Gli sdraiati

Francesca Archibugi prende spunto dal romanzo di Serra, mutandone lo sviluppo. Ma l’operazione resta sulla carta

21 novembre 2017
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Gli sdraiati

Un padre e un figlio. Father and Son, come cantava Cat Stevens e come, non a caso, s’intitolava il monologo teatrale di Claudio Bisio che traeva ispirazione da Gli sdraiati di Michele Serra.

Francesca Archibugi e il co-sceneggiatore Francesco Piccolo hanno invece deciso di lasciare inalterato il titolo originale del romanzo per l’adattamento cinematografico, pur operando sostanziali deviazioni per quello che riguarda la struttura del racconto.

E fin qui, nulla di strano, anzi. Il cinema, lo ha dimostrato più volte nel corso della sua storia, ha saputo stupire proprio nel momento in cui partendo da un testo preesistente ne ha mantenuto lo spirito stravolgendone però le dinamiche.

Il problema de Gli sdraiati è altrove: per quanto argomento sempre molto attuale, quello dell’incomunicabilità generazionale, nel film della Archibugi viene affrontato cercando giustamente di trovare un equilibrio tra i due punti di vista – quello del padre e quello del figlio – andando però a disperdere energie eccessive in troppe situazioni e personaggi di contorno tutto sommato rivedibili.

Claudio Bisio è Giorgio Selva, conduttore televisivo di successo che, dopo la separazione con la moglie (Sandra Ceccarelli), ha ottenuto l’affido condiviso del figlio Tito (Gaddo Bacchini), oggi diciassettenne.

Ma seppure l’uomo tenti incessantemente di dialogare con il ragazzo, anche facendo buon viso a cattivo gioco quando si tratta di sopportare il caos portato in casa dalla sua banda di amici, quei due mondi sembrano non potersi incontrare mai, come fossero separati da una porta a tenuta stagna.

L’intensificarsi del rapporto con la coetanea Alice (Ilaria Brusadelli), poi, allontanerà Tito ancora di più. Mentre la mamma della ragazza, Rosalba (Antonia Truppo), irrompe nuovamente nella vita di Giorgio, dopo essere sparita nel nulla anni prima. Che cosa vuole, di preciso?

E con la simpatica barista della Rai (Barbara Ronchi), nel frattempo, Giorgio riuscirà ad intrecciare una relazione seria?

Fondamentalmente, ed è questo il limite più grande dell’intero film, ci troviamo di fronte ad una storia e a personaggi che faticano a destare interesse. È come se, quasi volendosi uniformare al suo stesso titolo, l’operazione preferisca sdraiarsi piuttosto che andare in cerca di guizzi o sentieri meno battuti, restando timidamente sulla carta, anonima.

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