Francesca è mia

ITALIA 1986
Francesca è una donna sola, ancora piacente, proprietaria di un negozio di orologi d'epoca, sempre innamorata di Andrea, un uomo che è stato per venti anni suo marito e che all'improvviso le ha preferito la sua migliore amica, Patrizia, ed è andato a vivere con lei. Ma Francesca è sempre legata a lui perciò ha accettato saltuari incontri d'amore e si accontenta di frequentare amichevolmente la casa dei due amanti. Il ménage a tre sembra filare liscio. Ma un giorno la donna, percorrendo in macchina una strada secondaria, viene fermata da due persone perché un giovane è stato investito e ferito gravemente e le viene chiesto di accompagnarlo all'ospedale. Francesca ve lo porta e si ferma accanto a lui che non ha documenti e non ha nessuno su cui contare. La sua vita è in pericolo: la donna gli sta vicino, trepida per lui e gioisce quando il giovane, Stefano, è dichiarato fuori pericolo. Scopre poi che si tratta di un famoso campione di tiro con la pistola. Francesca riprende la propria vita tra il lavoro e il suo rapporto di amore-odio-indifferenza con Andrea e Patrizia. Ma Stefano non l'ha dimenticata: la segue ovunque, la spia, si introduce persino a casa sua. E' innamorato di lei: Francesca è turbata perché è attratta dal giovane e dal suo amore sincero. Ma troppi problemi la assillano: la differenza d'età, la diversità di abitudini e modi di vivere, il suo strano sentimento per Andrea, l'immaturità del giovane. Alla fine però la donna cede all'amore di Stefano: ma si tratta di un breve periodo. Ella si rende conto che quel rapporto non può continuare, si sente legata tenacemente ad Andrea anche se lui non l'ama veramente, non la rispetta e non vuole rinunciare alle sue piccole manie e al suo mondo. Stefano è disperato, non vuole lasciarla andare, giunge persino a legarla per non farla muovere; ma deve arrendersi di fronte alla decisione di Francesca di abbandonarlo. Quando lui fugge con la sua moto, e lei ne approfitta per prendere il treno e tornare in città e alla vita di sempre. Ma Stefano la raggiunge sul treno, la invita un'ultima volta a tornare con lui e ad un ennesimo rifiuto della donna, fa fuoco con la sua pistola. Però non gli rimane nulla e resta solo sul marcipiede della stazione.
SCHEDA FILM

Regia: Roberto Russo

Attori: Monica Vitti - Francesca, Pierre Malet - Stefano, Manuela Gatti - Patrizia, Corrado Pani - Andrea, Luca Di Fulvio, Silvana Rebellato, Lidia Ruggeri, Gustavo Nasti

Soggetto: Roberto Russo, Monica Vitti

Sceneggiatura: Roberto Russo, Monica Vitti, Vincenzo Cerami

Fotografia: Franco Di Giacomo

Musiche: Tullio De Piscopo

Montaggio: Alberto Gallitti

Scenografia: Claudio Cinini

Costumi: Claudio Cinini

Durata: 92

Colore: C

Genere: COMMEDIA

Specifiche tecniche: PANORAMICA, 35 MM

Produzione: ROBERTO RUSSO PER KOMIKA FILM, RAI

Distribuzione: ISTITUTO LUCE, I.N.C.

CRITICA
"È un curioso film 'Francesca è mia'. Gli si può rimproverare più d'una debolezza: quell'ospedale è un po' improbabile, quella situazione triangolare sa un po' d'artifizio, da teatro francese borghese rigenerato e aggiornato, al contrario di Corrado Pani, che disegna con tecnica sorniona un perfetto ritratto di marito italiano, il francese Malet sembra un po' legnoso per incarnare l' 'amour-passion', tanto più che una grande passione si riconosce da quel che distrugge. Ritengo, però, che proprio quel che potrebbe essere il suo difetto maggiore sia il fascino segreto del film: la sua mancanza di spiegazioni, la sua assurdità di fondo. È una storia che ha la traiettoria lineare, e la perentorietà, di un colpo di pistola. Già apprezzabile in 'Flirt', la pulizia registica di Russo e il suo amore per le immagini chiare e distinte diventano qui, pur ancora con qualche sbandamento, sagacia narrativa, secchezza fertile, capacità di suggerire e, quando occorre, togliere. Lo si sente anche nella recitazione della Vitti, più asciutta, meno carica di vezzi, poco compiaciuta. Ascoltatela nel monologo del cappuccino del bar Spring: merita un applauso a scena aperta, da dividere con chi gliel'ha scritto. E la sua capacità di reggere, con quella sua pelle di pesca, i primi piani, è straordinaria." (Morando Morandini, 'Il Giorno', 5 Ottobre 1986)

"Passo indietro, peccato, nel cammino avviato da Monica Vitti con 'Flirt' per essere promossa al rango di autrice. E per il regista Roberto Russo la riprova che l'opera seconda è più rischiosa della prima. Tutto sommato Flirt non ci dispiacque, matterello com'era, pur avendogli chiesto invenzioni più fresche. Francesca è mia ci dispiace tutto, né sapremmo che cosa chiedergli per raddrizzarlo. Un soggetto più robusto? Una sceneggiatura fornita di maggiore progressione drammatica? Un montaggio più secco? Un'attrice meno spenta? Forse basta una gomma, per cancellarlo. (?) Non fosse per quanto ci ha dato in tanti film brillanti perdoneremmo malvolentieri a Monica Vitti un ritorno al drammatico che la sua maschera (quanti importuni primi piani!) qui non regge. Altri saranno più cavalieri, noi preferiamo aspettare l'opera terza." (Giovanni Grazzini, 'Il Corriere della Sera', 6 Ottobre 1986)

"Queste atmosfere, la regia di Roberto Russo, un film dopo l'altro sempre più intensamente evocativa, ha il dono di costruirle con ansie ora quasi ghiacce ora laceranti, affidandole a cornici visivamente sempre all'unisono con quelle, quando nitide e terse quando sinistre e quasi minacciose. Con risultati che, anche là dove il testo non convince fino in fondo, non stentano certo a conquistare. Per merito anche, naturalmente, di Monica Vitti interprete, qui forse più che in altri suoi film recenti, tornata con autorità ai toni tragici, pur riuscendo sempre a equilibrarli con momenti più lievi e, appunto, come il film sembra preferire all'inizio, anche svagati. Basterebbero, a farla applaudire, quei suoi splendidi monologhi. Qual è l'attrice, nel nostro cinema, che saprebbe fare altrettanto? Vorrei lodare comunque anche Corrado Pani, un marito 'all'italiana' di giustissimi umori. Solo un'apparizione, invece, nonostante il suo peso nel racconto, il francese Pierre Malet. Che non ha una faccia da nutrire ossessioni." (Gian Luigi Rondi, 'Il Tempo', 13 Giugno 1987)