La verità, vi spiego, su Max Croci

Il regista di Busto Arsizio porta al cinema il celebre romanzo di Enrica Tesio. E dirige ancora una volta Ambra Angiolini: "Ha un talento pazzesco per la commedia"
La verità, vi spiego, su Max Croci
La verità vi spiego sull amore

“L’amore per il cinema è nato quando ero piccolo e non è mai tramontato”. Da Busto Arsizio a Roma, passando per Milano, Max Croci è arrivato al suo terzo lungometraggio La verità, vi spiego, sull’amore, in sala dal 30 marzo distribuito da Notorious Pictures. Questa volta mancano le scaramucce tra Luca Argentero e Sarah Felberbaum di Poli opposti o gli scambi “di vita” di Al posto tuo, ma si racconta di una madre sola che affronta la quotidianità con ironia.

Da dove nasce la sua passione per la commedia?

Per fortuna sono cresciuto con le TV private degli anni Ottanta che, per riempire un po’ i palinsesti, mandavano in onda vecchi film, e quindi la mia formazione è cominciata proprio grazie a questi capolavori. Spesso si trattava di commedie americane, che venivano trasmesse come il “classico” del pomeriggio. Col tempo, questa passione è cresciuta sempre di più e mi ha portato dietro la macchina da presa.

In tutti i suoi film racconta di sentimenti persi e ritrovati. Cosa l’affascina dell’amore al cinema?

In realtà non so dire se l’amore nel mio cinema sia un elemento casuale o intenzionale, ma alla fine è un tema ricorrente. Forse dovrei pormi delle domande. Amo raccontare vicende di donne quasi sempre sole, forse perché, e qui ci spostiamo sul divano dello psicanalista, sono stato cresciuto da mia mamma e mia nonna, entrambe vedove in due epoche diverse. Sul loro esempio ho costruito i miei personaggi femminili.

La commedia può essere una soluzione alla crisi del nostro cinema?

Me lo auguro. Nel senso che la commedia è un genere popolare da sempre. In Italia abbiamo realizzato film che sono entrati nella Storia e si studiano in tutto il mondo. Ci sono stati momenti molto alti e altri un po’ più bassi, ma io spero che la commedia continui a esistere, a convivere con altri generi che devono essere maggiormente esplorati, soprattutto in Italia. Il ritorno al cinema di genere sarebbe bellissimo, a partire dal poliziesco e dall’horror.

Nella sua carriera ha diretto più corti che lungometraggi. Com’è stato il passaggio al grande schermo?

La mia non è stata una scelta, nel senso che dai corti si sogna sempre di sbarcare nel favoloso mondo del lungometraggio. Il percorso è stato faticoso e ho fatto tante esperienze. Il passaggio è avvenuto, in realtà, in maniera fortunata perché, come dico sempre anche ai ragazzi con cui ogni tanto faccio degli incontri alla scuola di cinema che c’è a Busto Arsizio (la ICMA, Istituto Cinematografico Michelangelo Antonioni n.d.r.): “bisogna avere un amore infinito per il cinema, e tanta pazienza, perché se non va bene la prima volta, ci sarà un’altra occasione. Ma bisogna tenere duro”. Anni fa, sul mio cammino ho incontrato Marilù Paguni, che è la produttrice artistica dei miei film, con cui ho stabilito un rapporto meraviglioso. Ci siamo conosciuti sul set di Una strana coppia, una sitcom di Lucio Pellegrini, dove sono subentrato in un secondo momento. Abbiamo scoperto di avere molto in comune, e poi sognavo di fare un film con Carla Signoris, grande attrice, che era anche l’idolo di Marilù. Insieme abbiamo iniziato a scrivere un soggetto proprio per Carla che purtroppo non siamo ancora riusciti a concretizzare. Con Marilù abbiamo dato vita a molti corti e lei mi ha sponsorizzato presso le case di produzione dove lavorava. Così ho conosciuto gli uomini della Rodeo e infine è arrivato Marco Poccioni, il produttore, con cui ho realizzato Poli opposti.

Continua la sua collaborazione con Ambra Angiolini dopo Al posto tuo. Cosa la rende adatta ad interpretare i suoi personaggi?

L’incontro magico con Ambra è stato sul set di Countdown, un cortometraggio che per me è molto importante ancora oggi. Lei è stata gentilissima, meravigliosa, si è offerta gratuitamente e abbiamo girato in un pomeriggio. Ci eravamo conosciuti solo il giorno prima e, quando l’ho vista sullo schermo, è nata un’intesa che va avanti ancora oggi. Ho pensato subito a un secondo cortometraggio, perché volevo di nuovo lavorare con lei. Così ho fatto Ladiesroom, la storia di una donna incinta che decide di portare avanti la gravidanza da sola, perché ha un compagno un po’ imbecille. Poi l’ho coinvolta in Al posto tuo, anche se il suo personaggio non era ricchissimo. Adoro le sue sfaccettature, ha dimostrato di essere una bravissima attrice anche in ruoli drammatici. Secondo me ha un talento pazzesco per la commedia e io, che amo molto il noir, me la immagino anche come una dark lady.

Nei suoi corti e lungometraggi la figura femminile è spesso centrale. Qual è la sua concezione della donna?

La figura femminile nel cinema è abbastanza centrale e, storicamente, vicino al supereroe c’è sempre stata una donna eccezionale, sulla quale erano puntati i riflettori. Le donne, quando le guardi da dietro la macchina da presa, sono ancora più affascinanti, hanno tante sfumature e possono essere raccontate con lenti diverse. Questo mi ha sempre divertito.

Che cosa l’ha colpita del romanzo di Enrica Tesio, da cui è tratto il suo ultimo film?

È carico d’ironia, con uno stile freschissimo. Enrica è riuscita a elaborare in modo creativo il dramma di una madre abbandonata, raccontandola attraverso la scrittura dei blog. La Tesio è una donna molto forte, che trasmette il suo carisma tra le righe di questo straordinario La verità, vi spiego, sull’amore. All’inizio non sapevo come tradurre la narrazione da blog in un film, poi mi è venuta l’idea dello sguardo in macchina: Dora racconta le sue storie in prima persona, come quando si scrive su internet e ci si mette a nudo. Si sviluppa un filo diretto con gli spettatori, con il pubblico, con i lettori.

Qual è il segreto per dirigere gli attori in una commedia?

Io ho un rapporto molto sincero con gli attori, ho le idee chiare e lascio loro abbastanza movimento. Mi piace interagire, parlare del personaggio e provare, quando abbiamo il tempo. Solitamente, per indole mia, cerco sempre un approccio un po’ family: esco a cena con il cast, parlo del più e del meno, alimento un legame personale. Bisogna anche divertirsi, soprattutto quando si lavora a una commedia.

Billy Wilder diceva: “Se stai per dire alla gente la verità, sii divertente altrimenti ti uccideranno”. Quale verità vuole raccontare con La verità, vi spiego, sull’amore?

Ognuno cerca di raccontare la propria verità o comunque il proprio mondo attraverso un mezzo, che per me è il cinema. Un po’ come Dora che, lavorando al Museo del Cinema di Torino, ha un approccio alla vita molto cinefilo. Quando parla dell’amica, la vede come se fosse in un musical degli anni Sessanta e, nella sequenza delle mamme “a grappolo”, le visualizza come se fosse in un film western. Utilizzare il linguaggio del cinema è un modo per esprimere la propria realtà, per descrivere quello che noi folli registi abbiamo dentro e cogliere quello che ci trasmettono gli attori.

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