato dei rapporti famigliari. Non sempre la famiglia è un porto sicuro, ma non ci si può staccare per sempre dalle proprie radici. Michele è un ragazzo sradicato, mentre Natasha è fin troppo attaccata alle sue origini. Insieme rappresentano le facce della stessa medaglia, due anime perse nella follia del mondo moderno.

Il timbro dark de Il ragazzo invisibile – Seconda generazione si rivolge a una platea più adulta, mettendo fortunatamente da parte l’immancabile ironia presente in ogni film per minorenni. È però la recitazione a scatenare un po’ di ilarità involontaria, che mescola accenti russi e friulani in un gustoso cocktail di culture. E anche il politically correct è salvo.

  • Stefano Pretolani

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