Berlino 67: Colo

L'insostenibile peso della realtà: alla Berlinale il dramma familiare della portoghese Teresa Villaverde

16 febbraio 2017
2,5/5
Berlino 67: Colo

Il titolo del  film più lungo in concorso alla kermesse berlinese, il portoghese Colo, 136 minuti,  poteva essere ‘L’insostenibile peso della realtà’. Il film racconta di una famiglia a Lisbona alle prese con problemi finanziari. Un dramma sulla povertà? Affatto. Colo è un intelligente studio, un’istantanea, sulla scivolosa, disumana precarietà di una vita normale, in una famiglia normale, in un paese dell’Europa occidentale, oggi. Le ristrettezze economiche che la regista Teresa Villaverde ci racconta, sono drastiche e inedite.

La luce staccata e il panino raccolto dalla spazzatura, trent’anni fa (o venti?) sarebbero stati dettagli di un film sul sottoproletariato. Qui invece la famiglia ha una casa spaziosa, in un condominio curato, in un quartiere di periferia dignitoso. La casa è un polo magnetico che attira e riunisce, altre volte respinge e allontana. Teresa Villaverde segue questa dinamica familiare con movimenti della camera lentissimi, con avvicinamenti e allontanamenti, altrettanto lenti.

“La parola colo per il pubblico portoghese non ha un solo significato, bensì si usa quando si è confusi o si provano emozioni strane“, spiega la regista. “Per questo non l’ho voluta tradurre e l’ho voluta come titolo di questo film. La crisi economica attuale ha messo in risalto difficoltà latenti: sappiamo che qualcosa vogliamo, ma non sappiamo che cosa; l’emergenza economica va al di là dei problemi finanziari, richiama incomunicabilità e solitudine. La grave disoccupazione tra 40/50enni inficia i loro rapporti con i figli”, prosegue.

Mário è un uomo in cerca di qualcosa, di un lavoro, certo, ma anche di un nuovo posto nella vita. Marta (Alice Albergaria Borges), la figlia diciassettenne, va in una scuola che cade a pezzi. Davanti allo specchio del bagno il ventre si svela pieno  di cicatrici. E dallo sguardo fisso nello sguardo scaturisce il coraggio di sussurrare ‘sono quello che voglio essere’.

In questa scena non tragica, ma triste, si condensa lo sforzo della Villaverde con il suo film: non un dramma sociale, ma un attento studio psicologico di dinamiche familiari che scricchiolano sotto il peso di una mancanza di speranza, questa sì, davvero nuova in una famiglia della borghesia medio bassa. Per farlo Teresa Villaverde si prende molto tempo. Le dilatazioni temporali e i campi lunghi sono a volte lunghissimi e sfumano nella velleità lirica e artistica.

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