Borg McEnroe

La straordinaria finale di Wimbledon 1980 per raccontare la leggendaria rivalità tra due icone del tennis mondiale. Funziona il biopic di Janus Metz, a Roma 2017

3 novembre 2017
3/5
Borg McEnroe

Chi erano Björn Borg e John McEnroe? Per capirlo davvero bisogna tornare al 1980, a quella straordinaria finale di Wimbledon (decisa in 5 set dopo il drammatico tie-break del 4° set conclusosi 18-16 per l’americano) che, in un modo o nell’altro, segnò la carriera di due tennisti passati alla storia.

Il film del danese Janus Metz – già presentato al Festival di Toronto, oggi alla Festa di Roma, dal 9 novembre in sala – parte da quel match (che metteva di fronte il numero 1 e il numero 2 del ranking mondiale) per compiere poi un percorso a ritroso andando in cerca del come, e del perché, lo svedese Björn e l’americano John diventarono in seguito Borg e McEnroe.

Il glaciale, controllato, sciamanico IceBorg (mai soprannome fu più azzeccato) da una parte, l’iracondo e selvaggio riccioluto moro dall’altra: la compostezza e l’eleganza vs. l’esplosività e l’incubo di ogni arbitro del circuito internazionale.

Ma la visione di superficie, come tante altre volte il cinema ha saputo dimostrare, molto spesso limita la comprensione delle cose. E allora si torna alla prima giovinezza di Borg, a quell’incapacità di gestire la rabbia che lo porta dapprima ad essere allontanato dal circolo in cui si stava formando come tennista per poi trovare in Lennart Bergelin (Stellan Skarsgård), allora capitano della Squadra svedese di Coppa Davis poi suo allenatore personale, il mentore capace di instradarlo verso la gloria, a partire già dal 1972 quando, appena 15enne, sconfisse il neozelandese Onny Parun.

Il vero Björn Borg a Wimbledon 1980

Sorta di Jesus Christ Superstar in calzoncini, primo vero divo di uno sport che solamente negli anni successivi (forse proprio grazie a lui e all’accesa contrapposizione – soprattutto mediatica – con l’antitetico McEnroe) iniziò a sfornare talenti capaci di far parlare di sé anche al di fuori del rettangolo di gioco, Borg ha gestito per anni le pressioni arrivando a quella finale del 1980 dovendo affrontare non solo il suo avversario, ma anche la miriade di demoni interiori che Bergelin e la futura moglie (l’ex tennista rumena Mariana Simionescu, interpretata Tuva Novotny) non sempre riuscivano a mitigare.

“Giocava a tennis come se da questo dipendesse la propria vita”, in fondo, ed è proprio questo aspetto a renderlo poi non così dissimile da McEnroe, all’epoca giovanissimo (21 anni, contro i 24 di Borg), indiscutibile talento che osò mettere in discussione la supremazia incontrastata dello svedese sul terreno di Wimbledon, torneo che si apprestava a vincere per la quinta volta consecutiva (primo tennista a riuscirci nell’era Open, record poi eguagliato da Federer, che lo vinse ininterrottamente dal 2003 al 2008).

Interpretati (bene) da Sverrir Gudnason e Shia LaBeouf, i due contendenti si ritrovano sullo schermo in questa sorta di Rush howardiano: lì a sfrecciare erano i bolidi pilotati da Niki Lauda e James Hunt (altra rivalità sportiva passata alla storia e, naturalmente, raccontata al cinema); qui, oltre alla pallina gialla, a (s)correre velocemente sono le immagini e gli stati d’animo di due campioni solitari destinati a cambiare per sempre le sorti – non solo prettamente sportive – del tennis.

E la sceneggiatura di Ronnie Sandahl insiste proprio su questo, su una dicotomia apparentemente così lampante da non essere poi così realmente netta. Perché essere al di qua o al di là della linea, spesso e volentieri, è davvero una questione di millimetri.

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