Il cittadino illustre

Dall'Argentina con stupore: Duprat e Cohn rileggono il mito del "nemo propheta in patria". Sardonico e irresistibile, con un grande Oscar Martínez

23 novembre 2016
4/5
Il cittadino illustre
El ciudadano ilustre

“Ricevere il premio Nobel da una parte mi lusinga. Dall’altra – visto che essere premiato significa aver messo d’accordo tutti, accademici, specialisti, re… – certifica in qualche modo la morte della mia creatività artistica”. Daniel Mantovani è uno scrittore argentino, fuggito in giovane età dalla natia Salas (paesino a 700 km da Buenos Aires), ora letterato di fama mondiale di stanza a Barcellona. Dopo il premio Nobel, trascorre i successivi cinque anni rifiutando qualsiasi impegno pubblico, letture, incontri con università e altro. Ma quando dalla mai dimenticata Salas – luogo che non ha mai smesso di raccontare nei suoi romanzi – arriva l’invito per ricevere il più alto riconoscimento del suo paese, la medaglia al cittadino onorario, Daniel decide contro ogni previsione di accettare la proposta e di tornare in incognito per alcuni giorni nel suo paese.

È un film sorprendente El ciudadano ilustre degli argentini Gastón Duprat e Mariano Cohn (che nel 2008 esordirono con il già buono L’artista): in primo luogo per la straordinaria interpretazione del protagonista, Oscar Martínez, (Coppa Volpi a Venezia 2016), poi per l’apparente semplicità con cui riesce a destreggiarsi con humour in situazioni scomode, soprattutto infine per il modo in cui vuole rinnovare la riflessione su fama e origini, realtà e finzione, cultura e provincialismo.

Daniel Mantovani viene accolto trionfalmente nel paese che lo vide nascere: un viaggio nel passato in cui ritrova alcuni vecchi amici (tra questi, il più caro, ora sposato con quella che era la sua ragazza…), paesaggi di gioventù, ma anche un viaggio nel cuore stesso della sua letteratura, nella fonte delle sue creazioni. Affinità (poche) e insormontabili differenze (molte) (ri)emergono però tra lo scrittore e Salas, trasformandolo ben presto, e nuovamente, in un elemento estraneo e provocatore nella vita del paese. E quell’affettuosità iniziale con cui il paese lo aveva riabbracciato, poco a poco, si trasforma in qualcosa d’altro, in rancore e disprezzo. Giungendo ad un punto senza ritorno che certifica in modo irreparabile due modi antitetici di vedere il mondo. D’altronde, si sa, nemo propheta in patria…

In questo susseguirsi di incontri e situazioni al limite dell’assurdo (il giro di benvenuto sul camion dei pompieri, l’ospitata nel diroccato studio della tv locale, l’albergo che “sembra quello di un film rumeno”, i quadri (quadri?!?) da selezionare per il concorso di pittura, gli stuzzichini preparati dalla rosticceria del luogo…), ma non per questo inverosimili, emerge con forza la contraddizione, molto umana e al tempo stesso artistica, di un uomo che – proprio come i due gemelli (uno con la barba, l’altro no…) protagonisti del racconto che fa all’ingombrante autista durante la sosta forzata tra Buenos Aires e Salas – cerca a tutti i costi di mantenere una coerenza interna, e di facciata, ma è costretto a fare i conti con elementi della realtà che, ancora una volta, finiranno per superare i limiti della finzione.

Un film fresco, volutamente “povero” nelle fattezze ma altrettanto ricco nei contenuti e nello sviluppo. Capace di divertire, senza mai accontentarsi di scivolare nel banale, con un ribaltamento finale ottimo e più che mai coerente. Perché la realtà può uccidere, mentre la finzione rende immortali. Al netto di qualche cicatrice…

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