Cesare deve morire

I fratelli Taviani portano l'Orso d'Oro in sala. Detenuti e Shakespeare per un dramma spiazzante e coinvolgente

1 marzo 2012
4/5
Cesare deve morire

Si era già capito alla proiezione per il pubblico berlinese che i fratelli Taviani si sarebbero portati a casa qualcosa. L’Orso d’Oro è stato una bella sorpresa per tutti. Non un premio alla carriera, come ha insinuato la stampa tedesca, ma un riconoscimento meritato e in linea con il festival tedesco. Che nulla ha che a vedere con l’età di Paolo e Vittorio Taviani, rispettivamente 81 e 83 anni. E neanche con la tipologia della storia, per qualcuno superata. Bensì un lavoro straordinario e spiazzante, che rielabora uno schema a vantaggio di un’operazione artistica di altissimo livello.
Cesare deve morire, in sala per la Sacher, titolo ostico per un progetto difficile, è un dramma carcerario ambientato in prigione, tra le mura del Rebibbia di Roma. Detenuti e un regista (Fabio Cavalli) e la rilettura di Giulio Cesare di Shakespeare. Che i carcerati-attori adattano e reinterpretano infarcendolo del loro vissuto: ecco lo scarto, l’idea che permette di annullare la distanza tra rappresentazione e realtà. Quando si schierano contro Cesare, il leader che si fa dittatore, le parole tradimento e lealtà hanno un significato universale e calzante allo stesso tempo. Sono “uomini d’onore”, dice Antonio (Antonio Frasca) degli assassini di Cesare, nel duplice senso che conosciamo: alcuni di loro stanno effettivamente scontando la pena per reati mafiosi. Si entra e si esce dal palcoscenico virtuale del carcere, la recita si mescola con la vita, così scopriamo che Bruto (bravissimo Salvatore Striano) è fuori da Rebibbia e si è dato alla recitazione.
Per molti di loro non c’è il lieto fine, Cassio (Cosimo Rega) confessa davanti alla camera da presa: “Da quando ho scoperto l’arte questa cella mi sembra una prigione”. Sono facce che rimangono impresse, ritratti di uomini fuori dal comune. Magari averne di più di fratelli Taviani.

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