David Lynch: The Art Life

Ritratto intimo e sui generis del grande regista americano. Prima di ogni cosa pittore capace di ridare vita a ombre e incubi, in Venezia Classici

4 settembre 2016
4/5
David Lynch: The Art Life
"This man was shot 0.9502 seconds Ago", dipinto di David Lynch

“Un dipinto che si muove”. Nel fiume di ricordi che David Lynch rievoca in questo The Art Life, intimo e personale viaggio nel tempo del grande cineasta USA, l’epifania del “dipinto che si muove” racchiude e al tempo stesso rilascia, con forza inaudita, la vera natura di un genio. Il quale, prima che straordinario regista cinematografico, è stato – è – e sarà un pittore di talento.

David Lynch

David Lynch

Si concentra proprio su questo il lavoro di Rick Barnes, Jon Nguyen e Olivia Neergaard-Holm, documentario ospitato nella sezione Venezia Classici della Mostra, poi nelle sale italiane a gennaio 2017 grazie alla Wanted: è lo stesso David Lynch a raccontarsi, mentre lo vediamo (tra una sigaretta e l’altra) intento a lavorare su qualche nuova tela. Di tanto in tanto, l’artista – ripreso nel suo studio solitario sulle colline sopra Hollywood – divide la scena con la piccola Lula Boginia, l’ultima dei suoi quattro figli (tutti avuti da mogli differenti), alla quale il documentario è dedicato. Sì, perché è proprio nell’infanzia (felice) e nei turbolenti anni adolescenziali che David Lynch cerca di andare a ricercare se stesso: mescolando ricordi, immagini, musica ed estratti dai suoi primi film (gli stranianti, straordinari corti The Alphabet e The Grandmother, il folgorante esordio al lungometraggio con Eraserhead), il doc cerca di far luce negli oscuri meandri del suo mondo visionario, offrendo la possibilità di comprendere sia l’artista che l’uomo.

I primi anni di vita nel Montana, poi in Idaho, poi in Virginia, al seguito del padre (ricercatore del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti), con la mamma e i due fratelli John e Margaret. Gli albori di una formazione artistica che col passare del tempo si è fatta divorante, l’arrivo nella mai amata Philadelphia, il difficile rapporto con lo studio, gli incontri con le persone che, nel corso della sua vita, hanno caratterizzato sia gli aspetti privati sia le sue creazioni più dirompenti: perché, come dice lo stesso Lynch, “ogni volta che creiamo qualcosa quel qualcosa viene colorato dal passato. Si parte sempre con tante idee, ma è quasi sempre il nostro passato che le reinventa e le trasforma”.

Un cammino nel passato, dunque, per ritrovare i prodromi di un universo ancora in trasformazione, per districarsi nelle tele di un’impossibile straight story di un cuore selvaggio, capace di bloccarsi con l’auto nel mezzo di una superstrada perché ipnotizzato dalle strisce bianche di tenebrose lost highway, deviando sulla Mulholland Drive perché unica via in grado di condurlo nell’Inland Empire. L’impero della mente, dove ombre e sogni generano affreschi surreali e visionari, orrorifiche ed irresistibili estensioni di un uomo/artista ancora in grado di stupire. Ma che sembra soccombere sotto il peso della nostalgia: “Non mi sono mai divertito tanto, nel cinema, come quando realizzai Eraserhead. Avevamo pochissimi soldi, costruivamo ogni cosa, ma eravamo liberi”. Una libertà che, nel corso del tempo, l’uomo/artista/regista ha dovuto salvaguardare sin troppe volte dalle logiche produttive e mainstream. Logiche che, dal 2006 a oggi (Inland Empire, appunto), lo hanno allontanato dal grande schermo. Un quadro, questo sì purtroppo, davvero desolante.

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