Corpo e anima

Love story al mattatoio: il buon ritorno al lungometraggio, dopo 18 anni, dell'ungherese Ildikò Enyedi (Simon magus). Orso d'Oro a Berlino 2017

2 gennaio 2018
3/5
Corpo e anima

Due cervi si guardano nel ghiaccio, a distanza, si avvicinano con cautela, quasi si sfiorano e poi scappano. Nell’incipit di On Body and Soul (questo il titolo internazionale), in cui l’ungherese Ildikò Enyedi (Simon magus) torna al lungometraggio dopo quasi 18 anni, c’è chiuso il racconto e l’andamento del film, le atmosfere e i sentimenti con una precisione quasi programmatica o didascalica.

Orso d’Oro a Berlino 2017, il film racconta della curiosa storia d’amore tra Endre, il direttore di un mattatoio con un braccio paralizzato, e Maria, nuova ispettrice del controllo qualità la cui menomazione è affettiva. I difficili tentativi di avvicinamento si sbloccheranno quando scoprono di fare lo stesso sogno, in cui sono due cervi che vivono nel bosco ghiacciato. Tutto giocata su metafore e allegorie evidenti fin dalla prima scena (l’utilizzo degli animali, degli oggetti, delle disfunzioni psichiche e fisiche: tutto ridonda e sottolinea il cuore del film), la sceneggiatura della stessa Enyedi compone un quadro curioso, in cui la commedia sentimentale diviene bizzarra e straniante ricognizione psicologica ed esistenziale.

Al fondo di Corpo e anima ci sarebbe “soltanto” il corteggiamento di due animali solitari che sfidano le loro remore (non solo l’anaffettività compulsiva di Maria, anche la pace dei sensi di Endre) per avvicinarsi, per tornare a vivere possibilmente insieme: è il lavoro che Enyedi fa attorno ai personaggi che porta il film un passo oltre, l’utilizzo di inquadrature perfette dentro cui sbozzare le imprecisioni dei sentimenti, una messinscena sapiente e ironica che supera gli schematismi e le programmaticità dello script.

 

Un film bizzarramente normale, sempre a rischio di stufare lo spettatore con le stranezze dei suoi personaggi, sempre sul sottile limite della macchietta e dell’umorismo non calibrato, ma che si fa apprezzare per l’occhio attento, per la distanza giusta dalle situazioni, per il calibro con cui leviga le interpretazioni di Alexandra Borbély e Geza Morcsany e sa gestire i momenti più a rischio. Un buon ritorno.

  • Stefano Jacono

    Non sono assolutamente d’accordo con quanto scritto qui. Certamente gia’ a Berlino caro Emanuele ci avevi visto male, ma a distanza di quasi 11 mesi mi sembra proprio che ti sia fermato ad una lettura superficiale. Questo film entra di diritto tra i film da difendere e da vedere. Un’opera non solo originale, ma profonda e mai innocua. Gia’ a Berlino qualcuno ha scritto parole importanti e ha fatto una analisi che si avvicina molto alla visione della regista, meritatamente premiata per un lavoro difficilmente riproducibile su un set. Spero che i lettori qui possano essere piu’ curiosi di te in maniera da poter affrontare la visione del film senza pregiudizi.

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