Impossibile non avvicinarci a
Beyond senza intravedere l’ombra lunga di
Ingmar Bergman. Se non altro
Pernilla August, regista del film, ne è stata una tra le ultime muse attoriali. Il maestro c’è ma non si vede. Perché è presente poeticamente, un po’ come in mille tragici ed improvvisi squarci di introspezione familiare fin de siecle di una certa area geografico/culturale, e perché oramai lo stile, l’approccio alla messa in scena, di molti improvvisati registi scandinavi è comunque influenzato dalle dinamiche isteriche, snodate, frenetiche del dogma alla
von Trier.
Beyond parte con il piano ravvicinato di una bella e aspra trentenne, Leena (la
Noomi Rapace della trilogia “Millennium”) e del suo bello e buon maritino avvolti in un piumone Ikea. Entrate in camera le loro due graziose bambine, con tanto di vassoi per la colazione, squilla il telefono. A Leena viene comunicato l’improvviso peggioramento di salute della madre, ma davanti ai suoi occhi si apre un gorgogliante maelstrom fatto di terribili ricordi d’infanzia. Nonostante l’affetto di marito e figlie che si offrono di accompagnarla, Leena ripercorre il dramma della sua infanzia contrassegnata da un padre ubriacone e manesco, una madre ruvida e tollerante e continui litigi tra i due sfociati in urla e botte. Per Leena e il fratellino si tratta di un trauma indelebile.
Beyond è cinema di primi piani, dalla dominante grigio-azzurro glaciale, con camera da presa, come si diceva, in perenne e convulso movimento. La dimensione temporale è doppia e continuamente intersecata, ma l’approccio alla materia è identico: sia in quel recente passato dei primi anni ’80 fatto di improvvisi slanci d’amore tra i genitori, di imprecazioni e bestemmie, sangue e vomito; sia nel presente più plumbeo e posato, in cui vige un lento slittamento, strato dopo strato, sequenza dopo sequenza, che porta alla distruzione dei sentimenti e dei legami familiari. Riuscita forse di più la parte anni ’80 con questa traiettoria alto/basso dei bimbi che osservano impauriti i genitori, con questa fuga in piscina di Leena piccola campioncina di nuoto, con la ripetuta dolorosissima scena della bimba che insegna l’apnea al fratello in vasca da bagno per evitargli di ascoltare le grida dei genitori,
Beyond si candida come sintesi di una drammaturgia cinematografica degli affetti spezzati, delle grida prepotenti degli adulti che forse racconta di più di quello che visivamente riesce a rappresentare.