Dunkirk

War movie claustrofobico, dove ognuno è rinchiuso nei propri incubi. Ma il vero protagonista del film di Nolan è il tempo, nella sua accezione più inesorabile

28 luglio 2017
4/5
Dunkirk

La guerra di Nolan ha il ticchettio di una bomba a orologeria pronta a esplodere. Il tempo è il vero protagonista di Dunkirk: ogni minuto potrebbe essere l’ultimo e per le truppe inglesi il ritorno a casa diventa un sogno, un’utopia irraggiungibile.

Hans Zimmer scandisce i secondi con una colonna sonora al cardiopalma, e cronometra la durata di ogni azione con i suoi bassi ormai inconfondibili. Il pianoforte e gli archi irrompono in tutta la loro potenza solo nella seconda parte, mentre prima regnano i silenzi e le urla dei disperati. Ancora una volta Christopher Nolan racconta una storia al limite, di uomini giunti al capolinea che vorrebbero tornare indietro.

In Interstellar, Matthew McConaughey affrontava l’ignoto attraversando un wormhole, per salvare una Terra consumata. Le linee temporali si arrotolavano per poi distendersi, con i diversi piani narrativi di Inception sempre dietro l’angolo. “Ho sciupato il tempo e ora è lui a sciupare me”, scriveva Shakespeare. E questo sembra il mantra di quei soldati intrappolati sulla spiaggia, con i tedeschi alle spalle e il mare davanti.

Dunkirk è un war movie claustrofobico, dove ognuno è rinchiuso nei propri incubi: i 400mila da salvare sono “prigionieri” sulla battigia, l’aviatore è costretto nell’abitacolo del suo Spitfire e il padre di famiglia attraversa La Manica con una piccola barca a motore.

Non c’è spazio per respirare, per pensare a un destino diverso dalla morte. Le bombe piovono a cascata, le navi affondano, lo schermo diventa nero, poi la luce e infine la macchina da presa si rituffa nell’ombra. La platea vive un’esperienza sensoriale che travalica i viaggi interplanetari di Interstellar e i giochi di magia di The Prestige. Qui va in scena il cinema nella sua forma più pura, quella che rimane impressa nello sguardo e fa battere forte il cuore.

Nel 1940 l’esercito nazista sferrò la prima grande offensiva contro l’Occidente. Gli inglesi si trovarono bloccati a Dunkerque, in Francia, chiusi in una sacca tra La Manica e l’inevitabile. Il film racconta di quella fatidica battaglia da tre punti di vista diversi, con Tom Hardy che vola su un aereo da combattimento, Mark Rylance nei panni del patriota e il quasi sconosciuto (al cinema) Harry Styles in attesa di un incrociatore che lo riporti nell’amata Inghilterra.

Le loro storie si intrecciano, si respingono, per ricordare che non tutti nascono eroi. I pavidi si fingono di un’altra nazione per sfuggire al campo di battaglia, chi è riuscito a scappare naufraga nel terrore, ed è disposto a uccidere il proprio compagno. Cambiano le percezioni di un conflitto dall’esito, all’epoca, tutt’altro che scontato.

Nolan non dimostra empatia verso i suoi personaggi, perché vuole farci appassionare agli eventi. Gli uomini non hanno passato, forse neanche futuro, solo un presente di disfatta. Non troveremo il simpatico Caparzo di Salvate il soldato Ryan, nemmeno la Guadalcanal de La sottile linea rossa, dove il Soldato Witt si interrogava sul senso dell’esistenza.

Qui si combatte, sulla sabbia, nell’acqua e nel cielo: i sentimenti non sono ammessi. In un unico istante, il più bello di tutto Dunkirk, una lacrima si fa strada sul volto di Kenneth Branagh. Quando tutto sembra perduto, all’orizzonte si intravede un aiuto inaspettato, e lo stoico comandante si scompone: “Mi sembra quasi di vederla da qui… Casa!”. L’epica incontra la Storia e il patriottismo sale in cattedra senza battere, per una volta, una bandiera a stelle e strisce.

La ritirata degli sconfitti si trasforma in un urlo di vittoria, in una voglia di riscatto che attraverserà l’Europa negli anni a venire. Rylance interpreta un padre indomito che trasuda determinazione anche quando l’impresa sembra impossibile.

Nel suo sguardo si coglie lo stesso coraggio di Tom Hardy, di nuovo con il volto coperto da una maschera per l’ossigeno dopo Il cavaliere oscuro – Il ritorno. Ma i veri eroi sono i senza nome, tutti quelli che vengono inquadrati da lontano mentre lottano per non soccombere.

In molti si aspettavano un kolossal da tre ore, ma a Nolan servono 106 minuti per lanciare il suo messaggio di speranza a un mondo che trema davanti alle nuove forme di guerriglia. Un caccia che plana senza più carburante rappresenta la disfatta del supporto alleato contro Hitler, fino a quando un atterraggio di emergenza sembra possibile. Dalle tenebre sorge il sole, e il cinema bellico raggiunge il suo apogeo.

*Il film è stato visto in Russia, a San Pietroburgo, il 23 luglio 2017

  • GMax

    “…il quasi sconosciuto Harry Styles” ???
    Ovvia, proprio sconosciuto Harry Stiles non lo sarebbe… xD!
    Deve essere senz’altro un refuso: credo si faccia riferimento a Fionn Whitehead.

    • Gian Luca Pisacane

      Gentile lettore, ti ringrazio per la segnalazione. Ho aggiunto un “(al cinema)” per rendere la frase più chiara e meno criptica.

      • GMax

        Ringrazio io per la considerazione e la recensione xD!

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